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giovedì 23 febbraio 2023

Enrico Berlinguer: La Questione Morale

 


da: https://www.enricoberlinguer.it/

Dove va il PCI? Intervista ad Enrico Berlinguer, di Eugenio Scalfari, La Repubblica, 28 luglio 1981

Questa è certamente l’intervista più famosa sulla questione morale rilasciata da Enrico Berlinguer. La più citata, almeno, anche nei dibattiti odierni. Quella che poi porterà persino alcuni pezzi importanti del Pci a fargli una vera e propria guerra all’interno del partito, con plateali dissensi persino dalle colonne de l’Unità. Rispetto alle precedenti esternazioni sul tema, Berlinguer attacca anche il Psi di Craxi, colpevole di essersi uniformato ai metodi di governo della Democrazia Cristiana. In realtà questa intervista, pubblicata interamente per la prima volta su enricoberlinguer.it il 10 giugno 2009, non poneva l’accento solo sulla Questione Morale, ma su vari aspetti della politica del Pci, come dimostra il titolo dato da Scalfari. La prima intervista sulla Questione Morale è quella rilasciata ad Alfredo Reichlin, su l’Unità, il 7 dicembre 1980.

«I partiti non fanno più politica», mi dice Enrico Berlinguer, ed ha una piega amara sulla bocca e, nella voce, come un velo di rimpianto. Mi fa una curiosa sensazione sentirgli dire questa frase. Siamo immersi nella politica fino al collo: le pagine dei giornali e della Tv grondano di titoli politici, di personaggi politici, di battaglie politiche, di slogans politici, di formule politiche, al punto che gli italiani sono stufi, hanno ormai il rigetto della politica e un vento di qualunquismo soffia robustamente dall’Alpi al Lilibeo…

«No, no, non è così.», dice lui scuotendo la testa sconsolato. «Politica si faceva nel ‘45, nel ‘48 e ancora negli anni Cinquanta e sin verso la fine degli anni Sessanta. Grandi dibattiti, grandi scontri di idee, certo, scontri di interessi corposi, ma illuminati da prospettive chiare, anche se diverse, e dal proposito di assicurare il bene comune. Che passione c’era allora, quanto entusiasmo, quante rabbie sacrosante! Soprattutto c’era lo sforzo di capire la realtà del paese e di interpretarla. E tra avversari ci si stimava. De Gasperi stimava Togliatti e Nenni e, al di là delle asprezze polemiche, ne era ricambiato.»

Oggi non è più così?

giovedì 12 maggio 2022

“Il depistaggio su via D’Amelio coprì le alleanze di Cosa Nostra”

 


da: Il Fatto Quotidiano – di Saul Caia

I pm: per Bo, Ribaudo e Mattei pene fino a 11 anni. Avrebbero indotto il falso pentito Scarantino a mentire

Un depistaggio lungo trent’anni, con finti pentiti diventati testimoni chiave, istruiti a dovere da uomini dello Stato, per indirizzare indagini e processi, e “coprire le alleanze strategiche di Cosa Nostra”.

Nell’anno del trentennale delle stragi di Capaci e via D’Amelio in cui persero la vita i magistrati Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e Paolo Borsellino e i loro uomini della scorta, un nuovo tassello potrebbe chiarire una pagina nera della storia d’Italia. Dopo 70 udienze e 112 testimoni, la Procura di Caltanissetta ha chiesto la condanna dei tre poliziotti: Mario Bo (a 11 anni e 9 mesi), Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo (entrambi 9 anni e 6 mesi), imputati per calunnia aggravata, perché avrebbero spinto Vincenzo Scarantino, dopo ripetute “maltrattamenti e vessazioni”, a rendere dichiarazioni false ai magistrati autoaccusandosi di aver partecipato alla strage di via D’Amelio.

I poliziotti facevano parte del “gruppo d’indagine Falcon e Borsellino", guidato nel 1993 da Arnaldo La Barbera,  scomparso nel 2002. “La Barbera depista le indagini con dichiarazioni di falsi collaboratori e nega l’esistenza dell’agenda rossa – dice nella requisitoria

venerdì 27 agosto 2021

Afghanistan, Alberto Negri: Disfatte e bugie dell'amico americano

 


da: https://ilmanifesto.it/

La fine tragica della "bolla" afghana. Bilancio umano e morale: per il New York Times gli afghani in pericolo sarebbero 300 mila, evacuati circa 70mila. Gli americani circa 10mila, 4mila già usciti dal Paese

Come ha dimostrato l’inutile G-7 di martedì 24 agosto, agli Usa degli alleati importa poco e niente, e ancora meno degli afghani, altrimenti avrebbero pensato prima a evacuarli e a tenere in piedi le loro forze armate. Si era capito il 2 luglio scorso, quando abbandonarono di notte la grande base di Bagram staccando luce e acqua senza avvertire l’esercito afghano. Un messaggio chiaro: avevano deciso di lasciare l’Afghanistan al buio e all’oscurantismo dei talebani.

Questi erano nella sostanza gli accordi di Doha voluti da Trump: un exit deal senza condizioni e senza strategia.

La vicenda afghana è una storia di disfatte e di bugie, molte avallate dai politici e dai media occidentali. La scadenza del 31 agosto non l’hanno decisa i talebani: in un primo momento Biden aveva indicato quella dell’11 settembre, ventennale degli attacchi del 2001, per dare un significato simbolico al ritiro, poi, sentendosi sicuro di sé, ha anticipato al 31 agosto. La Casa Bianca ha agito in maniera pessima di fronte al crollo delle forze locali, iniziato da almeno un paio di mesi. Il capo della Cia e quello dello Stato Maggiore avevano già avvertito che il governo Ghani stava disgregandosi.

Perché si sono ritirati in questo modo?

domenica 21 marzo 2021

La rabbia e il disinteresse fanno rinunciare al voto un cittadino su tre

 


da: Domani – di Enzo Risso  ricercatore

Alle prime elezioni della Camera nel 1948 l’astensione era al 7,8 per cento, nel 1953 è scesa addirittura al 6,2 A non votare sono soprattutto le donne, le persone fra i 30 e i 50 anni, i meridionali e chi vive nel nord ovest.

L’astensione ha una storia lunga e complessa nel nostro paese. Per oltre quarant’anni è stato è stato un elemento meramente fisiologico, mentre oggi è il primo partito nazionale, con dati che oscillano, nei sondaggi di questi primi mesi del 2021, tra il 38 e il 42 per cento.

La storia dell’astensione

Nel 1948, alle prime elezioni per la Camera dei deputati, la quota di astenuti era il 7,8 per cento. Nel 1953, sospinti dallo scontro sulla “legge truffa”, gli italiani si sono recati in massa alle urne e il non voto è sceso al 6,2 per cento. Nel 1976 in cui la partita elettorale è vissuta a sinistra nella speranza della spallata alla Democrazia cristiana e, sul fronte opposto, sotto l’egida dello spauracchio del sorpasso comunista, il numero dei non partecipanti al voto si assesta al 6,6 per cento. Sarà col 1979 che l’astensione inizia a far parlare di sé e sale al 9,4 per cento, per superare, negli anni del riflusso, la soglia del dieci per cento (11,2 per cento nel 1987).

Da quel momento il fenomeno astensionista inizia la sua accelerazione. Nel 1994, l’anno

domenica 1 marzo 2020

Al tempo del Cronavirus: sanità pubblica, prima o poi i nodi vengono al pettine


 

Se improvvisamente ti arriva un malanno o un intoppo che ti costringe a rimanere in casa, se hai qualcosa nel tuo frigorifero (non alla maniera dei giorni scorsi a Milano), sei hai i beni necessari, te ne puoi stare tranquillamente in casa aspettando che la situazione evolva al meglio. Hai una riserva che ti consente di andare avanti. Ma se non ha i beni necessari, o qualcuno ti dà una mano, o rinunci. Alcune rinunce sono possibili, altre, con il passare dei giorni, diventano situazioni critiche. Fino a diventare rischiose.

La nostra sanità pubblica - a cominciare dai cosiddetti modelli virtuosi (?!) della Lombardia - sta  scoppiando. Le regioni del Sud stanno ancora peggio. Perché la gestione della sanità in alcune regioni dei Sud è come il frigorifero vuoto. Che rimane vuoto.

Dopo aver trasformato la sanità pubblica in un ufficio amministrativo, con il risultato che parecchi medici se sono andati a professione privata, senza aver sostituito medici e infermieri in pensione, ci troviamo in una emergenza che durerà più del coronavirus.

Che il controllo dei costi sia indispensabile è poco ma sicuro. Ma da qui a trasformare il personale sanitario in manager che devono badare principalmente al bilancio ce ne passa.

Ospedali con l’obiettivo preminente del budget, ospedali che non riescono a garantire servizi adeguati pur in assenza di emergenze. Una sanità pubblica scassata dalla politica.
Dopo aver trasformato il personale sanitario in manager e impiegati, mi chiedo: ma le siringhe costano allo stesso modo negli ospedali d’Italia oppure no?

lunedì 14 maggio 2012

Unione Europea, accuse tedesce all’Italia: truccò i conti per entrare nell’euro


da: Il Fatto Quotidiano

I tedeschi accusano: l’Italia entrò nell’euro con il trucco
Proprio mentre Monti comincia ad arginare il rigore della Merkel in Europa, dai cassetti della Cancelleria di Berlino escono documenti imbarazzanti, rivelati dallo Spiegel: Kohl non si fidava dei numeri di Prodi e Ciampi
di Sven Boll, Christian Reiermann, Michael Sauga e Klaus Wiegrefe

Documenti di fonte governativa tedesca appena resi noti rivelano che molti in seno alla Cancelleria di Helmut Kohl nutrivano seri dubbi sulla moneta comune europea quando nel 1998 si prese la decisione di introdurla. Helmut Kohl disse che tutti avrebbero avvertito il “peso della storia, la decisione di introdurre la moneta unica”. Il 2 maggio 1998, a Bruxelles, Kohl e i suoi colleghi presero una decisione di enorme importanza. Undici Paesi – tra i quali la Germania, la Francia, il Belgio, l’Olanda, il Lussemburgo e l’Italia – sarebbero entrati a far parte della nuova moneta unica europea.
Il peso della storia A 14 anni di distanza “il peso della storia” si fa sentire più che mai. Per ragioni politiche furono accolti nell’euro Paesi che all’epoca non erano pronti. Il governo tedesco ha messo a disposizione centinaia di documenti che vanno dal 1994 al 1998 e riguardano l’introduzione dell’euro e la decisione di accogliere l’Italia nell’Eurozona. A leggerli si capisce che l’Italia non avrebbe dovuto essere accolta nell’Eurozona. La decisione di accoglierla si fondò esclusivamente su considerazioni politiche. La decisione creò un precedente per un errore più grave due anni dopo: far entrare la Grecia. Ma Kohl preferì dimostrare che la Germania, anche dopo la riunificazione, rimaneva profondamente europeista, definiva la moneta comune “una garanzia di pace”.
Operazione Auto-inganno I documenti dimostrano che Berlino conosceva bene il reale stato dei conti pubblici italiani. L’operazione “auto-inganno” ebbe inizio

martedì 20 marzo 2012

Lo Stato liberale, liberista, dei mercati, ecc..: 24 miliardi persi in derivati



Ventiquattro miliardi persi nei derivati, di chi è la colpa?
di Gianfranco Modolo

I 31 miliardi di dollari, circa 24 miliardi di euro al cambio attuale, che l’Italia ha perso dal 1994 ad oggi per errate manovre sui prodotti derivati (a tutto vantaggio di un ristretto manipolo di banche estere tra cui primeggia Morgan Stanley) non sono una cifra di poco conto. 24 miliardi di euro equivalgono a più di una delle tante manovre di aggiustamento dei conti pubblici che i governi di Silvio Berlusconi e di Mario Monti hanno propinato al paese nel tentativo di salvarlo da una situazione per molti versi simile a quella di altri paesi europei. Con 24 miliardi di euro si potrebbero ridurre tasse e accise sulla benzina, si potrebbero aumentare gli ammortizzatori sociali, si potrebbero assumere i 10.000 insegnanti precari che stanno sospesi, tanto per restare ai fatti più eclatanti. In questa vicenda sorprende il fatto che poca attenzione sia stata dedicata dai media e dalle forze politiche e sociali a chi dovrebbe assumersi la responsabilità del danno la cui entità riportata da Bloomberg, 24 miliardi di euro, non è stata sino ad oggi smentita. Chi nel lontano 1994 ha preso la decisione di affidarsi ai prodotti derivati, con le più lodevoli intenzioni, speriamo, portandoci ai risultati di cui sopra? Chi in questi 18 anni non ha fatto nulla per uscire da un contratto che si rivelava sempre più un salasso per le finanze nazionali?

Un breve ripasso della recente storia politica può chiarire un quadro che nessuno sembra intenzionato a rendere pubblico. Nel 1994, anno di stipula dell’accordo, i due governi che si alternano non sono certamente guidati da sprovveduti in materia di ingegneria finanziaria e conoscenze. Sino a maggio troviamo ai vertici dell’esecutivo

giovedì 22 dicembre 2011

Governo Monti, manovra economica: fiducia dal Senato



La manovra è legge. Monti: “Cominciata la fase due”

Calano i sì al Governo di Mario Monti in Senato. Rispetto ai 281 voti favorevoli della fiducia al Governo dello scorso 17 novembre i sì alla fiducia sulla manovra oggi sono stati 257, cioè 24 in meno rispetto ai 281 di novembre. Ai no della Lega vanno aggiunti l'Idv, Svp e Union Valdotaine: oggi se ne sono registrati 41, erano 25.

Hanno votato contro i senatori di Lega, Idv, Svp e Uv nonchè Esteban Caselli (Pdl). Fra gli assenti Ciarrapico, l'ex Guardasigilli Palma, Mantovani, Fazzone, Longo, Paravia (Pdl), Filippi, Poli Bortone e Menardi (Coesione nazionale), Oliva (Mpa), Contini e Digilio (Fli), Musi, Crisafulli, Zavoli e Randazzo (Pd). Assenti ache i senatori a vita Andreotti, Ciampi, Levi Montalcini, Pininfarina, Scalfaro.

Monti: Ora subito la fase due, ma è già cominciata
E' cominciata la fase due dell'azione di governo? "La fase due è già cominciata, era dentro la fase uno. Adesso verrà sviluppata a grande velocità". Lo ha detto il presidente del Consiglio, Mario Monti, conversando con i cronisti dopo il voto di fiducia al Senato. "Mi pare di capire - ha aggiunto il premier che il decreto legge (salva - Italia) è definitivamente approvato. Sono contento".

Il paese reale: le corporazioni


da: la Repubblica

L’egoismo delle corporazioni
di Nadia Urbinati

Il Governo Monti è come altri governi in passato condannato a fare i conti con la più profonda anomalia italiana: uno stato di diritto moderno appoggiato su una società civile composita, in parte liberale e in parte strutturata per gilde di tipo feudale. La contraddizione è stridente ma diventa palese e pesante quando il Paese si trova a fronteggiare crisi di sistema, siano esse di tipo economico o politico; quando, in altre parole, la radicalità dei problemi richiede interventi che, se attuati, eroderebbero aggregazioni corporative e i privilegi di chi ne è parte.
Nell´emergenza del primo dopoguerra il liberalismo perse insieme allo stato di diritto, di fronte a una società civile che non riuscì ad assorbire la liberalizzazione economica e a uno stato refrattario rispetto alla democratizzazione. In quegli anni furono pensatori “radicali” come Piero Gobetti, Antonio Gramsci, Gaetano Salvemini e Luigi Einaudi a schierarsi contro il protezionismo e lo stato degli interessi corporativi, allora quelli agrari al Sud e al Centro, e quelli industriali al Nord: nel mezzo, una classe media che si assottigliava e che, prevedibilmente, si scagliò con i vicini di casa, gli operai sindacalizzati, i più vulnerabili e meno corporativi. A risolvere la contesa tra liberalismo e corporativismo fu, come sappiamo, il fascismo che ufficializzò la sconfitta del primo. Oggi, la storia sembra ripetersi (e c´è perfino chi vede nel duce un modello legittimato come “democrazia minore”).
Le corporazioni rappresentano una parcellizzazione egoistica della società e sono l´ostacolo peggiore alla solidarietà di cittadinanza, della quale c´è soprattutto bisogno nei casi di crisi come questo. Sono anche una palla al piede per una società che è strutturalmente volta al passato.

lunedì 19 dicembre 2011

Lo smemorato Tremonti


da: la Stampa

Il partito degli smemorati
di Michele Brambilla

È ricomparso ieri il più importante dei ministri del governo Berlusconi, Giulio Tremonti. Intervistato su Rai Tre da Lucia Annunziata, ha criticato la manovra del governo Monti: «Troppe tasse, pochi tagli alla spesa pubblica e niente per la crescita», ha detto in sintesi.

È probabile che, sentendolo, molti suoi colleghi di partito (o forse «ex» colleghi, visto che Tremonti ha cominciato la trasmissione dicendo che ormai «lavora in proprio», e l’ha finita non smentendo un suo passaggio alla Lega) si siano stropicciati gli occhi, credendo di sognare. Sono quei molti esponenti del Pdl che in questi anni hanno accusato proprio Tremonti di essere il «signor no» che ha bloccato ogni iniziativa volta alle liberalizzazioni, alla crescita, al taglio delle tasse. È vero che in questo Paese si dimentica tutto in fretta: ma ci vorrebbe un clamoroso deficit di fosforo per scordare che proprio all’interno del Pdl Tremonti è stato contestato da tutta un’ala (Brunetta, Crosetto e molti altri, per non dire di Martino che ormai da molto tempo è fuori dai giochi) che l’ha accusato di essere un ministro più statalista che liberista.

E non è un mistero che lo stesso Berlusconi abbia più volte considerato Tremonti un ostacolo alla linea che avrebbe voluto seguire.

Sempre facendo un piccolo sforzo di memoria, ci si ricorderebbe che nella manovra proposta in agosto da Tremonti era addirittura

‘Che tempo che fa’, Passera: no altra manovra, no frequenze tv gratis


da: Il Sole 24 ore

«Non c'è nessun altra manovra in arrivo». Lo ha detto il ministro dello Sviluppo Corrado Passera, a margine della registrazione di "Che tempo che fa", riferendosi a quanto affermato oggi dall'ex ministro dell'Economia Giulio Tremonti. «Non è che il governo - ha aggiunto - funzioni solo di manovre». Con l'ultima manovra «abbiamo messo in sicurezza l'Italia ed evitato il rischio-Grecia che era ad un passo. Abbiamo recuperato in credibilità - ha aggiunto Passera - che è un pre-requisito di tutte le altre cose».

No alle frequenze tv gratis
«Verosimilmente non tollereremo» l'assegnazione gratuita delle frequenze tv, ha poi detto Passera. Il ministro non ha risposto chiaramente circa l'intenzione di fare un'asta: «può essere una cosa un po' diversa», ha detto, aggiungendo poi «dobbiamo trovare nuovi modi». «Penso - ha concluso - che questa cosa debba essere rivista profondamente».

venerdì 16 dicembre 2011

Frequenze tv: il governo annulla il beauty contest

da: http://it.reuters.com/

Frequenze tv, ok governo a annullare beauty contest assegnazione 

Il governo ha accolto l'ordine del giorno presentato dalla Lega e sottoscritto da Pd e Italia dei valori che impegna il governo ad annullare l'assegnazione delle frequenze televisive con il metodo del beauty contest, che non prevede il pagamento da parte delle emittenti.
Il testo dell'ordine del giorno impegna il governo "ad annullare il bando di gara per l'assegnazione di diritto d'uso di frequenze in banda televisiva ed il conseguente disciplinare di gara che finirebbero per implementare a titolo gratuito la già rilevante detenzione di frequenze dei soggetti già operanti e, conseguentemente, ad annullare il beauty contest, consentendo, fermo restando che nessun soggetto a regime possa detenere più di 5 multiplex complessivamente, la conversione in DVB-H degli attuali autorizzati che operano in tecnica DVB-H procedendo ad un beauty contest DVB-H o T2 per la sesta frequenza oggetto dell'attuale gara a cui non potranno partecipare coloro che avranno optato per la precedente conversione mentre le ulteriori 5 frequenze saranno successivamente oggetto di asta a titolo oneroso".

Manovra alla Camera: il governo ottiene la fiducia


Con 495 voti a favore, 88 contrari e 4 astenuti, la Camera ha approvato le modifiche varate dalla commissione al decreto presentato dal governo Monti.
Questa sera voto finale a Montecitorio e poi il provvedimento passerà per l’approvazione del Senato.

Liberalizzazioni e frequenze televisive: una domanda a Corrado Passera


Come probabilmente saprete, alcune misure proposte nella manovra di Monti sono state stoppate perché alcune delle lobby più potenti in Italia si sono messe (come al solito) di traverso.

Sia Catricalà che Corrado Passera, hanno commentato mostrandosi pieni di “buon propositi”: andremo avanti, non ci fermeranno, ecc..
Ma nel leggere le dichiarazioni di quest’ultimo una domanda mi sovviene.

Dice Passera: “quello delle liberalizzazioni è un mondo difficilissimo dove le resistenze sono pazzesche. Quello che avevamo in mente lo porteremo fino in fondo. Ringrazio i tanti che hanno collaborato, meno chi si è messo di traverso».

Passo alla domanda: come vogliamo considerare le frequenze televisive?
Quelle che anziché essere sottoposte ad un’asta che potrebbe far incassare miliardi allo Stato saranno regalate a Rai e Mediaset.
Forse che, le frequenze televisive non siano classificabili tra le liberalizzazioni? Si vuole concedere la vendita di farmacia di fascia ‘C’ (quelli con ricetta medica) e consentire il trasporto pubblico anche a soggetti diversi dai tassisti e non si vuole, di fatto, far accedere al mercato televisivo altri operatori che non siano Rai e Mediaset e/o consentire a quelli presenti di rafforzarsi per offrire un servizio migliore e maggiormente diffuso.

Aspetto una risposta da Corrado Passera. O meglio: mi aspetto che qualche giornalista professionista indipendente e perché no, anche qualche “giornalista” che vuole fermare il duopolio Raiset, ponga la domanda a Passera e ottenga risposta.

Ritengo che Corrado Passera – e lo dimostrerà – sia il più politico tra quei tecnici. Ha una conoscenza della conduzione aziendale e anche, del mondo imprenditoriale, per il ruolo avuto sia in banche sia alla poste. Non dovrebbe metterci molto a trovare e capire alcuni meandri ancora non noti.
Con queste caratteristiche, non si può permettere di prendere per il sedere nessuno. Perché se lui conosce, c’è anche gente che conosce lui….


giovedì 15 dicembre 2011

Governo Monti: l’inizio “silenzioso” di Corrado Passera

da: Affari e Finanza – la Repubblica

Frequenze e trasporti troppi silenzi di Passera
di Massimo Riva


Il ministro dello Sviluppo, dei Trasporti e delle Infrastrutture ha svolto alla Camera una relazione importante, ma generica e per nulla esaustiva su almeno due punti cruciali. Il primo riguarda l’imminente gara che potrebbe regalare frequenze televisive gratuite al duopolio RaiMediaset. Ha detto Corrado Passera che intende approfondire la questione, ma non ha ancora raccolto "gli elementi necessari" per farlo. E’ il caso che si sbrighi perché in ballo c’è un possibile incasso per lo Stato nell’ordine di svariati miliardi: un vero tesoro di questi tempi. Vista la rapidità con la quale si è deciso, per esempio, l’intervento sulle pensioni, un ritardo sul nodo delle frequenze tv rischia di essere letto o come sudditanza del nuovo governo agli interessi di Berlusconi o come un’odiosa discriminazione classista.
Il secondo punto grigio del rapporto Passera riguarda il mercato dei trasporti. Si fa presto a dire che la parola chiave in materia è "liberalizzazione". Si vorrebbe capire meglio come il ministro intende declinarla in funzione, per esempio, del privilegio concesso ad Alitalia sulla rotta MilanoRoma, oltre che sulla minaccia che la concorrenza su questa lucrosa tratta possa essere ulteriormente compressa da intese commerciali fra la suddetta Alitalia e le Ferrovie dello Stato. Questi sono temi sui quali l’exbanchiere Passera dovrebbe già disporre di tutti "gli elementi necessari".

mercoledì 14 dicembre 2011

Il Buongiorno di Massimo Gramellini


da: La Stampa

Tagli su commissione

In Italia il modo più sicuro di non fare una cosa è istituire una commissione. Quando l’estate scorsa cominciarono le operazioni di tosatura della cittadinanza, il governo Bandana intuì che bisognava offrire un sedativo alle pecorelle smagrite. Non la riduzione immediata dello stipendio dei politici (e che, siamo matti?) ma la promessa di tagli futuri. Per uniformare l’onorevole paga ai livelli europei sarebbero bastati cinque minuti: il tempo di consultare le tabelle preparate dagli uffici della Camera. Perciò si ritenne molto più utile affidare l’arduo compito a un consesso di esperti guidato dal presidente dell’Istat.

In quattro mesi la commissione Giovannini si è riunita tre volte. La prima volta per stilare una lista dei parlamenti europei a cui ispirarsi. La seconda per affidare l’indagine conoscitiva alle ambasciate italiane, anziché a un bimbo di 6 anni che avrebbe trovato i dati su Internet in un clic. La terza, si legge sul sito del governo, per un «report sullo stato di avanzamento delle attività»: immagino che ogni ambasciatore dovrà intervistare personalmente tutti i deputati del Paese in cui abita, chiedendo loro la dichiarazione dei redditi e gli scontrini del ristorante.

Nel frattempo l’euro andava a rotoli, lo spread si impennava, il governo Bandana cedeva al governo Loden, le tasse salivano, le pensioni scendevano e i cittadini si imbufalivano. Insensibile a questi accidenti della vita, la commissione proseguiva inesorabile. Il suo responso, atteso per marzo, potrebbe persino essere anticipato a gennaio. Non si sa ancora di quale anno.

martedì 13 dicembre 2011

Manovra economica: emendamenti del governo su pensioni e Imu

da: il Fatto Quotidiano

Manovra, accordo su Imu e pensioni
Saltano le liberalizzazioni, caos farmacie
Il governo presenta un emendamento per rivalutare gli assegni fino a tre volte il minimo nel 2012. Detrazioni sulla tassazione degli immobili per un massimo di 400 euro. Tetto agli stipendi delle pubbliche amministrazioni. Saltano le liberalizzazioni, con l'eccezione della vendita dei farmaci di fascia C che bloccano il governo per ore. Probabile la fiducia

Doveva essere la manovra del rigore, dell’equità e dello sviluppo. Ma dei tre elementi del mantra montiano al momento resta solo il rigore, a gravare su Iva, pensioni e carburanti. Si aggiunge invece il caos, nella ridda incontrollata di annunci e smentite di emendamenti. Di certo, il dato che emerge ad ora è che la maggior parte delle novità previste dalla prima stesura del decreto – quella firmata dal presidente Napolitano – viene procrastinata di uno o due anni e messa in carico a successivi interventi legislativi: licenze dei taxi escluse dalle liberalizzazioni che vengono rimandate ad un nuovo provvedimento del governo, consigli provinciali in vita fino al 31 marzo 2013. E poi ancora

Governo Monti, manovra economica: metodo, contenuto e..poca vita


Inizio dal metodo per poi passare al contenuto e a una previsione che – difficilmente – sbaglierò.

Il consiglio dei ministri ha predisposto le misure, Monti ha incontrato i partiti per sottoporle e raccogliere consensi e dinieghi. Non ha effettuato la cosiddetta concertazione con le parti sociali. Non c’era tempo. Ma non cambierà sostanzialmente quando ne avrà. Nel senso che si confronterà con questi, ma non per questo si metterà a condurre lunghe ed estenuanti trattative dalle quali usciranno molteplici varianti e aborti concettuali e pratici.
I ministri del governo, non hanno inflazionato gli schermi televisivi andando a raccontare anticipazioni di misure non ancora definite, discusse, approvate, come avrebbero fatto i politichesi che li hanno preceduti. Monti ha indetto una conferenza stampa nella quale ha illustrato il contenuto della manovra.
Fin qui, per quanto mi riguarda, dal punto di vista dell’approccio – non del contenuto -: ok.
Si poteva risparmiare di andare alla “terza camera del parlamento”, cioè da Vespa. Lo ha fatto perché riteneva opportuno spiegare agli italiani il contenuto della manovra. Sede per “conoscenza” decisamente discutibile, ma è il minore dei mali.

Veniamo al contenuto della manovra.

Una manovra come quella predisposta dal governo Monti la sapremmo fare in molti. Non sono necessarie specifiche competenze ed esperienze. Prendere soldi e togliere pezzi di vita ai soliti è cosa indubbiamente facile. Rapida. E iniqua.
La motivazione, alibi, giustificazione, scegliete (è gratis) il sostantivo che preferite, addotta da Mario Monti è che il tempo a disposizione era pochissimo.
Orbene.

In pochissimo tempo, si poteva fare meglio e/o di più? Sì.
Lasciamo perdere alcune velleitarie proposte di tassare i “grandi patrimoni”, che sono solo fumo negli occhi e facile demagogia. Bisogna identificarli certi patrimoni per decidere se e come tassarli. In un paese nel quale, a oggi (non più dall’1/1/2012, se il Parlamento approverà l’art. 11 del decreto), c’è il segreto bancario, nel quale non esiste, se non parzialmente, un incrocio dati del catasto, bollette, dichiarazione dei redditi, conti correnti e depositi – giusto per fare qualche esempio - come si fa a scovare evasori ed elusori. Come si fa a tassare i grandi patrimoni.
Si poteva però, e non richiedeva troppo tempo né particolare esperienza della macchina governativa, introdurre una patrimoniale. Contenuta in termini di aliquota e proporzionale.
Ma il Pdl, il partito di Silvio Berlusconi, colui che per tre anni non ha fatto nulla per prevenire e risolvere la crisi economica esplosa solo da qualche mese in speculazione finanziaria, ha detto “no”.

E’ vero, comunque, che il tempo a disposizione di Monti era alquanto limitato e che è presidente del consiglio dal 16 novembre. 
Ciò vorrebbe dire che superata l’emergenza nuova manovra per l’Europa e i mercati, il governo Monti si impegnerà e riuscirà a governare pensando e attuando progetti che servano a “far ripartire il paese”?
Ci sarebbe da capire che significa far ripartire il paese. Che cosa s’intende per crescita.

Come acutamente osservava Landini, domenica a ‘Che tempo che fa’, abbiamo bisogno di ripensare e attuare interventi, progetti in base alla situazione sociale e ambientale nella quale viviamo. Non possiamo ragionare come se fossimo alla fine degli anni cinquanta. E fare strade e autostrade – questo lo dico io – per far vendere macchine alla Fiat.
Il governo Monti è in grado di pensare e attuare interventi per ristrutturare un paese a pezzi, muovendo così settori fermi, e nel contempo disporre misure per incentivare investimenti che consentano alle imprese italiane di tornare a essere competitive (purché non siano idealmente ferme al boom economico del secolo scorso)?
Monti e i suoi ministri sono alla loro prima esperienza della macchina istituzionalpolitica. Ne pagheranno lo scotto. Ma hanno le potenzialità in termini di conoscenza e di metodo (già si è visto in questi giorni un modo diverso di approccio e conduzione) per pensare a qualche progetto che risolva e dia slancio a settori in agonia, a pezzi di paese morti.
E se c’è qualcuno che in questo esecutivo ha competenza, metodo e capacità politica questo è Passera.
Però…

Io sono pronta a scommettere qualsiasi cifra, qualsiasi cosa, che superata la fase di cosiddetta emergenza, salvo che, che l’Europa non ci costringa ad altri interventi di medio periodo, se il governo Monti dovesse dimostrare qualche attitudine alla progettazione della cosa pubblica, salterebbe nel giro di breve. Non arriverebbe al 2013.
Perché Silvio Berlusconi, il Pdl, non ha nessun interesse, nessuna convenienza a che Monti possa riuscire anche solo in minima parte dove questi hanno fallito, per incapacità, per mancanza di volontà, per l’aver privilegiato interessi personali anziché collettivi.
Più il Pdl e la Lega, ma anche il PD potrebbe non avere particolare convenienza a un Monti efficace.
Quanto al cosiddetto terzo polo. Se Monti sarà dei loro o…se lo sarà Passera, saranno gli unici ad avere interesse a che questo esecutivo dimostri di saper fare qualcosa di più e di diverso di ciò che è stato fatto da quasi vent’anni a questa parte.  Vent’anni nei quali, i Casini, Fini, Rutelli, c’erano. O facciamo finta di dimenticarcelo?

L’onorevole (?) Maurizio Paniz: “Tremila euro al mese non ci bastano”


Proporrei una patrimoniale interamente a carico dei pensionati con un reddito mensile netto non superiore a  1.000 euro e dei lavoratori dipendenti con stipendio netto non oltre i 1.500 euro al mese.
L’importo della patrimoniale sarà versato ai poveri – di cervello e di coglioni – onorevoli e senatori che non ce la fanno a vivere con 3.000 euro al mese.
Propongo anche una misura alternativa (che poi non si dica che la società civile sa solo criticare e non è propositiva).
Il deputato Paniz e con lui coloro che non ce la fanno con 3.000 euro al mese, potrebbero presentarsi da un noto nano vecchio puttaniere molto “generoso”, il quale sarà disponibile a versare oboli.
E’ gradita l’uso della ceretta e un appropriato travestimento “stimolante”. Eventualmente, per ulteriori dettagli chiedere a Michela Brambilla, il “travestito” di Berlusconi.

da: leggonline

Bufera sul deputato Paniz
"Fra vitto e alloggio mica si campa bene con 3mila euro". A parlare è l'onorevole Maurizio Paniz. Proprio mentre impazza la bufera sull'attendismo del Parlamento per attuare la riduzione degli stipendi di deputati e senatori, il pidiellino Paniz difende sé stesso e i suoi colleghi.

lunedì 12 dicembre 2011

Manovra economica, incontro governo-sindacati: nulla di fatto, sciopero confermato


Fallisce l'incontro con il governo, sciopero confermato

I sindacati confermano lo sciopero generale unitario contro la manovra di domani. E' quanto si apprende alla fine dell'incontro tra sindacati e Governo a palazzo Chigi.

Il segretario della Cigl Susanna Camusso ha spiegato che l'incontro si è "concluso con un impegno un po’  generico" da parte del governo a tener conto di quanto chiesto dal Parlamento e dai sindacati.

"Non abbiamo trovato elementi per rimuovere lo sciopero, continuiamo la nostra battaglia". Lo ha detto Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl, al termine dell'incontro con il Governo a Palazzo Chigi.
"Riteniamo - ha aggiunto - che ci sia bisogno di molta piu' equita'. Si e' mal cominciato e l'opera è già  compromessa per metà".

"Il risultato finale" dell'incontro con il governo "è stato per noi del tutto insoddisfacente". Così Luigi Angeletti, segretario della Uil, al termine dell'incontro a palazzo Chigi, sottolineando di non avere "grandi speranze" che le richieste sindacali saranno inserite nella manovra.

In una nota di Palazzo Chigi si spiega che "il Governo ha fornito precisazioni e chiarimenti nell'intendimento di rappresentare dettagliatamente gli elementi di equità presenti nel decreto".

"La presentazione del governo ha preso le mosse dalla situazione di estrema emergenza finanziaria ed economica che ha investito il nostro paese all'interno della piu' vasta crisi europea". Il governo "ha ribadito l'imperativo di mantenere invariati i saldi del pacchetto in discussione in Parlamento, nonche' la composizione e la natura strutturale dei provvedimenti".