da: la Repubblica
L'altro apartheid che mette a rischio il Sudafrica
Neri contro più neri
di Daniele Mastrogiacomo
Johannesburg Marikana come Soweto. La violenza della polizia contro chi sciopera, scende in piazza, rivendica diritti essenziali, inalienabili. Salari più alti, migliori condizioni di vita. Una casa degna di questo nome: quattro mura con un tetto, elettricità, acqua, un sistema fognario. Non è così. In Sudafrica la realtà non cambia, resta immutata negli anni. Con una differenza che stride e fa pensare. Il progetto del paese dei mille colori è fallito? La fine dell’apartheid è stata un’illusione? Nel 1976 furono gli studenti neri della storica township a cadere sotto i colpi degli agenti bianchi. Nel 2012 sono i minatori neri a essere falciati dai poliziotti di colore. Nadine Gordimer, la grande scrittrice simbolo della lotta antirazzista, premio Nobel per la letteratura nel 1991, riesce ancora a inorridirsi nonostante i suoi ottantanove anni: «Non avrei mai immaginato di assistere a un simile massacro. Di vedere neri che uccidono neri. Poliziotti contro operai».
Ci volevano trentaquattro
morti, saliti a quarantacinque in cinque settimane di sciopero lungo la
“cintura del platino”, nella regione di Rusternburg, nord ovest del paese, per
scuotere le coscienze e riesumare il fantasma dell’apartheid. Lo gridano i
ventisettemila minatori mentre invadono il grande stadio di Marikana. Le mani
in alto in segno di tregua. I bastoni, le lance, i machete, le zappe agitate in
aria come simboli di battaglia. Ne parlano i delegati della Cosatu, la
Federazione sindacale sudafricana legata all’African national congress (Anc),
riuniti nel più drammatico congresso della storia a Johannesburg. «Quei morti»,
dice il presidente Jacob Zuma
con enfasi studiata, «ricordano a molti di noi
scene che credevamo definitivamente seppellite ma che la storia ci ha
restituito come uno schiaffo». Perfino i dirigenti della Lonmin, la
multinazionale anglo-americana terza produttrice di platino al mondo, simbolo
di una battaglia che ha scosso il Sudafrica, parlano di «shock», di «sveglia
che ci ha posto davanti a situazioni drammatiche».
Il dramma sono migliaia di
baracche fatte con assi di legno, cartoni e lamiere. Sorgono alla rinfusa, in
mezzo agli sterpi, ciuffi di alberi, colline artificiali create dalla terra di
rimessa delle miniere. Punteggiano, con la loro dignitosa povertà, questa
immensa pianura che si perde all’infinito. Dovevano costituire gli avamposti
dei futuri quartieri che lo Stato e le multinazionali delle miniere si erano
impegnati a costruire. Piccole città che avrebbero ospitato le migliaia di
lavoratori giunti da ogni angolo del Sudafrica per strappare al sottosuolo i
minerali di cui l’industria del benessere, del lusso, della tecnologia ha
bisogno.
Impegni disattesi, promesse
rinviate e poi tradite. Dalla classe nera al potere. Non dai dirigenti politici
di un regime razzista che quasi un secolo fa sull’apartheid fondò la sua ascesa
e la sua tirannia, fino a trasformarla in una dottrina giuridica che regolò la
più odiosa discriminazione tra la popolazione a seconda del colore della pelle.
Neri e coloured (indiani, meticci) costretti per legge a usare bus diversi dai
bianchi, a frequentare scuole separate, a vivere in quartieri isolati, a
sostare su marciapiedi e incroci a loro riservati. Per non parlare del lavoro,
dei negozi, degli ospedali, dei matrimoni, delle aspirazioni, degli stessi
sogni. Bianchi e neri divisi su tutto. Per evitare contaminazioni, miscugli,
diritti, pretese. La purezza della razza che non andava persa, inquinata,
svilita. Le coscienze di alcuni leader illuminati, l’indignazione
internazionale, l’isolamento e il boicottaggio commerciale fecero leva su un
risveglio collettivo che riuscì a sconfiggere quello che in afrikaans, la
lingua parlata dai bianchi sudafricani, significa letteralmente “separazione”.
Non fu una passeggiata: la scelta della lotta armata da parte dell’Anc, il
partito fondato da Nelson Mandela, con la nascita di un’ala militare, la
Umkhonto we Sizwe, naugurò la stagione degli attentati e delle rivolte armate.
Il lungo cammino verso la libertà, descritto da Madiba nella sua autobiografia,
fu segnato dal sangue e dai morti. La maggioranza nera si fece coraggio e si
ribellò. Pagò un altissimo prezzo. Ma solo la saggezza e l’acume politico di
due uomini diversi e al tempo stesso simili riuscirono a trasformare il
Sudafrica in una moderna democrazia. Evitarono un massacro. Il trapasso, una
vera rivoluzione, fu incruento. Impensabile in quegli anni e in pieno spirito
razzista. Frederick de Klerk, l’ultimo presidente dell’apartheid, capì che con
la pace (e la rinuncia al potere dei bianchi) avrebbe conquistato un posto nei
libri di storia. Glielo suggerì sua moglie: la grande donna che c’è sempre
dietro un grande uomo. Una scelta vincente. Incontrò Nelson Mandela, trattò
l’accordo, lo liberò dal carcere. Insieme suggellarono una svolta che ha
resistito anni e ha trasformato il paese in un gigante economico del pianeta e
nel simbolo del riscatto. A loro fu assegnato il Premio Nobel per la pace nel
1994.
Il potere, chiosò a suo tempo Giulio Andreotti, logora chi non c’è l’ha. Ha logorato, invece, la classe dirigente sudafricana: la leadership dell’Anc, padrona del campo dal 1994 quando stravinse le prime elezioni libere. Lo sviluppo tecnologico, il mondo degli affari, la presenza di mille minerali che rendono questa terra ricca e appetibile, hanno corroso la classe media nera emersa dalle ceneri dell’apartheid. Oggi sono i nuovi ricchi. Il business ha fatto dimenticare le grandi sacche di povertà che resistono e si amplificano. Le fortune non sono state distribuite, il neo liberismo è stata un’illusione che è fallita anche qui. Le undici tribù del Sudafrica hanno fatto valere il loro peso politico. Che si è tradotto in favori, nepotismi; fino alla corruzione, alle truffe, al peculato.
Oggi l’apartheid torna sotto spoglie diverse: non più neri contro bianchi, ma ricchi contro poveri e poveri contro poverissimi. Ci sono almeno due milioni di immigrati dai paesi vicini, come lo Zimbabwe, la Somalia, il Mozambico, che affollano le nuove township. Sono gli ultimi nella scala sociale del moderno Sudafrica. Ricattati, disposti a salari di fame, diventano il bersaglio della rabbia di chi è rimasto ai margini del benessere e dello sviluppo. Popolano i nuovi insediamenti abusivi attorno alle miniere. Hanno subito gli attacchi dei minatori in sciopero perché crumiri: volevano andare a lavorare per non essere rimandati negli Stati da cui erano fuggiti. Erano reduci dalle violenze nella furibonda caccia all’uomo che vide uccisi a bastonate, impiccati agli alberi, bruciati vivi oltre trecento clandestini. Neri contro neri. Poveri contro poverissimi. I ricchi, bianchi e neri, osservano distratti. Chiusi nelle loro isole protette da guardie armate, fili spinati e cavi elettrici. Fuori ci si scanna per sopravvivere. La violenza è stata una costante nella storia sudafricana. Ci si abitua, ci convivi. Riesce perfino a diminuire (6,5 per cento), come declamano le statistiche contro la criminalità. L’apartheid è tornato. Forse non è mai scomparso. Si è trasformato nell’apartheid dei dannati.
Il potere, chiosò a suo tempo Giulio Andreotti, logora chi non c’è l’ha. Ha logorato, invece, la classe dirigente sudafricana: la leadership dell’Anc, padrona del campo dal 1994 quando stravinse le prime elezioni libere. Lo sviluppo tecnologico, il mondo degli affari, la presenza di mille minerali che rendono questa terra ricca e appetibile, hanno corroso la classe media nera emersa dalle ceneri dell’apartheid. Oggi sono i nuovi ricchi. Il business ha fatto dimenticare le grandi sacche di povertà che resistono e si amplificano. Le fortune non sono state distribuite, il neo liberismo è stata un’illusione che è fallita anche qui. Le undici tribù del Sudafrica hanno fatto valere il loro peso politico. Che si è tradotto in favori, nepotismi; fino alla corruzione, alle truffe, al peculato.
Oggi l’apartheid torna sotto spoglie diverse: non più neri contro bianchi, ma ricchi contro poveri e poveri contro poverissimi. Ci sono almeno due milioni di immigrati dai paesi vicini, come lo Zimbabwe, la Somalia, il Mozambico, che affollano le nuove township. Sono gli ultimi nella scala sociale del moderno Sudafrica. Ricattati, disposti a salari di fame, diventano il bersaglio della rabbia di chi è rimasto ai margini del benessere e dello sviluppo. Popolano i nuovi insediamenti abusivi attorno alle miniere. Hanno subito gli attacchi dei minatori in sciopero perché crumiri: volevano andare a lavorare per non essere rimandati negli Stati da cui erano fuggiti. Erano reduci dalle violenze nella furibonda caccia all’uomo che vide uccisi a bastonate, impiccati agli alberi, bruciati vivi oltre trecento clandestini. Neri contro neri. Poveri contro poverissimi. I ricchi, bianchi e neri, osservano distratti. Chiusi nelle loro isole protette da guardie armate, fili spinati e cavi elettrici. Fuori ci si scanna per sopravvivere. La violenza è stata una costante nella storia sudafricana. Ci si abitua, ci convivi. Riesce perfino a diminuire (6,5 per cento), come declamano le statistiche contro la criminalità. L’apartheid è tornato. Forse non è mai scomparso. Si è trasformato nell’apartheid dei dannati.
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