“Ritrovare
la voce e farsi sentire”
Ma l’autore di questo articolo si rende
conto che non c’è giorno nel quale non vi sia notizia di indagini per truffa,
corruzione, a tutti i livelli della politica.
Alzare la voce? Mi sa che dobbiamo “imparare”
da greci e spagnoli. Non è più tempo di tirare monetine perché non siamo a
Tangentopoli, siamo al ladrocinio di Stato della seconda repubblica. Da
spazzare via…
da: La Stampa
Il silenzio di fronte agli scandali
Francesco Manacorda
Ma che fine ha
fatto a Milano e dintorni la tanto decantata «società civile»? Perché di fronte
all’ondata di malcostume e di malaffare che si solleva dai palazzi della
politica locale tacciono anche le voci di quella che un tempo era una borghesia
imprenditoriale e delle professioni che guardava idealmente a Nord dei propri confini
e alla quale buona parte d’Italia guardava a sua volta con non poche speranza?
L’ultimo
arresto di ieri per un’accusa - più Calabria che Baviera - di voto di scambio,
con tanto di tariffario delle preferenze veicolate dalla ’ndrangheta, si aggiunge
a scandali seri e grotteschi (vedi alla voce Nicole Minetti) e certifica
l’ennesimo colpo al potere di Roberto Formigoni. Cinque assessori delle sue
giunte arrestati in otto anni, rendono sempre più debole la linea difensiva del
presidente
della Lombardia, che derubrica d’abitudine ogni inciampo della sua
squadra a responsabilità personali. La condanna a dieci anni di reclusione
appena inflitta al sodale Pierangelo Daccò per la spoliazione del San Raffaele
potrebbe traslare sul piano politico responsabilità penali.
Il bel record
di quattordici consiglieri regionali indagati a vario titolo su un totale di
ottanta allarga il discredito anche al di fuori dello schieramento del
governatore.
Ma mentre la
lunghissima stagione del formigonismo mostra segnali inequivocabili della sua
fine, quel che colpisce è proprio il silenzio che circonda la parabola di un
sistema di potere. Quelle stesse categorie che più di tutte le altre dovrebbero
essere colpite e ferite da quello che rivelano le inchieste giudiziarie, non
foss’altro perché il rapporto inquinato tra affari e politica mina alla base
ogni prospettiva di leale concorrenza e distorce in modo definitivo il mercato,
non hanno invece reazioni apprezzabili.
Del resto
appare quasi impossibile trovare oggi nella capitale economica d’Italia, poteri
«forti» che siano in grado di confrontarsi con il sistema costruito da
Formigoni nei tre lustri e mezzo di sua permanenza al Pirellone. Le grandi
banche, piegate prima sotto il peso della crisi finanziaria e adesso anche
sotto quello di una congiuntura economica che affonda la lama nei loro bilanci,
sono tutte concentrate verso azioni di risanamento interne. Quel che resta del
capitalismo manifatturiero e dei suoi addentellati finanziari appare impegnato
in battaglie talvolta feroci che scardinano il vecchio assetto dei patti di
sindacato e si rivelano spesso come lotte per la sopravvivenza.
Se dalla grande
impresa si passa a quel popolo di professionisti e partite Iva che dovrebbe
costruire parte integrante della borghesia, il discorso cambia poco. Ripiegati
su se stessi anche per la necessità di far fronte alla crisi economica, i ceti
professionali non trovano del resto un’offerta politica che intercetti la loro
domanda e affondano anzi nella grande palude dell’antipolitica.
Pesa
probabilmente anche la difficoltà a fare i conti con un insuccesso collettivo:
ancora pochi anni fa il mondo delle imprese offriva aperture di credito forti
al governo regionale lombardo, come dimostra lo sterminato elenco di industriali
e finanzieri che aderì al Comitato strategico per la competitività istituito
proprio da Formigoni. E chi, come la Lega, ambiva a dar voce proprio ai ceti
produttivi del Nord ha preferito - almeno fino a ieri sera - tirare a campare
nel governo della Lombardia, stretta fra tatticismi elettorali e strategie
politiche di incerto destino.
La
degenerazione all’ombra del Pirellone, sulla quale pesano anche gli allarmi
della Procura milanese - ripetuti ancora ieri da Ilda Boccassini - riguardo
alle infiltrazioni della criminalità organizzata nel mondo politico ed
economico lombardo, merita però una risposta rapida. Chi produce e lavora
nell’area più avanzata del Paese e vede arretrare vistosamente il sistema di
governo ha il dovere, forse prima ancora del diritto, di ritrovare la voce e
farsi sentire.

Condivido pienamente il contenuto di questo articolo..me lo chiedo anche io...di fronte ai 450 licenziamenti che la nuova proprietà dell'Ospedale San Raffaele di Milano attuerà nel prosssimo dicembre...dove è questa società civile? Rimangono solo coloro che nella sanità privata vogliono lucrare sulla pelle degli ammalati e dei dipendenti in nome del liberismo più sfrenato dove il Dio denaro impartisce le regole! Il 24 ottobre 2012 i dipendenti del comparto sciopereranno per di NO ai licenziamenti e alla riduzione dell'Ospedale e dei suoi livelli di eccellenza.
RispondiEliminaVedi il video:
http://www.youtube.com/watch?v=6ntPtRJAqHU