venerdì 21 febbraio 2014

Stefano Bartezzaghi: “Guardare la politica dal buco della serratura”



da: la Repubblica

Ne primi secondi dello streaming dalla Sala del Cavaliere di Montecitorio, una commessa in divisa è passata davanti alla videocamera e poi le ha dato le spalle e si è chinata a posare due bicchierisul tavolo. La sua inconsapevole o comunque involontaria passerella ha detto subito con chiarezza da quale posizione avremmo assistito a dieci minuti di irresistibile vacuità: è la posizione di chi spia dal buco della serratura. L’immagine era di qualità bassa, tanto quanto era magniloquente la scenografia: arredi e quadri pomposi, una bandiera europea, un tavolo lungo il cui asse tre persone stavano sedute a sinistra, quattro a destra. Nessuna di loro era una donna. Visione sfocata, audio approssimativo, punto fisso di osservazione, dettagli inessenziali e imbarazzanti in primo piano, sensazione di perdersi quanto di realmente importante sta succedendo. È appunto quel che succede spesso, spiando e origliando.

Lo streaming non è che uno dei più aggiornati dispositivi che la tecnologia offre alla nostra stremata curiosità. Sono svariati, e spesso li confondiamo tra loro. La scorsa settimana, alla fine della campagna per le regionali sarde, la candidata Michela Murgia ha pronunciato una frase quando, plausibilmente, pensava che il suo microfono fosse spento. Era acceso e la frase è andata in
onda. Ebbene, nel riprenderla, tutte le cronache hanno parlato, a sproposito, di un «fuori onda». Non è capitato solo per sciatteria lessicale, ma anche per il confuso accumularsi di occasioni in cui sentire voci dal sen fuggite, dichiarazioni estorte, comunicazioni riservate che non lo sono più. L’ormai anziana fattispecie del «retroscena» giornalistico (con il cronista parlamentare che si apposta sino alle toilette parlamentari per carpire segreti) si è evoluta: streaming, fuorionda, candid camera, intercettazioni lecite e illecite, teppismi telefonici, agguati di troupe, microspie, registrazioni di conversazioni, interviste a bruciapelo e a inconscio aperto, labioletture, biglietti fotografati a Montecitorio con lo zoom… Tutti buchi della serratura da cui sembriamo tanto golosi di vedere finalmente come stanno le cose.

Non importa quanto ogni singolo protagonista di queste comunicazioni sappia di esserne coinvolto o addirittura lo desideri. Il tratto unificante della categoria consiste nella rappresentazione di un disvelamento: ecco cosa pensa davvero il ministro, ecco quanto è ignorante il sottosegretario, ecco cosa si dicono i due avversari mentre inciuciano. Ecco le parole, i modi di dire, i segreti.

Tra vedere (o addirittura sapere) e capire c’è una bella differenza. In una democrazia da decenni trafitta da misteri lancinanti e rapporti occulti dovremmo essere oramai abituati all’idea che la verità è un foglio bianco e il centro del potere è un luogo vuoto. Pietro Nenni entrò nella stanza dei bottoni, e non c’erano bottoni. Alla sua prima ascesa al ministero degli Interni Roberto Maroni promise di svuotare gli armadi ma nulla se ne seppe. Con la cerimonia dello streaming si è scoperto che a essere vuota non è solo la Cosa in sé, ma anche la sua rappresentazione, o messinscena. La solennità dell’incontro a Montecitorio, l’ambientazione pomposa, la forzata cortesia esteriore all’inizio e alla fine dell’incontro non hanno fatto che sottolineare quello che le parole dei protagonisti certificano. Non c’è proprio nulla da vedere e ascoltare, più di quello che sappiamo già, per la sua sia pure non ottica evidenza.

Presentato come il massimo della comunicazione possibile, lo streaming ne totalizza il minimo, tendente a zero. Nel caso specifico non sono volate volgarità verbali; si è avvertita una strana complicità almeno esteriore: si sono dati subito del «tu», hanno riso alle battute reciproche, hanno punteggiato gli interventi dell’altro con intercalari semi-ironici («benissimo», «d’accordo») nella fretta di strappare di nuovo la parola. Il vero gioco era a chi riusciva a farla dire più grossa all’altro («No, non sono democratico, con uno come te») e per vincerlo si sono evocati fantasmi comunicativi dal passo sempre più strascicato: le «banche», il «sistema marcio», il «dolore vero della gente».

Ma se lo streaming è svelamento dobbiamo concludere che quella è la realtà dello scontro politico, fuori dalla finzione dei rituali? Al contrario, il mancato dialogo fra Renzi e Grillo sottolinea l’intervenuta incapacità di ogni elaborazione simbolica del reale da parte della politica. Non aveva buco della serratura la porta dietro a cui Renzi aveva da poco incontrato a tu per tu Berlusconi, per cinque minuti che sono perfettamente simmetrici ai dieci che avrebbe passato con Grillo. Di questi ultimi resta l’umorismo come un sintomo nevrotico. Beppe e Matteo si sono fatti ridere a vicenda («Ti è piaciuta?», «Questa è bella!»), ognuno ha garantito di non restare offeso per le prese in giro, hanno poi coniato hashtag spiritosi per continuare a sfottersi. Il linguaggio su cui si intendono è l’umorismo. Dasvelare quel buco della serratura aveva poco altro.

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