da: Il Fatto
Quotidiano
I tedeschi accusano: l’Italia entrò nell’euro con il
trucco
Proprio mentre Monti comincia ad arginare il rigore
della Merkel in Europa, dai cassetti della Cancelleria di Berlino escono
documenti imbarazzanti, rivelati dallo Spiegel: Kohl non si fidava dei numeri
di Prodi e Ciampi
di Sven Boll, Christian Reiermann, Michael
Sauga e Klaus Wiegrefe
Documenti di fonte
governativa tedesca appena resi noti rivelano che molti in seno alla
Cancelleria di Helmut Kohl nutrivano seri dubbi sulla moneta comune europea
quando nel 1998 si prese la decisione di introdurla. Helmut Kohl disse che
tutti avrebbero avvertito il “peso della storia, la decisione di introdurre la
moneta unica”. Il 2 maggio 1998,
a Bruxelles, Kohl e i suoi colleghi presero una
decisione di enorme importanza. Undici Paesi – tra i quali la Germania, la
Francia, il Belgio, l’Olanda, il Lussemburgo e l’Italia – sarebbero entrati a
far parte della nuova moneta unica europea.
Il peso della
storia A 14 anni di distanza “il peso della storia” si fa sentire più che mai.
Per ragioni politiche furono accolti nell’euro Paesi che all’epoca non erano
pronti. Il governo tedesco ha messo a disposizione centinaia di documenti che
vanno dal 1994 al 1998 e riguardano l’introduzione dell’euro e la decisione di
accogliere l’Italia nell’Eurozona. A leggerli si capisce che l’Italia non
avrebbe dovuto essere accolta nell’Eurozona. La decisione di accoglierla si
fondò esclusivamente su considerazioni politiche. La decisione creò un
precedente per un errore più grave due anni dopo: far entrare la Grecia. Ma Kohl
preferì dimostrare che la Germania, anche dopo la riunificazione, rimaneva
profondamente europeista, definiva la moneta comune “una garanzia di pace”.
Operazione
Auto-inganno I documenti dimostrano che Berlino conosceva bene il reale stato
dei conti pubblici italiani. L’operazione “auto-inganno” ebbe inizio
nel
I dubbi sui tagli
A Maastricht, Kohl e gli altri leader avevano fissato al 60 per cento del Pil
il tetto massimo del debito “a meno che il rapporto non evidenzi un sufficiente
grado di decremento avvicinandosi rapidamente al valore di riferimento”. Il
debito italiano era pari al doppio e tra il 1994 e il 1997 il debito era
diminuito di appena tre punti. “Un debito del 120 per cento significava che
questo criterio di convergenza non poteva essere soddisfatto – dice Stark oggi
– Ma la domanda politicamente rilevante era: possiamo lasciare fuori dall’euro
paesi fondatori della Cee?”. “Fino al 1997 inoltrato noi del ministero delle
Finanze non credevamo che l’Italia sarebbe riuscita a soddisfare i criteri di
convergenza”, dice Klaus Regling, all’epoca direttore generale delle Relazioni
finanziarie e internazionali del ministero delle Finanze. Oggi Regling presiede
il Fondo Salva Stati EFSF. Il 3 febbraio 1997, il ministro tedesco delle
Finanze osservava che a Roma “erano state completamente tralasciate misure
strutturali di taglio della spesa pubblica per evitare ricadute negative sul
consenso sociale”. Il 22 aprile in un appunto del portavoce della Cancelleria
si affermava che era “quasi impossibile” che “l’Italia potesse soddisfare i
parametri”. Il 5 giugno il dipartimento dell’economia della Cancelleria riferiva
che le prospettive di crescita dell’Italia erano “modeste” e che i progressi
compiuti in materia di consolidamento dei conti pubblici erano
“sopravvaluta-ti”.
L’inganno di Kohl
I documenti appena resi noti inducono a ritenere che Kohl abbia ingannato sia
l’opinione pubblica che la Corte costituzionale tedesca. All’epoca quattro
professori si erano rivolti alla Corte costituzionale per impedire
l’introduzione dell’euro. La richiesta era “chiaramente infondata”, dichiarò il
governo dinanzi alla Corte sostenendo che sarebbe stata giustificata solo nel
caso di un “sostanziale scostamento” rispetto ai criteri di Maastricht e che
tale scostamento “non c’era né era prevedibile”. Davvero? Dopo un incontro tra
il Cancelliere, il ministro delle Finanze Theo Waigel e il presidente della
Bundesbank, Hans Tietmeyer, il direttore della Divisione per l’economia della
Cancelleria, Sighart Nehring, osservò verso la metà di marzo del 1998 che
“l’elevatissimo debito” dell’Italia poneva “enormi rischi”. Ma il promemoria
non ebbe ripercussioni. I funzionari di Bonn affidavano le loro speranze a due
uomini che avevano iniziato a rimettere le cose a posto in Italia: il primo
ministro Romano Prodi e il suo ascetico ministro del Tesoro, Carlo Azeglio
Ciampi, già governatore per molti anni della Banca d’Italia. “Senza Ciampi
l’Italia non sarebbe mai riuscita ad entrare nell’Eurozona”, dice l’ex ministro
delle Finanze Waigel. Ciampi e Prodi ottennero risultati relativamente positivi
rispetto ai loro predecessori. Grazie alle riforme e ai tagli di spesa
riuscirono a ridurre il ricorso al credito e ad abbassare il tasso di
inflazione. Ma il paese aveva problemi ben maggiori e il governo ne era
consapevole. Infatti gli italiani nel 1997 proposero in due circostanze di
rinviare il varo dell’euro. Ma i tedeschi non accettarono. L’ex consigliere di Kohl,
Bitterlich, ricorda che i tedeschi avevano affidato a Ciampi le loro speranze:
“Tutti lo ritenevano il garante dell’Italia e in un certo senso pensavano che
sarebbe riuscito a sistemare le cose”.
Equilibrio
creativo È anche chiaro, ovviamente, che Kohl era deciso ad arrivare all’unione
monetaria prima delle elezioni del 1998. La sua rielezione era a rischio e il
suo sfidante, il socialdemocratico Schroeder, era noto per essere un
euroscettico. Alla fine gli italiani riuscirono a soddisfare, almeno
formalmente, i criteri di Maastricht grazie a qualche trucco e ad alcune
circostanze fortunate. Il paese trasse vantaggio da tassi di interesse
bassissimi e Ciampi si rivelò un creativo giocoliere della finanza pubblica.
Introdusse, ad esempio, l’Eurotassa e ideò un intelligente trucco contabile
consistente nel vendere le riserve auree del paese alla Banca centrale tassando
i profitti. Il deficit di bilancio di conseguenza diminuì. Anche se in ultima
analisi Eurostat non avallò questi stratagemmi, simbolicamente si ebbe la
conferma di quello che era il fondamentale problema italiano: il bilancio non
era in equilibrio, ma gli effetti speciali avevano prodotto conseguenze
positive.
“Ingresso
inaccettabile” Questa realtà non sfuggì ai funzionari della Cancelleria.
In un promemoria datato 19 gennaio 1998, Bitterlich sottolineava che la
riduzione del deficit si fondava essenzialmente sull’Eurotassa e sui tassi di
interesse che erano diminuiti molto più che in altri Paesi. Poche settimane
dopo, alcuni rappresentanti del governo olandese si misero in contatto con la
Cancelleria e chiesero un “incontro riservato”. Il segretario generale del
primo ministro olandese e il sottosegretario alle Finanze volevano esercitare
pressioni su Roma. “Senza misure aggiuntive da parte dell’Italia tali da dare
prova della sostenibilità sul lungo periodo del consolidamento, allo stato
attuale l’ingresso dell’Italia nell’Eurozona è inaccettabile”, sostenevano i
funzionari olandesi. Kohl, temendo che fallisse il suo più importante progetto
dopo la riunificazione, respinse queste obiezioni. Disse agli olandesi che il
governo francese lo aveva avvertito che la Francia, in caso di esclusione
dell’Italia, si sarebbe ritirata dall’unione monetaria.
La pausa dopo lo
sforzo Nella primavera del 1998, Eurostat certificò che gli italiani erano in
linea con i criteri in materia di deficit fissati dal Trattato di Maastricht.
Ciò significava che “non c’era più ragione di impedire l’ingresso dell’Italia
nell’euro”, ricorda Waigel. Dopo che questo ostacolo era stato superato, “gli
italiani potevano rivendicare il diritto giuridico di entrare nell’Eurozona fin
dall’inizio”, ricorda oggi Regling. Tre mesi dopo, quando l’Italia si era
assicurata l’ingresso nell’euro, il problema venne a galla. Il 10 luglio 1998
l’ambasciatore Kastrup disse ad alcuni funzionari di Bonn che l’Italia era in
fase di “stagnazione” e che il governo italiano “si stava prendendo una pausa
dopo lo sforzo straordinario fatto per soddisfare i criteri di Maastricht”. La
pausa divenne lo status quo.
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