martedì 31 agosto 2021

Le categorie dei non vaccinati e l'obbligo vaccinale

 

 

Premessa: sono vaccinata (seconda dose da metà luglio) e ho il green pass. Personalmente non ero certo entusiasta di vaccinarmi (le uniche vaccinazioni risalgono all'infanzia), ma, per "difetto" di nascita e educazione, ho ritenuto che valesse la pena rischiare qualche lieve malessere per tutelare la mia salute e quella delle persone che mi sono vicino, delle persone che incontro. Devo dire che mi è andata bene. Il giorno successivo alla prima e alla seconda dose ho avuto solo un po' di malavoglia. Ma nulla che abbia condizionato a tal punto la mia giornata multitask.

Ciò premesso.

Credo che gli italiani non vaccinati si possano distinguere sostanzialmente in qualche categoria.

Una parte di italiani è composta dalle teste di cazzo no vax. Sostanzialmente individualisti che pensano che la libertà sia quella di fare ciò che si vuole quando si vuole, che non capiscono che la libertà è anche la mia e delle persone vaccinate che hanno il diritto di non correre rischi. Non capiscono o – da perfetti coglioni individualisti – se ne fregano.

A parte questa fascia di ideologi dell'individualismo, ben rappresentati politicamente da Meloni e Salvini, c'è una parte di italiani che si può catalogare come i cagasotto. La paura degli effetti collaterali è tale che evitano di vaccinarsi. Mi piacerebbe sapere quanti di coloro che non si sono vaccinati per paura sono maschi e quanti femmine. Mi punge vaghezza che

domenica 29 agosto 2021

Coco Chanel: la gente crede...

 

 

La gente crede che io abbia trovato tutte le porte aperte, ma la verità è che le ho spinte

 

 

venerdì 27 agosto 2021

Afghanistan, Alberto Negri: Disfatte e bugie dell'amico americano

 


da: https://ilmanifesto.it/

La fine tragica della "bolla" afghana. Bilancio umano e morale: per il New York Times gli afghani in pericolo sarebbero 300 mila, evacuati circa 70mila. Gli americani circa 10mila, 4mila già usciti dal Paese

Come ha dimostrato l’inutile G-7 di martedì 24 agosto, agli Usa degli alleati importa poco e niente, e ancora meno degli afghani, altrimenti avrebbero pensato prima a evacuarli e a tenere in piedi le loro forze armate. Si era capito il 2 luglio scorso, quando abbandonarono di notte la grande base di Bagram staccando luce e acqua senza avvertire l’esercito afghano. Un messaggio chiaro: avevano deciso di lasciare l’Afghanistan al buio e all’oscurantismo dei talebani.

Questi erano nella sostanza gli accordi di Doha voluti da Trump: un exit deal senza condizioni e senza strategia.

La vicenda afghana è una storia di disfatte e di bugie, molte avallate dai politici e dai media occidentali. La scadenza del 31 agosto non l’hanno decisa i talebani: in un primo momento Biden aveva indicato quella dell’11 settembre, ventennale degli attacchi del 2001, per dare un significato simbolico al ritiro, poi, sentendosi sicuro di sé, ha anticipato al 31 agosto. La Casa Bianca ha agito in maniera pessima di fronte al crollo delle forze locali, iniziato da almeno un paio di mesi. Il capo della Cia e quello dello Stato Maggiore avevano già avvertito che il governo Ghani stava disgregandosi.

Perché si sono ritirati in questo modo?

mercoledì 25 agosto 2021

Breve guida a Dazn: di chi è, che vuol fare, quanto perde

 


 

da: Il Fatto Quotidiano – di Lorenzo Vendemiale

Il gruppo di Len Blavatnik è arrivato oltre il miliardo di dollari di ricavi, ma è in rosso per 1,4. In Italia la scommessa è quella di Tim: spingere la fibra

Le partite della Serie A, il bene più prezioso che ci sia per l’italiano, per i prossimi tre anni sono nelle mani di un ex oligarca russo, che ha costruito la sua fortuna partendo dalle macerie dell’Urss e cavalcando le onde del capitalismo occidentale, e ora si è messo in testa di costruire la Netflix dello sport, progetto che in Italia, per volontà del grande alleato Tim, significa catapultare dall’oggi al domani un Paese con un digital divide imbarazzante nel futuro dello streaming. Per gli avidi patron della Serie A, che di fronte al malloppo non ci hanno pensato troppo a consegnargli le chiavi del campionato, stiamo in una botte di ferro. Per i tifosi riottosi al cambiamento, per cui si stava sempre meglio quando si stava peggio (il monopolio di Sky e le urla di Caressa sono ricordati praticamente come l’età dell’oro), siamo rovinati.

L’ERA DI DAZN, cioè del pallone in streaming, è cominciata come tutti si aspettavano: disagi, proteste, addirittura interrogazioni parlamentari. Sembra di essere tornati al 2018, con l’aggravante di tre anni di inutili prove generali, all’esordio balbettante nel campionato italiano di Dazn, entità astratta che ancora non è entrata nel cuore degli italiani. Lev Blavatnik è convinto che ci riuscirà presto, e non per caso è diventato uno degli uomini più ricchi del pianeta.

Se la politica diserta l’addio a Gino Strada e va in massa al meeting di CL

 


da: https://www.tpi.it/

Alla camera ardente allestita per Gino Strada si sono presentate circa undicimila persone. Sapete quanti rappresentanti del governo o delle massime istituzioni sono state presenti? Zero. Zero assoluto. Del resto, visitare Gino Strada mentre il mondo ha gli occhi sulle macerie afghane dovute all’avidità dell’Occidente è qualcosa che richiede un certo pelo sullo stomaco, una capacità di dissimulazione che viene difficile perfino ai politici più spericolati.

Gino Strada, del resto, come dice sua figlia, va benissimo come icona da morto, come andava bene da vivo solo mentre era chiuso in sala operatoria. Altrimenti toccherebbe rispondere alle accuse che per tutta la vita ha brillantemente argomentato contro i signori della guerra che ora si mettono in posa mentre prendono in braccio i bambini davanti alle televisioni del mondo.

La politica, si sa, si compie votando in Parlamento, decidendo al governo, scegliendo le parole da usare e decidendo dove essere presenti (e dove non essere presenti) e i politici nostrani erano tutti, ma proprio tutti, a baciare la pantofola di Comunione e Liberazione al meeting di Rimini.

Massimo Fini: a Kabul il baco era l'Occidente

 


da: Il Fatto Quotidiano

Marco Travaglio scrive in coda all'articolo di Massimo Fini: "Caro Massimo, i lettori lo sanno benissimo, ma siccome gli articoli del Fatto vengono vivisezionati ogni giorno dal Tribunale Supremo del Politicamente Corretto, è bene precisare per questi cretini che quella sulle verghe sacre è una battuta. Ripeto: battuta. (M. trav.)

Battuta decisamente pertinente....

 

da: Il Fatto Quotidiano

“Un liberale che pretende che tutti siano liberali, non è un liberale: è un fascista.” (Il Ribelle dalla A alla Z).

Agli illustri colleghi che si occupano dell’Afghanistan descrivendo in coro i vincitori talebani come la feccia della Terra vorrei fare una domanda semplice semplice. Abbiamo visto tutti le scomposte fughe di massa di migliaia di afghani che accerchiano l’aeroporto di Kabul, disposti a calpestarsi l’un l’altro pur di raggiungere un qualsiasi luogo che non sia in Afghanistan.

Bene. Quando nel 1996 dopo aver sconfitto i “signori della guerra” il Mullah Omar, che mi pare fosse un talebano, prese il potere a Kabul, non ci furono “fughe di massa” (né di frange della popolazione) né ci furono durante i 6 anni in cui governò il Paese. Allora che cos’è cambiato in questi 20 anni? Gli illustri colleghi dovrebbero porsi qualche domanda e darci una risposta.

martedì 24 agosto 2021

Milano: il "nuovo M5S" di Conte appoggia il sindaco ztl....

 

Al momento non ho osservazioni in merito alla scelta verticistica di Giuseppe Conte di Layla Pavone, candidata sindaco di Milano per il M5S. Potrebbe essere un fenomeno o una schiappa.

Mi pare però evidente che la Pavone non arriverà manco al ballottaggio. Ma non si può "sprecare" il suo curriculum, ergo, come scrive TPI un accordo è stato fatto.

L'attuale sindaco di Milano – Giuseppe Sala – il sindaco ZTL, quello dei grandi progetti che fa riqualificare in maniera discutibile alcuni quartieri di Milano "dimenticandosi", come sempre, delle reali necessità e priorità, sarà appoggiato dal M5S all'eventuale secondo turno elettorale. In cambio – ovviamente – di adeguata poltrona a Palazzo Marino.

Nel caso non fosse chiaro da questo post, non voterò per Sala: nè al primo, nè al secondo turno.

Sul pediatra Luca Bernardo è meglio che non mi esprimo perchè ho ricordi del codice civile. Mi auguro che nel suo mestiere di pediatra abbia più capacità ed efficacia che come avversario di Beppe Sala. Essere l'avversario dell'attuale sindaco di Milano non è certo

Patto Conte-Sala a Milano: il M5S darà l’appoggio al ballottaggio e avrà un posto in giunta

 


da: https://www.tpi.it/

Nel Movimento 5 Stelle uno vale uno? Mica tanto. La scelta della candidata sindaco grillina a Milano, Layla Pavone, è stata presentata agli elettori come molto lineare. In realtà è stata piuttosto tortuosa: a puntare fortemente su Pavone è stato l’ex premier, ora leader dei Cinque Stelle, Giuseppe Conte, che ha deciso di destituire di fatto la candidata scelta dagli attivisti milanesi, Elena Sironi, consigliera uscente del Municipio 4, mettendo al suo posto appunto la consigliera d’amministrazione del Fatto quotidiano.

Il punto non è, però, il legame diretto tra Pavone (che ha già annunciato le sue dimissioni dal Cda del giornale) e Marco Travaglio, grande sostenitore e a detta di molti influentissimo consigliere di Conte. Il punto è la decisione del neo-presidente del M5S di intervenire a “gamba tesa”.

Lo scopo è quello di non fare la guerra a Beppe Sala e di trovare un accordo per il secondo turno. A Milano il dialogo tra Pd e Cinque Stelle è stato sempre molto difficile e Sironi era considerata candidata fin troppo combattiva. E a Conte serviva una tregua con i dem

Renzi e Iv contro i talebani, ma tacciono sui compari sauditi



da: Il Fatto Quotidiano – di Fabrizio Esposito

Lapidazione, decapitazione oppure crocifissione se viene commesso uno di questi reati: “blasfemia, apostasia, corruzione, stregoneria, rapina, distribuzione e/o consumo di alcol, furto, pratiche sessuali come adulterio, sodomia e omosessualità e reati legati alla droga”.

Lapidazione, decapitazione oppure crocifissione se viene commesso uno di questi reati: “blasfemia, apostasia, corruzione, stregoneria, rapina, distribuzione e/o consumo di alcol, furto, pratiche sessuali come adulterio, sodomia e omosessualità e reati legati alla droga”.

Il nuovo Afghanistan sanguinario e oscurantista dei Talebani? No, l’Arabia Saudita rinascimentale che può contare vari amici come Matteo Renzi e Italia Viva, fedeli sudditi del principe assassino Mohammed bin Salman. Tra i Paesi che recepiscono la fatidica Shari’a nel loro diritto o nello loro consuetudini tribali c’è infatti anche il regno che paga il capo di Iv. Ma dell’Arabia Saudita non c’è traccia nelle intervistone che ieri Renzi e pure Maria Elena Boschi hanno rilasciato rispettivamente ad Avvenire e Il Giornale. Due sassi e due misure, per rimanere in tema di lapidazione. Ora l’emergenza sono i Talebani e così sembra che solo nel povero Afghanistan sia in atto una crudele repressione contro le donne.

Zaki: legale, confermati altri 45 giorni di reclusione

 

da: https://www.ansa.it/

Amnesty, governo italiano condanni l'accanimento

La custodia cautelare in carcere per Patrick Zaki è stata rinnovata di altri 45 giorni. Lo ha comunicato all'ANSA una legale dello studente egiziano dell'Università di Bologna, Hoda Nasrallah.

"45 giorni", "è ufficiale", ha scritto in messaggi la legale lasciando intendere che, prima della chiusura degli uffici della Procura, è riuscita a farsi dare da cancellieri la notifica dell'esito dell'udienza svoltasi ieri.

"Rinnovo la richiesta al governo italiano di esprimere condanna per il grave accanimento nei confronti di Patrick e di usare questi altri 45 giorni per fare finalmente tutte le pressioni necessarie". Lo dice all'ANSA Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia.

domenica 22 agosto 2021

Patrick Zaki in cella da più di 550 giorni e tutto tace: tra l’inerzia della politica e i rapporti “idilliaci” Roma-Cairo. La sorella: “È tornato il silenzio, siamo smarriti”

 


da: https://www.ilfattoquotidiano.it/ - di Pierfrancesco Curzi

È passato più di un anno e mezzo dall'inizio della detenzione dello studente egiziano e nessuno spiraglio sembra aprirsi per la sua liberazione. La sorella a ilfatto.it: "Il caso di mio fratello ha zero trasparenza e supporto". Amnesty: “Armi, risorse energetiche. Intanto Italia ed Egitto hanno fatto progressi nei rapporti”

“C’è qualcosa di molto più grande di Patrick e del suo attivismo dietro la sua detenzione, ne sono convinta. Tanti prigionieri come lui vengono rilasciati mentre su mio fratello pende ancora la minaccia di una sentenza di condanna e di una lunga carcerazione. Come detenuto politico, il caso di Patrick ha zero trasparenza e supporto, considerando che le accuse nei suoi confronti sono un’enorme montatura”. Marise Zaki inizia a prendere coscienza di come il suo amato fratello maggiore possa essere finito dentro un complesso e sottaciuto gioco tra le parti, dove le parti sono i due Paesi coinvolti nel suo caso, Italia ed Egitto, e i loro rispettivi interessi. La detenzione di Patrick Zaki ha superato un altro anniversario simbolico, un anno e mezzo dal suo arresto appena sbarcato, il 4 agosto 2020, all’aeroporto internazionale del Cairo. Zaki rientrava per una breve vacanza/visita ai suoi familiari dopo aver trascorso i sei mesi precedenti a Bologna dove aveva appena terminato la prima sessione di esami di un corso Erasmus all’Università di Bologna.

Alcuni suoi, presunti, post anti-regime pubblicati sui social dall’Italia gli stanno costando la

Il Meeting “green” lo paga chi fa affari con trivelle e gas

 


da: Il Fatto Quotidiano – di Stefano Vergine

Rimini - La kermesse di Cl promuove la “sostenibilità”, ma i suoi principali sponsor - da Intesa a Eni - puntano su petrolio e metano

La parola più frequente nei titoli dei convegni è “sostenibilità”. Se si analizzano i nomi dei finanziatori del Meeting di Comunione e liberazione, però, abbondano le società che fanno affari estraendo o finanziano i combustibili fossili, molto poco sostenibili perché responsabili principali del cambiamento climatico.

Partiamo dai “main partners” dell’evento ciellino. Tra i quattro principali sponsor ci sono Intesa Sanpaolo e Generali, grandi finanziatori di progetti legati a carbone, gas e petrolio. La banca guidata da Carlo Messina nel solo 2020 si è esposta nei confronti del settore fossile per 5,4 miliardi di euro (per metà finanziamenti e per l’altra metà investimenti), hanno documentato in uno studio pubblicato nell’aprile scorso le associazioni Greenpeace e ReCommon. A luglio l’istituto di credito ha annunciato che smetterà di concedere prestiti alle aziende che estraggono carbone, ma solo a partire dal 2025. “Sono cose che servono a poco se prima della loro entrata in vigore si concedono finanziamenti a mega-progetti che mettono a repentaglio il clima, l’ambiente e le comunità locali”, hanno commentato le due ong. Il riferimento è a uno dei principali progetti in cui Intesa è coinvolta: l’Arctic LNG-2, che punta a trivellare l’Artico, tra i luoghi più delicati del pianeta.

Giovanni Valentini: La lobby Fiat liquida il glorioso “Espresso” e sega Stampubblica

 


da: Il Fatto Quotidiano

“Alla carta stampata spetta la funzione di recuperare il sentimento del tempo, una memoria del passato che sola permette di dare una visione prospettica del futuro”. (Eugenio Scalfari alla Facoltà di Scienze umanistiche dell’Università La Sapienza – Roma, 22 aprile 2009)

La smobilitazione annunciata da Gedi, il gruppo editoriale che fa capo alla famiglia Agnelli e a cui appartengono i quotidiani la Repubblica, La Stampa, Il Secolo XIX oltre al glorioso settimanale L’Espresso, assomiglia per certi versi a quella ben più precipitosa e drammatica degli Stati Uniti dall’Afghanistan. Più che un ritiro, anche questa è una fuga.

Nel nostro caso, una fuga dalla carta stampata; dalla libertà d’informazione; da quel pluralismo che va sempre più soffocando sotto l’assalto delle lobby padronali: cioè di quegli editori “impuri” che, tranne rare eccezioni, s’impadroniscono dei giornali per fare affari in altri campi e curare i propri interessi economici, finanziari, imprenditoriali.

A poco più di un anno dalla sua costituzione, e a cinque dall’infausta maxi-fusione che partorì l’ircocervo di “Stampubblica”, ora Gedi intende ridimensionare drasticamente gli organici redazionali e progetta addirittura di vendere L’Espresso, fondato nel 1955 da Arrigo Benedetti ed Eugenio Scalfari. Una bandiera per diverse generazioni di

sabato 21 agosto 2021

Anche l'occhio vuole la sua parte 😉 : Theo James

 

Sanditon     



Quelli che “coi talebani non si dialoga” ma in realtà lo fa già tutto il mondo. Compreso Draghi col dittatore Erdogan

 


da: https://www.tpi.it/

La feroce polemica contro Giuseppe Conte sulla sua presunta (e in realtà inventata) “apertura ai talebani” è una strepitosa patacca che merita di essere studiata con attenzione. Nel senso che è frutto di una operazione di sapiente ritaglio che ha cambiato radicalmente il senso della frase dell’ex premier, prima stravolgendolo, e poi addirittura ribaltandolo.

Nel giro di 24ore, infatti (accade da due giorni, e non ancora è finita) non c’è testata che non abbia riportato una pioggia di critiche a questa frase, che la abbia sottratta al contesto in cui era detta, e privata di quello che prima e dopo Conte diceva nel discorso. Ed ecco il lavoretto di forbici: “(Occorre) “coltivare – diceva Conte – un serrato dialogo con il nuovo regime in Afghanistan che appare, almeno a parole, su un atteggiamento abbastanza distensivo”. Letta così, senza sapere cosa dicesse Conte nel suo discorso, si potrebbe dire: una frase maldestra. Perché l’aggettivo “distensivo”, riferito ad un regime sanguinario, ovviamente stride.

Ma bastava aggiungere la frase successiva a quella incriminata perché il senso del discorso si ribaltasse completamente: 1) “Dopo – diceva Conte – valuteremo se per esempio, gli accordi di Doha fatto dagli americani nel 2020 sono stati sbagliati nei contenuti e troppo concessivi nei confronti dei talebani”. 2) “Dopo valuteremo se si poteva ottenere di più o no, se si poteva prevedere, come credo possibile, un esito così rapido”. 3) Dopo valuteremo “se si poteva insistere di più con le armi della diplomazia e del sostegno finanziario ed economico”.

Alberto Negri: Da tempo l’Occidente è amico dei peggiori talebani del mondo

 


da: https://ilmanifesto.it/

Afghanistan. I «turbanti neri» sono eredi della nostra storia. E hanno preso il potere negli anni Novanta a Kabul grazie al Pakistan legato a fil doppio ad al Qaeda (governava l’«eroina» Benazir Bhutto). Draghi «chiederà consiglio» nel G20 a Paesi arabi amici come l’Arabia saudita: chiediamo a oscurantisti truculenti di farsi paladini dei diritti delle donne e della libertà di opinione?

Siamo tutti talebani? Nel senso che da tempo l’Occidente è amico dei peggiori talebani del mondo? Pare di sì. Gli Usa, la Nato, l’Italia, vendono armi e lisciano il pelo a monarchie assolute e oscurantiste come l’Arabia Saudita. Mohammed bin Salman tortura e fa a pezzi un giornalista, Renzi si fa pagare da lui e lo definisce un “principe del rinascimento”. In fondo siamo tutti talebani, basta che paghino.

Sarebbe ora che ci dicessimo in faccia la verità: i talebani li abbiamo voluti noi occidentali con i nostri alleati arabi, quelli ricchi beninteso, dei poveracci non sappiamo che farcene.

L’ossessione del comunismo un tempo era tale che gli Usa e l’Occidente avrebbero fatto carte false pur di far fuori Mosca. La jihad in Afghanistan l’abbiamo fomentata e sostenuta negli anni Ottanta per sconfiggere i sovietici. Gli arabi pagavano i mujaheddin, il Pakistan ospitava i gruppi radicali, gli Stati Uniti dirigevano le danze.

ALL’EPOCA Osama bin Laden era un alleato benemerito perché la sua famiglia

Alessandro Di Battista: Chi è interessato davvero al popolo afghano dovrà parlare con i talebani. Il resto è ipocrisia

 

Concordo e sottoscrivo...

 

da: https://www.tpi.it/

 


Anche la prima vittima della guerra in Afghanistan è stata la verità. Una verità che ancora oggi, nonostante i nodi siano tutti venuti al pettine, viene vilipesa, oltraggiata, assassinata. Gli Stati Uniti e i suoi servi sciocchi non hanno bombardato l’Afghanistan (così come l’Iraq, la Libia o la Siria) per eliminare il terrorismo, la shari’a, il burqa o per garantire diritti umani. E chi ancora si beve questa balla è complice dei padroni e padrini del pianeta.

Dal crollo del muro di Berlino in poi – con la conseguente disgregazione dell’Unione sovietica – Washington ha semplicemente giocato a RisiKo muovendo le truppe dove ha ritenuto fosse geo-politicamente conveniente.

I talebani, che piaccia o meno, non avevano nulla a che vedere con l’attentato alle Torri gemelle, così come Saddam Hussein non possedeva armi chimiche, anche perché, nel silenzio (e in parte la compiacenza) dell’Occidente, le aveva già usate per fermare la controffensiva iraniana durante la guerra Iraq-Iran e per sterminare la popolazione curda di Halabja.

mercoledì 18 agosto 2021

Afghanistan, Giuliana Sgrena: L’Urss lasciò i tank gli Stati uniti un futuro nero

 


da: Il Manifesto

La cartina geografica che segna in rosso l’avanzata dei taleban fa venire i brividi. La prospettiva che potessero entrare nel governo già rappresentava un futuro nefasto per il paese. Ma ora c’è di peggio: la presa del potere assoluto da parte dei cosiddetti studenti coranici.

Che non siano cambiati rispetto a più di vent’anni fa lo si vede nelle zone occupate: in quella che era considerata la Svizzera dell’Afghanistan, Bamyan, i teleban sono entrati, promettendo ai locali rispetto se avessero accettato il loro controllo e invece hanno razziato i loro raccolti, soprattutto quelli delle albicocche che insieme all’uva di Kandahar sono prodotti di eccellenza in Afghanistan. Anche se scettica la popolazione non è in grado di opporsi all’avanzata dell’orda islamica, anche perché i soldati sono i primi ad arrendersi.

Vent'anni fa arrivando in Afghanistan, lungo le strade c’erano i carri armati abbandonati dall’Armata rossa in ritirata nel 1989. Avevamo visitato a Kabul anche quella che era la mastodontica ambasciata dell’Unione sovietica, occupata poi da senzatetto. Allora ci aveva sorpreso la speranza suscitata dall’intervento americano tra le donne, non perché credessero alla «liberazione dal burqa» uno degli slogan più ipocriti che hanno accompagnato l’avanzata delle truppe occidentali, ma perché, allora come adesso e purtroppo a ragione, pensavano che non potesse esserci niente di peggio dei taleban. Come dar loro torto avendo visitato Kabul al tempo dei taleban?

Paolo Giordano: Le nostre false promesse di futuro alle ragazze e ai ragazzi afghani

 


da: https://www.corriere.it/

Hanno creduto che avremmo protetto il loro stile di vita. Fin quando non ce ne siamo andati per ragioni ancora più nebulose di quelle che ci avevano portato lì

Sono stato in Afghanistan due volte, nel dicembre 2010 e un anno più tardi, a fine 2011. Nel mezzo del periodo che, a posteriori, è stato il culmine di intensità di questa guerra lunghissima. Una guerra che, qui, abbiamo sempre avvertito lontana, astratta. Raccoglievo materiale per un libro e il dubbio da cui avevo iniziato il processo era proprio quello: l’estraneità che io, come molti altri, avvertivo verso un conflitto che tuttavia si prolungava già da un decennio e del quale, che ci piacesse o no, anche noi italiani eravamo parte, con un contingente allora di quasi 3 mila soldati. Una guerra che era iniziata nel passaggio simbolico della mia maggiore età, combattuta dai miei coetanei, e che non accennava a finire.

Bene, ora è finita davvero e nel più disgraziato dei modi. Ricordo che, parlando con i soldati italiani laggiù, prima nella base di Herat poi in un avamposto angusto e pericoloso in Gulistan, cercavo di indagare quali fossero, secondo loro, le ragioni della nostra presenza. A che cosa servisse quella missione. Non si trattava di una domanda del tutto legittima da rivolgere a dei militari, lo sapevo, eppure continuava ad apparirmi una domanda sensata. Le risposte spaziavano dalle schermaglie più rigide («è il nostro mestiere»), alla retorica

Nichi Vendola: Afghanistan, la fiera della viltà

 


da: https://www.huffingtonpost.it/

Vigliacca fu la guerra per esportare la democrazia, vile la fuga bipartisan dell'Occidente e la resa firmata da Trump e attuata da Biden

In queste ore drammatiche per l’Afghanistan e per il mondo intero penso con rabbia alla retorica con cui vengono sempre confezionate le guerre. E alle menzogne di Stato con cui si occultano gli interessi indecenti che sono dietro le quinte di ogni guerra. E penso con ancora più rabbia al conformismo e al clima emergenziale che, in tempo di guerra, mettono il bavaglio alla democrazia. Chi criticava la guerra in Afghanistan e poi in Iraq veniva additato come disfattista, anti-patriottico o persino complice dei terroristi. Gino Strada era un utopista esagitato: e oggi, da morto, va considerato come un santo ma non letto con le lenti della politica (povero Gino, spogliato del senso delle sue parole e delle sue azioni e collocato su una nuvola, con una aureola in testa!). E noi della sinistra radicale eravamo grilli parlanti da schiacciare col martello del pensiero unico della guerra umanitaria e democratica.

Quando vedo le immagini devastanti della folla in fuga da Kabul o dell’assalto all’aeroporto penso a una parola che uso raramente: viltà. Vigliacca fu la guerra con cui dicevamo di “esportare democrazia” mentre esportavamo artiglieria pesante e supponenza coloniale. In cambio abbiamo importato, in tutto l’Occidente, l’artigianato del terrore e abbiamo dato argomenti all’islamismo imbottito di tritolo. Vile fu cercare i nemici

Gino Strada, Moni Ovada: "non so chi siano i 36 Giusti, ma so che lui è uno di loro"

 


Tratto dal Manifesto

"Una tradizione khassidica afferma che il mondo si sostiene su 36 giusti, si chiamano lamedvavnik, dalle lettere ebraiche lamed e vav che formano insieme il numero trentasei. Non si sa chi siano, a quale ceto appartengano, se siano semplici o con una alta formazione culturale, ma hanno una caratteristica comune. Sanno che la relazione sociale e umana muovono a partire dall’altro da sé, che il riconoscimento e l’accoglimento dell’alterità è valore primo. Il giusto è un essere umano che è pronto a rischiare la propria vita per la salvezza di un suo simile, in questo senso Gino Strada era un giusto nel significato più radicale del termine.

L’altro esprime il livello più intimo della sua essenza e del suo senso quando è oppresso, perseguitato, diseredato, sfruttato, ferito, mutilato."