lunedì 21 maggio 2018

Berlusconi, dal mercato pubblicitario alle torri di trasmissione ecco gli interessi dell’ex premier nella partita del governo


da: https://www.ilfattoquotidiano.it/ - di Fiorina Capozzi e Paolo Fior

Innanzitutto le televisioni, ma non solo. Gli interessi economico-finanziari di Silvio Berlusconi e della sua famiglia sono molteplici e, da sempre, molto ben presidiati. Se appare scontato che una modifica della legge Gasparri, i cui tetti pubblicitari vennero costruiti su misura proprio per favorire Mediaset, avrebbe un impatto diretto e immediato sul gruppo, non bisogna credere che rivestano minore importanza partite quali il rinnovo del consiglio Agcom (l’Autorità di garanzia delle comunicazioni) in scadenza il prossimo anno o la questione della perdita dei requisiti di onorabilità dell’ex Cavaliere che, come effetto collaterale, ha aperto un contenzioso con Bce e Banca d’Italia sulla partecipazione del 29,9% in Banca Mediolanum (le autorità di vigilanza hanno imposto la vendita del 20%), contenzioso che per effetto della piena riabilitazione dovrebbe però ora chiudersi senza conseguenze.

E se il Milan è stato ormai ceduto ai cinesi finanziati dal fondo Elliott, quello stesso fondo che è recentemente entrato a gamba tesa nella partita Telecom

sabato 19 maggio 2018

Più repressione che giustizia, meno democrazia: l’Italia nel contratto Lega-M5S


da: https://www.glistatigenerali.com/ - di Alessandro Calvi


È un peccato che in così tanti si siano concentrati sulle cose economiche e si siano un po’ distratti – per così dire – con la propaganda sullo spread, perché invece nell’accordo di governo tra Lega e M5S ci sono molte cose notevoli: cose notevolmente di destra, e cose persino reazionarie. C’è, in generale, un’idea di Italia schiettamente autoritaria. C’è una idea di giustizia la cui ispirazione vira verso la repressione. C’è una idea di società tutta legge e ordine che però guarda soprattutto alla forma delle cose, lasciando sullo sfondo le persone. C’è una idea di cultura come fenomeno sostanzialmente economico, tanto che si confonde col turismo. Ma la cosa più notevole di tutte è certamente la sterilizzazione – quasi una abolizione di fatto – della democrazia parlamentare. Dunque, si può partire da qui.

A ciò, infatti, si arriverebbe con l’introduzione del vincolo di mandato, oggi significativamente proibito direttamente dalla Costituzione, nell’articolo 67.

Elezioni 2018, contratto di governo M5S e Lega: testo definitivo



Il testo in pdf - Clicca qui per scaricarlo

Björk: It’s Oh So Quiet

martedì 15 maggio 2018

Amici 2018: dove la mediocrità regna, al centro del programma ci sta il coautore occulto...


Di divertente relativamente ad Amici ci sono solo i commenti nel web. Alcuni denotano una conoscenza dei meccanismi, scontatamente volgari, volgarmente scontati, della signora Fascino, altrove definita De Pippis.

La “nostra Mariaaahhh” è riuscita a prevalere negli ascolti solo nella serata di assenza della Carlucci che ha lasciato il posto all’Eurosong Contest. La signora Fascino ha ridotto la durata del sesto serale così che il suo pubblico passasse su Rai1 dove c’erano Ermal Meta e Fabrizio Moro, partecipanti italiani all’euro festival ma, guarda caso, autori/cantanti/giudici passati da Amici.

Del serale ho visto qualche video qua e là. Anche se volessi vedere le puntate la De Filippi me lo impedisce. La signora Fascino è talmente alla canna del gas che ha pensato di non caricare le puntate nel web. Se vuoi vedere Amici devi stare a casa o registrarlo. Poretta!
Nel sito di Mariiiaaahhh si trovano alcuni video di esibizioni, ma se vuoi farti due risate o avere la conferma che i meccanismi della De Filippi sono più che scoperti ci sono i commenti in alcuni siti. Ovviamente, non mi riferisco al sito di Davide Maggio. Le mancate vittorie della De Filippi sulla Carlucci stanno facendo risparmiare la saliva a Davide Maggio…..per non parlare di altri siti e giornalisti o presunti tali che non possono piegarsi e acclamarla in ginocchio. A loro va il mio minuto di raccoglimento.

Allora..che si diceva…
Nelle scorse settimane è successo che nel momento in cui le coreografie si sono fatte “più costruite” (parole di Tommassini) i due brocchi sono usciti: Valentina e Luca. Valentina era inguardabile. Sgraziata, scoordinata. Inammissibile che fosse arrivata al serale. Manco doveva essere selezionata.
Quanto a Luca. Non è un ballerino. Nella migliore delle ipotesi è un acrobata. Le strade sono piene di acrobati come lui. Migliori di lui.

Quindi, cambio di rotta. Non più la finale precostituita: Luca contro Lauren, bensì Bryan contro Lauren.

La “quasi” flat tax costa 50 miliardi e la metà dei risparmi andrebbe ai redditi più alti



Anche la “quasi” flat tax costa 50 miliardi
di Massimo Baldini e Leonzio Rizzo

La “quasi” flat tax sarebbe uno dei punti centrali di un possibile governo Lega-M5s. La metà dei risparmi andrebbe ai redditi più alti, mentre quelli della classe media sarebbero modesti. E si aprirebbe un buco di 50 miliardi nei conti pubblici.

Due scaglioni
Le discussioni sulla formazione del nuovo governo sembrano confermare che la flat tax sarà uno dei punti centrali del programma. Da quanto si legge sui giornali, il futuro governo punterebbe a una “quasi flat tax”, con due scaglioni: fino a 80mila con aliquota del 15 per cento, oltre 80mila euro con aliquota del 20 per cento. La base imponibile sarebbe costituita dal reddito familiare e non da quello individuale come per l’attuale Irpef. Ciò potrebbe porre problemi di costituzionalità, perché penalizzerebbe le coppie sposate (che dovrebbero sommare i propri redditi e quindi più facilmente sarebbero sottoposte alla maggiore aliquota). Su questo aspetto si veda quanto ha scritto recentemente Dario Stevanato.
Oltre che dalle due aliquote, la progressività sarebbe realizzata da una deduzione di 3mila euro che va moltiplicata per il numero dei componenti se il reddito familiare è inferiore a 35mila euro, per il solo numero di quelli a carico nel caso di reddito familiare tra 35mila e 50mila euro, zero oltre questa cifra. Sembra inoltre che il bonus Renzi sopravvivrà.
È prevista una clausola di salvaguardia che permetterà ai redditi bassi di calcolare l’imposta secondo le attuali regole, se più convenienti.

Giulio Regeni, in 200 digiunano con la madre Paola per l’attivista Fathy



Circa 200 persone, secondo quanto riferito all’agenzia ‘Dire’ dal gruppo Verità per Giulio Regeni, hanno già aderito al digiuno a staffetta lanciato da Paola Deffendi Regeni e dal suo avvocato Alessandra Ballerini per la liberazione dell’attivista egiziana Amal Fathy. Arrestata al Cairo l’11 maggio scorso insieme al figlio di tre anni e al marito, Mohamed Lotfy, poi scarcerati, Fathy è accusata di “terrorismo” dopo aver pubblicato un video su internet in cui denunciava le autorità egiziane di non difendere le donne dalle molestie sessuali. Sembra un’altra, però, la vera causa per cui Fathy è finita nel mirino delle forze di sicurezza egiziane: suo marito è il fondatore della Commissione egiziana per i diritti e le libertà e consulente legale al Cairo della famiglia Regeni. 

Il suo arresto è avvenuto a pochi giorni dall’arrivo in Egitto del sostituto procuratore di Roma Sergio Colaiocco, oggi al Cairo per recuperare le immagini di videosorveglianza che potrebbero rivelare dettagli sulle circostanze della sparizione del ricercatore friulano. Il corpo di Giulio Regeni è stato ritrovato con evidenti segni di tortura sulla strada tra il Cairo e Alessandria il 3 febbraio 2016. “Sembra una maniera per colpirci. Se il problema sono i video di quelle telecamere se li tengano. L’importante è che liberino subito Amal” ha dichiarato l’avvocato Ballerini il 13 maggio, annunciando la protesta. 

domenica 13 maggio 2018

Marco Travaglio: “Chi riabilita chi”


da: Il Fatto Quotidiano

Se fossimo dei berlusconiani dell’antiberlusconismo, oggi parleremmo di toghe azzurre e di (in)giustizia a orologeria. Invece per fortuna siamo immuni dal virus, dunque prendiamo la decisione del Tribunale di Sorveglianza per quello che è: un fatto tecnico che prima o poi doveva arrivare e che, per i suoi effetti pratici, si limita ad anticipare di qualche mese ciò che sarebbe comunque accaduto l’anno prossimo, allo scadere dei sei anni di incandidabilità previsti dalla legge Severino.
Lo sapevamo tutti che, nell’estate del 2019, B. sarebbe tornato candidabile ed eleggibile per legge. E che, se la legislatura non si fosse interrotta prematuramente, avrebbe preso uno a caso dei suoi eletti nell’uninominale e l’avrebbe “convinto” a dimettersi per candidarsi al suo posto alle elezioni suppletive in quel collegio. Cosa che pare si appresti a fare ora.
Dopodiché, all’atto pratico, non cambierà nulla, come dopo la sua espulsione dal Senato: B. in Parlamento non ha quasi mai messo piede neppure quand’era deputato e continuerà a non mettercelo neanche se sarà rieletto, perché la vita parlamentare lo annoia e l’idea di valere 1 su 945 lo fa impazzire. Quanto al presunto effetto acchiappavoti della sua riacquisita eleggibilità, fa semplicemente ridere: se il 4 marzo FI, con tanto di “Berlusconi Presidente” nel logo sulla scheda, ha toccato il minimo storico di consensi (continuando a perderne negli ultimi due mesi), non è perché B. non fosse eleggibile, ma perché l’87% dei votanti l’ha visto come un pericolo pubblico o almeno come un fallito, anche un po’ bollito.

Berlusconi riabilitato, ora si può candidare


tratto da: Adnkronos

Silvio Berlusconi potrà di nuovo correre per le elezioni. A deciderlo il Tribunale di Sorveglianza di Milano. Sono state cancellate le conseguenze della condanna del 2013 legata al processo sul diritti Mediaset che aveva fatto scattare l'incandidabilità per l'ex premier prevista dalla cosiddetta legge Severino.

Il Tribunale di Sorveglianza di Milano che ha concesso la riabilitazione a Berlusconi, dopo la condanna per frode fiscale nel processo relativo ai diritti tv Mediaset, ha dato atto dell'espiazione della pena e dei risarcimenti alle parti civili e ha considerato non ostativo il fatto che sia ancora sotto processo per il caso Ruby. E' quanto emerge da fonti giudiziarie. Nel provvedimento, di quattro pagine, si fa riferimento a tre relazioni di servizio delle questure di Milano e Roma e dei carabinieri di Arcore in cui si dà atto della 'buona condotta' del leader di Forza Italia. Un requisito necessario per concedere la riabilitazione che estingue le pene accessorie e ogni altro effetto della condanna, inclusa la legge Severino, e restituisce all'ex premier la possibilità di candidarsi alle elezioni.

domenica 6 maggio 2018

Aldo Grasso: La Rai dei 5 Stelle e le picconate di Anzaldi



Ma ci sono o ci fanno? Luigi Di Maio invia questa lettera ai suoi parlamentari: «Nelle ultime ore abbiamo saputo che sono di nuovo partite le richieste ai Tg Rai di fare servizi contro di noi. Negli ultimi 50 giorni ci avevano trattato con i guanti bianchi perché avevano paura che andassimo al Governo e sostituissimo i direttori. Lo faremo molto presto grazie a una legge finalmente meritocratica».
Meritocrazia è parola grossa, se si pensa al curriculum di Di Maio. Sostituzione o spoils system, invece, è pratica antica, anche per gli ultimi arrivati, essendo da sempre la Rai considerata bottino di guerra.

Chi si erge a difesa di Viale Mazzini? Il nostro picconatore preferito, l’immarcescibile Michele Anzaldi del Pd, che se la prende con i grillini per la loro «bulimica foga spartitoria». Anzaldi? Sì, proprio lui, l’uomo che giorno dopo giorno ha attaccato l’ex dg della Rai Antonio Campo Dall’Orto, fino

sabato 5 maggio 2018

La rinascita della Grecia è una lezione per l’Italia



Un report dell’Ocse da poco pubblicato racconta il recupero dell’economia ellenica, la cui crescita per il 2019 doppierà quella italiana. La strada è ancora lunga, ma il percorso di Atene - tutto, non solo i tagli - va guardato con grande attenzione, soprattutto da noi
di Francesco Cancellato, Linkiesta per Upday

C’è un Paese in cui la crescita del Pil, nel 2018, sfonderà il muro del 2%, arrivando al 2,3% nel 2019, doppiando quella prevista per l'Italia. In cui la disoccupazione, sempre nel 2019, scenderà sotto il muro del 20%. In cui il rapporto tra debito e Pil, sempre tra un anno e mezzo, supererà la soglia del 170%, arrivando al 168,3%, con un avanzo primario di bilancio del 4,5%.

Questo Paese è la Grecia, e nonostante sia la Cenerentola d’Europa che in ogni classifica ci permette di non dire che siamo i peggiori del continente, non possiamo che esserne felici. È l’OCSE a certificare in un suo report appena pubblicato, chel’economia di Atene “si sta riprendendo”, che gli sforzi mostruosi del popolo greco, dopo una crisi altrettanto mostruosa - e gestita malissimo dalle istituzioni internazionali - non sono stati vani.

La colf di Fico e le tre insopportabili ipocrisie della politica italiana


da: http://www.linkiesta.it/it/

La vicenda di Imma, la colf del presidente della Camera, rivela il legalismo impossibile dei Cinque Stelle, i problemi di un capo politico editore Tv come Berlusconi, e i pretesti un po’ farlocchi a cui si attacca un Pd in crisi di proposte e di idee
di Francesco Cancellato

Aspettando Godot e un governo che forse non arriverà mai - siamo a due mesi dal 4 marzo e ancora al punto di partenza - forse vale la pena soffermarsi qualche minuto sulla storia minima della colf del Presidente della Camera Roberto Fico. In estrema sintesi: questa donna, secondo una delazione anonima, lavorerebbe in nero nella casa in cui vive la compagna di Fico, a Napoli. Lei, raggiunta dalle telecamere, dice di avere un contratto regolare, laddove la versione del Presidente della Camera è che questa tale Imma e la sua compagna Yvonne «sono persone che hanno un’amicizia insieme molto forte e molto bella». È evidente che uno dei due menta, forse entrambi. Ma non è questo il punto. Il punto è che questa storia minima scoperchia, in un colpo solo, tutte le ipocrisie della politica italiana. E sì, forse vale la pena enumerarle, una per una.

martedì 1 maggio 2018

Ma c’è ancora qualche pirla che non ha capito chi sia Matteo Renzi (e qualcosa su Matteo Richetti)



Ma c’è ancora qualche idiota che non ha capito che a Renzi non gliene frega niente del paese, che non gliene frega niente di ciò che può essere utile alla collettività, che non gli frega niente di nulla e di nessuno se non di se stesso.

Ciò che conta per lui è solo essere il vincitore. L’unico vincitore. Le parole – scarse – con le quali “ammette” la sconfitta derivano dal credere che, comunque, lui è superiore e ce la farà ancora. L’assenza totale di autocritica è la dimostrazione del suo egocentrismo che lo porta a credere  - in maniera totale e assoluta  - di non avere la benché minima responsabilità in ciò che succede per effetto delle sue azioni, delle sue scelte, delle sue imposizioni.

E vorrei anche capire se c’è in giro qualche pirla che pensava che Renzi si fosse realmente dimesso.

Il PD è suo e lui decide che farne. I suoi “compagni” di partito che si stanno “opponendo” alle direttive che domenica ha espresso a Che tempo che fa, sono ancora più penosi del degno figlio di Berlusconi quale è Matteo Renzi. Dovrebbero essergli grati perché la sua funzione, da quando ha preso il potere nel PD, è stata ……l’accanimento terapeutico. Di questo si è trattato.

mercoledì 25 aprile 2018

Marina Berlusconi e di Battista: la figlia del Berlusca ha mai letto libri di storia?


E’ comprensibile.
A Marina Berlusconi non sono piaciute le affermazioni sul padre Silvio fatte da Alessandro Di Battista. Lo ha definito “il “male assoluto”.
Ovviamente, la figlia ha esternato. Sostenendo che: “mio padre si è conquistato un posto nei libri di storia, del signor Di Battista non credo che su questi libri troveremo grandi tracce”.

Che dire. Ha ragione. Suo padre si è conquistato un posto nei libri di storia.
Ma anche Totà Riina avrà un posto nei libri di storia. Se la signora Marina Berlusconi avesse letto qualche libro di storia, si sarebbe accorta che ci si può finire in tanti modi, per tanti motivi. Per aver rappresentato il bene o…per aver rappresentato il male. Assoluto o no. 

Bullismo, è evidente che Michele Serra non frequenta i poveri


da: Il Fatto Quotidiano – di Alex Corlazzoli

Papa Giovanni XXIII era un maleducato. Così lo sarebbero anche padre Enzo Bianchi, figlio di poveri, ed Ermanno Olmi che ha avuto una madre operaia e un padre ferroviere.

Il fighetto teorema usato da Michele Serra nella sua prima versione dell’Amaca non lascia spazio ad interpretazioni: “Il livello di educazione, di padronanza dei gesti e delle parole, di rispetto delle regole è direttamente proporzionale al ceto sociale”. Così ha scritto il giornalista, che il giorno dopo ha tentato di mettere una pezza dopo le critiche confermando la visione di uno che ragiona alla maniera di chi non conosce e non frequenta i ceti sociali poveri. D’altro canto Serra ha fatto il liceo Manzoni a Milano e sarei curioso di sapere che scuola ha fatto fare ai suoi figli.

La penna di Repubblica ha usato questo indegno teorema per giustificare un’altra tesi fighetta a proposito degli atti di intimidazione di alunni contro professori: “Non è nei licei classici o scientifici, è negli istituti tecnici e nelle scuole professionali che la situazione è peggiore”.

Sia chiaro la nostra società è classista. Nessuno lo vuole negare, ma ho l’impressione che il giornalista che vive tra Milano – dove è cresciuto – e il piacentino – dove ha una terra di molti ettari, che si diverte a coltivare quando ha tempo – non conosca la dignità e la fatica di quegli operai che magari non sanno il latino e il greco ma hanno insegnato per prima cosa ai loro figli il rispetto per l’altro. Ho la sensazione che non abbia mai messo piede allo Zen di Palermo dove Giovanni tra mille sacrifici ha lottato per riuscire a fare le scuole superiori e oggi insegna ad altri ragazzi il riscatto sociale. Ho il dubbio che a casa di una famiglia di ceto sociale non pari al suo non abbia mai pranzato e chissà come se la immagina. E chissà se è mai stato in un professionale o in tecnico per parlare in quel modo.

Michele Serra: Perché non è classista denunciare le disuguaglianze nella scuola dei bulli


da: la Repubblica del 22 aprile  

Una mia recente Amaca sulle aggressioni agli insegnanti ha sollevato, su alcuni giornali e sui social, una rovente discussione. In estrema sintesi: ho attribuito alla «struttura fortemente classista e conservatrice della nostra società» il maggiore tasso di aggressività e di indisciplina che si registra (stando alle cronache) nelle scuole tecnico-professionali e nelle medie inferiori rispetto ai licei, frequentati quasi solo «dai figli di quelli che hanno fatto il liceo». Poiché, scrivendo una nota di 1.500 caratteri, si è costretti a evitare la zavorra dell’ovvio, non ho aggiunto che esistono fior di liceali screanzati e arroganti, e borgatari gentili e brillanti che ogni professore vorrebbe avere nella sua classe. Mi interessava dire del macro-fenomeno, e in buona sostanza, non citandolo, di ripetere l’antica lezione di don Milani sulla “scuola di classe” (vale ricordare, in proposito, recenti polemiche su alcune auto-promozioni di eleganti licei romani e milanesi, orgogliosi di avere nelle proprie aule alunni, come dire, ben selezionati socialmente).

L’Amaca di Michele Serra sulle intimidazioni ai professori


Pubblico l’Amaca di Serra che ha suscitato reazioni e a seguire la sua replica a Luca Telese nonché un articolo di Corlazzoli sul Fatto Quotidiano.
Io mi limito a commentare che non trovo scandalose le osservazioni di Serra, che però pare dimenticare che atteggiamenti violenti o di prepotenza, maleducazione, diseducazione civica, arrivano anche dal quel ceto sociale che…frequenta i licei e non gli istituti tecnici.
E visto che Michele Serra abita a Milano, vorrei ricordargli che alcuni anni fa dei ragazzi “bene”, di quelli che frequentano i licei classici o scientifici, hanno allagato  i bagni della scuola provocando danni.
Quei ragazzi figli del benessere, frequentavano il liceo Parini nella centralissima Milano, zona Brera.
Michele Serra farebbe bene a ricordarsi questo episodio e se andasse a ripescare nella cronaca ne troverebbe altri.

da: la Repubblica del 20 aprile 2018

Tocca dire una cosa sgradevole, a proposito degli episodi di intimidazione di alunni contro professori. Sgradevole ma necessaria. Non è nei licei classici o scientifici, è negli istituti tecnici e nelle scuole professionali che la situazione è peggiore, e lo è per una ragione antica, per uno scandalo ancora intatto: il livello di educazione, di padronanza dei gesti e delle parole, di rispetto delle regole è direttamente proporzionale al ceto sociale di provenienza. Cosa che da un lato ci inchioda alla struttura fortemente classista e conservatrice della nostra società (vanno al liceo i figli di quelli che avevano fatto il liceo), dall'altro lato ci costringe a prendere atto della menzogna demagogica insita nel concetto stesso di "populismo".

lunedì 23 aprile 2018

Milano, “com’è bella la città” per i disabili che devono usare i mezzi pubblici



Disabili, a Milano il mezzo pubblico è un’incognita. “Vuole usare la metro? Chiami mezz’ora prima”
Per essere certi del funzionamento di montascale e pedane bisogna chiedere ad Atm poco prima di partire. E nell'interscambio del passante a Porta Venezia (gestito da Trenord) ascensore fermo da 20 giorni: disservizio non segnalato
di Renato La Cara

Impossibile essere sicuri di poter viaggiare in metropolitanaprogrammando in anticipo gli spostamenti con la carrozzina. Per sapere se si riuscirà ad arrivare a destinazione bisogna aspettare il giorno stesso del viaggio e telefonare all‘Atm mezz’ora prima di uscire di casa. Solo in quel momento è possibile accertarsi che sia tutto funzionante: ascensori, montascale, sollevatori, pedane. E che ci sia un operatore per l’assistenza. Ecco uno dei principali problemi incontrati dalle persone con disabilità motoria che viaggiano sui mezzi pubblici di Milano. Così, ad esempio, un ragazzo disabile che deve spostarsi per partecipare ad una gita di istruzione non ha la certezza di riuscire a prendere la metro insieme alla propria classe. E’ vincolato ad una telefonata last minute di verifica dell’effettiva accessibilità della fermata di partenza e di quella di destinazione.

“Senza una telefonata da fare poche decine di minuti prima di partire – spiega a Ilfattoquotidiano.it l’ufficio infoline di Atm che si occupa delle informazioni e supporto al trasporto pubblico dei passeggeri con disabilità – si rischia di trovare qualche disservizioe di non potersi spostare liberamente”.

Trattativa Stato-mafia: i due volti della sentenza di Palermo



Giustizia e ingiustizia. Trattativa Stato-mafia, i due volti della sentenza di Palermo
di Danilo Paolini

Ha retto, forse un po’ a sorpresa, l’impianto accusatorio costruito dalla procura della Repubblica di Palermo per dimostrare che nei primi anni 90 lo Stato trattò con "cosa nostra" per disinnescare la strategia stragista di quest’ultima. Una trattativa effettivamente ci fu, ci dice il verdetto emesso ieri pomeriggio dalla Corte di assise del capoluogo siciliano, e riguardò gli allora vertici del Ros dei Carabinieri, che avrebbero fatto pressioni sui governi dell’epoca. E Marcello Dell’Utri, stretto collaboratore di Silvio Berlusconi, tra i fondatori di Forza Italia e poi parlamentare della stessa forza politica, già condannato in via definitiva cinque anni fa per concorso esterno in associazione mafiosa. Dell’Utri, dunque, dopo la vittoria del suo partito alle elezioni politiche del 1994, sarebbe stato il "portavoce" delle minacce dei boss presso il primo governo Berlusconi.

Ma le sentenze vanno rispettate fino in fondo. Allora va affermato con chiarezza che quella di ieri non ci dice (e, date le premesse, non poteva dircelo) che i contatti con i boss Riina, Bagarella, Cinà e con l’ex-sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino – le "rivelazioni" talvolta false o non riscontrate del figlio di quest’ultimo, Massimo, sono state alla base del processo concluso ieri – furono tenuti, esperiti o avallati da esponenti di governi della Repubblica. E questo è un elemento essenziale, anzi imprescindibile nell’ambito di un procedimento che si è protratto per cinque anni tra mille polemiche (anche tra gli stessi magistrati inquirenti), troppi veleni e autentici drammi umani.

sabato 21 aprile 2018

Milano, Assicurazioni Generali contro Guenzati: firma la petizione per salvare il negozio più antico di Milano



Salviamo la ditta Guenzati, il negozio più antico di Milano 

Clicca il link per firmare la petizione



Questo è il grido che giunge a Milano da ogni parte d'Italia e non solo, forte dei 31.069 voti raccolti lo scorso anno nel censimento popolare de "I Luoghi del Cuore 2016", promosso dal FAI, nel quale la storica bottega ha ottenuto lo straordinario 5° posto a livello nazionale, il 1° assoluto in Lombardia, il 1° assoluto ed incontrovertibile a Milano, nonché il 1° posto nella categoria dei negozi storici d'Italia da tutelare.

In altre parole tutti si oppongono alla dipartita della Ditta Guenzati da Via Mercanti, ma chi sta in alto fa finta di non sentire; non tiene per nulla in considerazione la voce di coloro che credono ancora nella storia e nelle tradizioni, convinti invece che le botteghe storiche siano gioielli inestimabili da conservare e tutelare, in quanto veri tesori identitari e territoriali delle nostre città. 

La lunga storia della Ditta Guenzati inizia durante il Ducato di Milano sotto il governo asburgico, quando nel lontano 1768 Giuseppe Guenzati decide di aprire una bottega di tessuti col proprio nome nell'antica Contrada dei Fustagnari al fondaco n.1677. Sopravvissuta nel corso degli anni alla dominazione austriaca e a quella napoleonica, e alle successive due guerre mondiali, la sua affascinante storia si snoda attraverso due secoli e mezzo, da poco prima della Rivoluzione Francese fino ad arrivare ai giorni nostri. 250 anni durante i quali la Ditta Guenzati, grazie alla grande passione e professionalità dei suoi proprietari e dei suoi collaboratori si è guadagnata una meritata fama che è andata ben oltre i confini nazionali divenendo col passare del tempo un punto di riferimento unico sia per i tessuti di finissima qualità che per gli accessori d'abbigliamento di marcato stampo anglosassone di alta artigianalità.

mercoledì 18 aprile 2018

Marco Travaglio: Chi muore si rivede



Toh, chi si rivede: il Pd. Quando ormai disperavamo di trovare traccia del secondo partito italiano, votato dal 18,7% degli elettori, s’odono dal Nazareno i primi timidi vagiti e qualche prudente pigolio. Martina, Calenda, Fassino, Serracchiani, Rosato, oltre agli antemarcia Emiliano e Boccia e ai più recenti aperturisti Orlando e Franceschini.
Segnali di vita, o almeno di coma vigile. Anche dal fronte renziano. E in quale direzione? Quella di un dialogo con i 5Stelle, la forza politica da sempre più vicina o meno lontana alle idee e ai valori del centrosinistra. Che, se finora non se n’era accorto, è perché non aveva idee e si era scordato i valori, a furia di copiare da B.. Noi, modestamente, l’avevamo scritto più di un anno fa, subito dopo il trionfo del No al referendum. L’unica via d’uscita per Renzi, in alternativa al ritiro dalla politica prima promesso e poi smentito, era un bell’esame di coscienza e un ritorno alle (sue) origini. Quelle del rottamatore anti-casta e anti-establishment che si era presentato alle primarie del 2012 e 2013 come l’ultimo salvagente del Sistema dalla marea montante dei 5Stelle: fronteggiando Grillo senza demonizzarlo, anzi copiandogli le idee per fargli concorrenza. Se Renzi torna Renzi e riavvolge il nastro fino al 2013 – dicevamo – rimangiandosi o correggendo le politiche berlusconiane del suo governo e ripartendo dalla lotta alle diseguaglianze, ai privilegi, alle mafie, alle lobby, alla corruzione, all’evasione, ai conflitti d’interessi, alle grandi opere inutili, non potrà che trovare un’intesa col M5S e risparmiarci un triste ritorno al passato berlusconian-leghista.

Alitalia, un anno buttato (dal PD) e 900 milioni dei contribuenti



di Marco Giovanniello

Il prestito ponte, concesso dallo Stato ad Alitalia quasi dodici mesi fa, è stato messo sotto osservazione da parte dell’Unione Europea, che vuole appurare se si tratta di un aiuto di Stato, come tale concorrenza sleale e vietata.

I meccanismi di Bruxelles sono lenti, ma perfettamente prevedibili. Quanto accade ora era assolutamente scontato, qualche linea aerea concorrente avrebbe lamentato la violazione delle regole del gioco e la procedura comunitaria sarebbe partita. Era altrettanto certo che non sarebbe successo subito, che dunque si sarebbe potuto guadagnare tempo, evitando la chiusura di Alitalia e la messa a terra degli aerei che altrimenti sarebbe stata inevitabile all’inizio del maggio 2017.

Il prestito si chiama “ponte” perché doveva permettere ad Alitalia di scavalcare il mare di guai e trovare un compratore. La sua restituzione con gli interessi era stabilita dopo sei mesi, ma è stato invece prorogato e aumentato a novecento milioni. Ora che si avvicina pure la scadenza della proroga, il Governo Gentiloni si accinge a rinviarla a fine anno.