La protesta di Maidan c’entra poco con l’Ue. È una lotta contro
un sistema che ha bloccato il Paese
di Stefano
Grazioli
A scatenare la protesta in Ucraina è stata
la decisione del presidente Victor Yanukovich, lo scorso novembre, di non
firmare l’Accordo di associazione (Aa) con l’Unione Europea, facendo fallire il
vertice dell’Eastern partnership a Vilnius. Anziché svoltare verso Bruxelles, il
capo di Stato ha preso la strada di Mosca, firmando a metà dicembre consistenti
accordi economici con Vladimir Putin. La Russia ha l’obbiettivo di integrare
prossimamente l’Ucraina nell’Unione euroasiatica. Ma la rivolta di Kiev,
iniziata sotto la stella europeista, si è trasformata in oltre due mesi in
qualcosa di ben diverso.
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Il braccio di ferro tra Yanukovich e la
troika dell’opposizione formata da
Vitaly Klitschko, Arseni Yatseniuk e Oleg
Tiahnybok è una lotta interna di potere che solo di riflesso ha a che fare con
l’Unione Europea e il cui esito non è legato certo agli sforzi tardivi di
Bruxelles di mediare di fronte a una situazione diventata quasi
incontrollabile, né alla presunta influenza del Cremlino su Yanukovich: sono
gli oligarchi ucraini a spostare gli equilibri interni e a gestire da dietro le
quinte le mosse per la risoluzione della crisi. Il nuovo governo e il nuovo
presidente a Kiev saranno espressione della volontà dei poteri forti, come è
accaduto ogni volta a ogni passaggio critico nella storia dell’Ucraina dalla
sua indipendenza (1991) ad oggi.
La piazza che si ribella (Maidan, in
rappresentanza di tutte quelle che si sono agitate negli anni in ogni regione,
dell’Est o dell’Ovest dell’Ucraina) è una costante, i motivi iniziali mutano di
volta in volta, legati principalmente a questioni interne (2002, 2004); se
questa volta il fattore scatenante è stato il posizionamento internazionale, in
fondo il problema rimane lo stesso: la volontà di cambiamento di fronte a una
classe dirigente cleptocrate e a un sistema economico oligarchico che ha
bloccato lo sviluppo del Paese, lasciando gran parte della popolazione solo con
l’illusione di essere uscita dal tunnel del comunismo.
Gli ucraini sono scesi in strada in primo
luogo per mandare a casa Victor Yanukovich, che non ha mantenuto lo straccio di
una promessa elettorale dopo la vittoria del 2010 e che ha ridotto il Paese a
una succursale della propria famiglia e degli oligarchi a lui vicini. In
realtà, sulla scacchiera continentale, ha spostato più lui Kiev verso Bruxelles
che non il duetto arancione Yulia Tymoshenko-Victor Yushchenko nei cinque anni
precedenti. Nel marzo 2012 l’Aa è stato parafato ed era pronto da firmare. È stata
paradossalmente proprio l’Ue che con la cosiddetta “lista Fuele” (le condizioni
dettate dal Commissario per l’allargamento Stefan Fule per arrivare alla firma
vera e propria, che andavano da riforme in vari settori alla liberazione
dell’eroina della rivoluzione del 2004) ha congelato l’Accordo, lasciando
spazio a Yanukovich per alzare il pezzo e far rientrare in gioco la Russia, che
solo nell’estate del 2013 ha fiutato la preda.
“Delle oltre centomila
persone che hanno riempito ogni domenica la Piazza dell’Indipendenza ne sono
rimaste poche, lo zoccolo duro della resistenza di Kiev che viene a presidiare
quello che assomiglia a un campo di battaglia”
La Maidan europeista di fine novembre è
molto diversa dalla Maidan di fine gennaio. In mezzo ci sono oltre due mesi in
cui la piazza si è trasformata, in maniera autonoma, ma anche artificiale,
seguendo il contorto percorso che la politica ha tracciato. La protesta
pacifica è sfuggita in parte di mano ai leader dell’opposizione. Le
limitatissime frange estremiste hanno monopolizzato la scena soprattutto dopo
che il presidente ha dato a metà gennaio il giro di vite con l’adozione delle
leggi restrittive che hanno condotto all’escalation e al sangue sulle strade.
Delle oltre centomila persone che hanno riempito ogni domenica a dicembre la
Piazza dell’Indipendenza ne sono rimaste poche, lo zoccolo duro della
resistenza di Kiev e chi dalle regioni occidentali viene a rotazione a
presidiare quello che assomiglia a un campo di battaglia. Qualche centinaio rimangono
sulle barricate di via Grushevski, teatro degli scontri più violenti.
“Il sogno europeo è
appunto un sogno. Le priorità sono quelle di buttare giù un sistema che ha
tutta l’aria di resistere”
Mentre presidente e opposizione sono ancora
alla ricerca del compromesso sotto la regia degli oligarchi, le preoccupazioni
degli ucraini non sono tanto quelle di sapere cosa fará il nuovo governo, se ci
sarà una nuova capriola e se nei prossimi mesi sarà magari firmato l’Accordo di
associazione con Bruxelles. Il sogno europeo è appunto un sogno. Le priorità
concrete sono quelle di dare veramente e finalmente una svolta, buttando giù un
sistema che però ha tutta l’aria di resistere. Le soluzioni tecniche che si
prospettano (ritorno alla costituzione del 2004) e le prospettive di un
riassetto politico in cui i meccanismi di spartizione e gestione del potere
rimangono gli stessi di sempre non fanno presagire nulla di buono. La
rivoluzione ucraina del 2013/2014 rischia insomma di finire seppellendo ancora
una volta l’idealismo della Maidan.
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