venerdì 14 febbraio 2014

Media e fisco, web company: Google Tax

da: la Repubblica

Google Tax, parte la guerra contro il fisco virtuale delle grandi Web company
E’ una marea montante che va dagli Usa all’Europa all’Asia. I primi effetti già si vedono: il motore di ricerca si è visto bocciare per due volte dall’UE l’offerta di un accordo per evitare una megamulta come Microsoft 10 anni fa.
di Stefano Carli

Il presidente francese Hollande ha definito le strategie fiscali delle Web company “inaccettabili”. Il Congresso Usa, dopo aver scoperto che la Apple ha versato in tasse appena lo 0,05% dei suoi ricavi ha parlato di “società fantasma”, di “trame e trucchi” e di “arroganza totale”. Il Financial Times, pubblicando quanto i primi sette gruppi della Rete hanno versato al fisco britannico, ha titolato sulla “Bonanza fiscale”. La Germania e l’Italia hanno provato a introdurre modifiche legislative da sole ma hanno commesso errori e hanno capito che ora si dovrà procedere compatti all’interno delle istituzioni europee. Anche l’Ocse ora spiega che il comportamento fiscale delle Web company crea danni perfino nei mercati in via di sviluppo. E fin qui si parla solo di tasse e di casse pubbliche. Ma c’è un versante ugualmente complesso e grave che riguarda invece le distorsioni anticompetitive che le agevolazioni ormai anacronistiche all’economia digitale stanno provocando a svantaggio di tutti gli altri settori. A partire dalla grande distribuzione. Insomma, è una marea che sale e inizia ad avere i suoi primi effetti.


Si chiama Google Lex perché il gigante dei motori di ricerca è il più grande di tutti, con i suoi 55 miliardi di dollari di fatturato 2013 appena annunciato. Ma potrebbe chiamarsi Apple, o Amazon, o E-Bay o Facebook, perché contro le grandi Web company sta montando una marea di dimensioni planetarie. Dall’Unione Europea (Gran Bretagna, Francia e Germania in testa) all’India, dal Cile ad Israele e perfino negli stessi Stati Uniti sono sotto accusa le agevolazioni fiscali che stanno creando in ogni mercato distorsioni competitive, e che un numero crescente di Stati inizia a malsopportare alla luce dei fabbisogni che le casse pubbliche di ogni latitudine si trovano ad affrontare. E’ poi una marea trasversale, che non rispetta nemmeno le tradizionali divisioni delle diverse strategie di politica economica. Negli Usa ha perfino spaccato in due il partito repubblicano. I numeri sono pochi e impressionanti. Ma forse ancora più impressionante è che avere numeri è difficile. Di Google, come di Amazon è impossibile sapere l’effettivo valore del giro d’affari nei vari paesi. Negli States si stima che nel 2012 Google abbia risparmiato 2 miliardi di dollari di tasse grazie ad un uso sapiente di sedi opportunamente dislocate tra Olanda, Irlanda, Bermuda. E non ultimo al fatto che la società di Mountain View, California, come viene solitamente chiamata, ha la sua sede legale nel Delaware. In Inghilterra il Financial Times ha titolato sulla “Tax Bonanza” e ha citato stime secondo cui nel 2012 le prime 7 Web company attive sul mercato britannico hanno complessivamente versato tasse per soli 54 milioni a fronte di ricavi totali stimati oltre 15 miliardi. In Francia il fisco ha stimato che nel 2011 Google, Amazon, Apple, Facebook e Microsoft hanno pagato tasse per 37,5 milioni invece di oltre 800 se avessero avuto un regime fiscale pari alle altre aziende europee e Hollande ha dichiarato venerdì che tutto questo è inaccettabile. Va premesso che tutto ciò è formalmente legale (anche se c’è chi parla di possibile accusa di “abuso di diritto”) e che deriva dai vantaggi offerti dalla diversità dei regimi fiscali europei, come l’Irlanda, il Lussemburgo e l’Olanda. D’altra parte anche la Fiat ha appena traslocato in Olanda e a Londra. E la holding della famiglia Ferrero è in Lussemburgo. Ma Fiat - come Ferrero - continua a produrre in Italia e paga le tasse sui risultati della spa italiana. E comunque qui si conosce ogni singola auto o barattolo di Nutella venduti, mentre con la Web economy tutto diventa opaco. In Italia, per esempio, Amazon Italia ha due strutture logistiche che hanno fatturato nel 2012 31 milioni. Ufficialmente. Ma il fatturato “vero” della filiale italiana di Jeff Bezos, ossia il totale di merci vendute online a citha tadini italiani è vicino ai 300 milioni. E che dire di Google? Anche qui non si conosce il fatturato. Quando si calcola il valore del mercato italiano della pubblicità online si prendono i dati ufficiali e li si moltiplicano per due; Google insomma fattura da solo quanto tutti gli altri. Di più: Google è di fatto la seconda concessionaria pubblicitaria italiana dopo Publitalia ma ufficialmente è indimostrabile. Le tasse e i mancati introiti dei governi sono però solo una faccia della medaglia. L’altra è data dai vantaggi competitivi delle Web company. Meno tasse si traduce qui in margini più alti e maggiore capacità di manovra sulla leva dei prezzi rispetto ai concorrenti. E’ per questo che dietro alla levata di scudi britannica ci sono le catene della grandi distribuzione, penalizzate anche nei loro portali online, dove pagano tasse “europee”: da Sainsbury a Dixons, la maggiore catena europea di elettronica di consumo. E poi non c’è solo il fronte fiscale. Contro Google in particolare, stavolta, ci sono ricorsi all’Antitrust europea per le sue politiche commerciali. E’ una vicenda che parte nel 2010. Google è accusata di 4 tipi di abusi. Vantaggi nei risultati delle ricerche per chi compra pubblicità su Google; vantaggi per i servizi offerti dalla stessa Google rispetto a quelli analoghi della concorrenza; discriminazioni verso chi non investe; richieste di esclusiva. «Google ha presentato ben due piani di rimedi compensativi alla concorrenza - spiega Innocenzo Genna, che da anni segue le politiche comunitarie a Bruxelles e con posizioni non sospette, visto che è stato a lungo rappresentante degli Internet provider europei - Ma non sono stati bocciati. Non dalla Commissione, ma dalle imprese del settore tra le quali la Direzione concorrenza di Joaquin Almunia li aveva messi a consultazione. Tanto che a gennaio Almunia ha minacciato una multa sul tipo di quella inflitta alla Microsoft giusto 10 anni fa, quando al suo posto c’era Mario Monti. Ora però, di fronte alla terza versione di rimedi da Google la scorsa settimana, Almunia si è detto disposto a ratificare l’accordo. Che però ancora non piace a molti, compresa Microsoft. E va rilevato è che a far decollare la procedura sono stati non imprenditori dell’economia tradizionale, ma proprio alcune Web company come E-Dreams o Expedia». Google costretta per tre volte a rifare i compiti a casa vuol dire che le pressioni sulle Web company i primi effetti li stanno producendo. Ma la partita resta complessa, la materia è nuova e gli errori sono frequenti. In Italia è stata molto criticata la cosiddetta legge Boccia, ma perché dava una risposta sbagliata al problema, finendo per penalizzare non Google ma le imprese che comprano pubblicità dal motore di ricerca. Stesso errore commesso dal governo cileno, la cui legge “anti-Google” ha elevato la tassazione ma ha finito per far pagare le imprese cilene ed è stata ritirata. In Israele il governo conservatore di Netanyahu sta pensando di introdurre una tassa del 7% sui ricavi pubblicitari online. Simile a quella che aveva provato a introdurre in Germania Angela Merkel ma senza successo. Nella partita è intanto entrata anche l’Ocse perché a far pressione c’è tutto il G20: la motivazione è che questo disordine fiscale non sta portando problemi solo ai concorrenti europei delle Web company e alle casse degli Stati dell’Unione, ma penalizza anche i paesi in via di sviluppo che si vedono sottrarre risorse. L’Italia ha prima approvato la legge Boccia e poi l’ha congelata fino a fine giugno. La ragione è che la legge non funziona, ma la sua approvazione dovrebbe essere uno stimolo ad approvarne una migliore in tempi brevi. Quando e in che termini? Gli occhi dei governi europei sono ora rivolti a un’indagine voluta dal governo di Parigi per trovare una risposta meno amatoriale al problema. Dai suoi risultati, attesi entro questo mese di febbraio, dovrebbe scaturire una proposta che potrebbe essere portata avanti da tutta l’Unione e che verrebbe discussa - e si spera varata - entro il semestre di presidenza Italiana dell’Ue, che scatta proprio il giorno dopo la fine del “congelamento” della legge Boccia, ossia il prossimo primo luglio. Unica buona notizia: dal prossimo primo gennaio 2015 entra in vigore il nuovo regolamento Ue sull’Iva varato nel 2008. E’ la fine dell’anomalia Iva europea. Oggi infatti, e fino al prossimo capodanno l’Iva sui beni e servizi digitali è calcolata e versata nello Stato di residenza di chi vende e non in quello di chi compra, come accade con beni e servizi tradizionali. Insomma se un’azienda italiana compra pubblicità su Google non paga l’Iva italiana ma quella irlandese. Cio non vuol dire che il fisco italiano non sappia quello che Google Ireland fattura in Italia (Google Italia è solo una piccola società di servizi): lo sa, ma non le serve. Ma dal prossimo anno le cose cambieranno. «Il nuovo regime Iva è una buona cosa, ma non risolve il problema. E soprattutto il problema non lo si risolve con battaglie di retroguardia sulle regole - dice però Renato Soru, fondatore e ad di Tiscali - Non si può ridurre tutto alle tasse. La verità è che io dal governo italiano mi aspetto che faccia di più per aiutare lo sviluppo di Web company italiane. Altrimenti corriamo un rischio enorme. Tra qualche anno Internet darà il 30% dei ricavi totali della pubblicità. E di questo passo questo 30% finirà all’estero. Per esempio, nella pubblicità profilata, siamo ancora agli inizi: oggi le piattaforme sono tutte statunitensi. Dobbiamo far nascere nuove iniziative europee e italiane. Creare concorrenti. Io ci credo, sono convinto che ci sia spazio perfino nei motori di ricerca. Abbiamo combattuto e vinto i monopoli nelle tlc, nell’energia, possiamo vincere anche i nuovi monopoli del Web». Qui sopra, il fatturato di Google e la quota di ricavi che il gigante dei motori di ricerca produce sul mercato della pubblicità Sopra, la sede di Google a Mountain View in California, anche se fiscalmente ha diverse sedi, dal Delaware, Stato che offre forti privilegi, a “paradisi” veri e propri come le Bermuda.

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