da: Il Fatto Quotidiano
Vatileaks, sentenza tra macerie e misteri
di Marco Politi
Un processo-teatro. In cui ognuno ha giocato la sua parte.
La Difesa non ha disturbato la Corte, evocando maltrattamenti e irregolarità
solamente in zona Cesarini, giusto per ottenere le attenuanti. L’Accusa ha
proclamato che dall’“indagine istruttoria manca la prova di qualsiasi correità
o complicità con Paolo Gabriele”. La Corte queste prove non si è mai affannata
a cercarle, lasciando accuratamente fuori campo connessioni, complicità,
retroscena che avrebbero potuto spiegare i motivi di un’azione di sabotaggio
prolungata e pianificata. Anche l’Imputato ha dato il suo contributo alla
rappresentazione. Ha recitato la parte del colpevole, addossandosi ogni
responsabilità e informando il mondo intero del suo amore sviscerato per la
Chiesa ed il Papa. Come da copione.
Il processo si chiude così, con la Difesa che osanna la
sentenza come “buona ed equilibrata”. Un’operazione lampo, realizzata in due
udienze soltanto. Tolta la prima, dedicata a questioni procedurali, e l’ultima
riservata a veloci arringhe, una telegrafica comunicazione di Paolo Gabriele e
la sentenza. Il Vaticano voleva chiudere rapidamente il procedimento anche per
cancellare l’immagine di una Curia nido di vespe, il giudice Giuseppa Dalla
Torre ha centrato l’obiettivo. Ha agito in piena indipendenza, assicura il
portavoce papale Lombardi. Excusatio non petita. Ma non c’è da dubitarne.
Quando si agisce ispirati dalla “Santissima Trinità” e in
nome del pontefice
“gloriosamente regnante”, si sa bene come muoversi.
C’è un solo neo. Nella platea dei giornalisti di tutto il
mondo, che attendevano l’esito del procedimento, non c’è n’è uno – tranne i
coreuti della “Chiesa ha sempre ragione” – che creda alla favola del
maggiordomo regista solitario della più grande operazione di scardinamento
dell’immagine della Curia degli ultimi secoli.
Messo il coperchio sulla pentola, il Vaticano non può cancellare ciò che Vatileaks ha portato alla luce. Un Segretario di Stato come Tarcisio Bertone, che invece di guidare con mano ferma e diplomatica la Curia, entra in conflitto con cardinali di primo rango come Nicora e Tettamanzi. Un pontefice, che assiste impotente e non ha la prontezza (o il temperamento di governante) di ordinare un’inchiesta indipendente sulla corruzione negli appalti vaticani. Quel presepe natalizio che con Viganò costa improvvisamente centocinquantamila euro di meno, non è l’invenzione di un visionario. É una prova ingombrante. Egualmente resta ingombrante il “ripassi l’anno prossimo” che Moneyval ha rivolto a luglio alla Santa Sede a proposito della banca vaticana, giudicata non sufficientemente trasparente e per la quale le autorità finanziarie europee richiedono urgentemente un “supervisore indipendente”. Richieste come un macigno. Benedetto XVI, che nel dicembre 2010, aveva decretato che qualsiasi operazione finanziaria degli uffici della Santa Sede potesse essere sottoposta all’ispezione di un’autorità di controllo nuova di zecca (l’Autorità di informazione finanziaria), ha accettato impotente che otto mesi dopo il cardinale Bertone tagliasse le unghie ai controllori. Sono fatti che rimangono.
Messo il coperchio sulla pentola, il Vaticano non può cancellare ciò che Vatileaks ha portato alla luce. Un Segretario di Stato come Tarcisio Bertone, che invece di guidare con mano ferma e diplomatica la Curia, entra in conflitto con cardinali di primo rango come Nicora e Tettamanzi. Un pontefice, che assiste impotente e non ha la prontezza (o il temperamento di governante) di ordinare un’inchiesta indipendente sulla corruzione negli appalti vaticani. Quel presepe natalizio che con Viganò costa improvvisamente centocinquantamila euro di meno, non è l’invenzione di un visionario. É una prova ingombrante. Egualmente resta ingombrante il “ripassi l’anno prossimo” che Moneyval ha rivolto a luglio alla Santa Sede a proposito della banca vaticana, giudicata non sufficientemente trasparente e per la quale le autorità finanziarie europee richiedono urgentemente un “supervisore indipendente”. Richieste come un macigno. Benedetto XVI, che nel dicembre 2010, aveva decretato che qualsiasi operazione finanziaria degli uffici della Santa Sede potesse essere sottoposta all’ispezione di un’autorità di controllo nuova di zecca (l’Autorità di informazione finanziaria), ha accettato impotente che otto mesi dopo il cardinale Bertone tagliasse le unghie ai controllori. Sono fatti che rimangono.
Restano aperti molti misteri di questa congiura. Anzitutto la sproporzione tra la massa di documenti raccolti dal maggiordomo e i testi pubblicati dal Fatto Quotidiano o contenuti nel libro di Nuzzi o usciti da uffici diversi dalla segreteria papale. Nessuno può garantire che delle copie non siano ancora risposte in qualche nascondiglio. Inoltre il maggiordomo ha iniziato a raccogliere materiale scottante già nel 2006, appena entrato in carica. Dunque vacilla la tesi dell'indignazione scatenata dalla vicenda Viganò (come da lui dichiarato). "Manipolabile e suggestionabile" è stato definito Gabriele in una delle perizie psichiatriche. Se agenti manipolatori ci sono, rimangono tuttora nell'ombra.
Come nei gialli l'ultima parola la pronuncia il maggiordomo: "Alla tavola del Santo Padre mi sono convinto quanto sia facile manipolare una persona, che ha in mano il potere decisionale".
Nessun commento:
Posta un commento