martedì 11 febbraio 2014

Stefano Feltri: “Monti in pista a giugno, altri guai per Napolitano”

da: Il Fatto Quotidiano 
Il presidente sondò la disponibilità del professore già nell’estate 2001, Berlusconi allungò la vita al suo governo con la “lettera” della Bce

Il modo migliore per custodire un segreto è tenerlo in bella vista, così nessuno oserà rivelarlo temendo di sottolineare l’ovvio. Il giornalista americano Alan Friedman non ha questo scrupolo e così rivela sul Corriere della Sera e sul Financial Times che già nell’estate 2011 il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano aveva sondato Mario Monti come possibile premier di un governo tecnico, quattro mesi prima della caduta di Silvio Berlusconi. A dimostrazione di quanto era segreto il segreto, la notizia è contenuta in un libro che Friedman pubblica per Rizzoli, in uscita domani, e l’input viene da un’intervista a Carlo De Benedetti, l’editore di Repubblica, che nell’agosto riceve nella sua casa di Saint Moritz un preoccupato Monti, lo porta in trattoria. Il Professore vuole un parere sulla sua possibile nomina a Palazzo Chigi: “Gli ho consigliato sicuramente di farlo”, racconta De Benedetti, ma subito, a settembre rischiava di essere tardi (intanto il prudente professore bocconiano aveva messo le premesse per l’appoggio, entusiastico, del Gruppo Espresso e di Repubblica, che ieri, forse per discrezione, sul sito web non citava mai il proprio editore). Anche Romano Prodi e Corrado Passera raccontano a Friedman il proprio contributo: l’ex premier vide Monti già a giugno, Passera aveva addirittura preparato un piano di 196 pagine per l’emergenza.

Sull'estete del 2011 è calata una coltre di omertà che solo ora inizia a dissolversi, troppo imbarazzante per tutti quello che è successo. A luglio l’operazione governo tecnico con Monti è già pronta, lo stesso premier rivela a Friedman di aver avuto colloqui con Napolitano in giugno. Le turbolenze sui mercati sono fortissime, la Grecia è caduta, seguita da Portogallo e Irlanda, tutti si chiedono se il prossimo Paese a chiedere aiuti sarà la Spagna o l’Italia. La Banca centrale europea non riesce a contenere le pressioni sul debito pubblico, il governo Berlusconi approva il Documento di economia e finanza che fissa i saldi di bilancio ma poi non convince gli investitori con la manovra di bilancio che ne deriva: il grosso dei tagli, oltre 20 miliardi, sono rimandati a dopo le elezioni del 2013. L’esecutivo Berlusconi è paralizzato. E Monti si prepara. Non c’era bisogno di Friedman per accorgersene: il 13 luglio Monti scrive un editoriale sul Financial Times che appare come una candidatura: “Se l’Italia è stata scelta come bersaglio […] è probabilmente per il recente intensificarsi delle tensioni dentro il governo Berlusconi”. Come dire: cambiamo governo e si risolverà tutto. Il candidato è uno solo: lui, il professore della Bocconi. Di recente Massimo D’Alema ha rivelato di aver avvicinato Monti per discutere con lui di un eventuale esecutivo tecnico già nel dicembre 2010, quando Gianfranco Fini uscì dalla maggioranza di centrodestra. Quindi chi, se non Monti, nel2011? Gli analisti delle banche straniere tifano per lui, i banchieri italiani si attivano. Il 24 luglio la Stampa rivela un incontro riservatissimo a Cà De Sass, la sede di Banca Intesa a Milano, dove si prepara l’operazione Monti con Corrado Passera, il presidente della banca Giovanni Bazoli (già sponsor dell’Ulivo prodiano), il banchiere vaticano Angelo Caloia e poi, ovviamente, Romano Prodi. Dal Corriere della Sera Monti coglie ogni occasione per attaccare l’esecutivo Berlusconi che con la paralisi totale di cui è vittima è facile bersaglio.

Tutto è pronto, dunque. L’allora presidente del Pd Rosy Bindi lo dice pubblicamente a chi le chiedeva se fosse l’ora di un governo Monti: “È un nome autorevolissimo, ma la decisione spetta al Colle”. E il Quirinale è favorevole. Però l’operazione parte solo il 9 novembre,come ricorda Monti parlando con Alan Friedman, cioè nel giorno in cui lo spread (la differenza di rendimento tra titoli italiani e tedeschi) tocca il picco di 575 punti, con il professore bocconiano in Germania per un convegno: “Verso sera il presidente Napolitano mi ha chiamato, mi ha detto che aveva appena firmato il decreto di nomina a senatore a vita,io l’ho ringraziato molto, lui ha aggiunto: ‘Però io vorrei vederti, vieni a Roma il prima possibile’”.

I quattro mesi di ritardo hanno una spiegazione: il 4 agosto 2011 la Banca centrale europea manda una lettera al governo Berlusconi. Il documento firmato dal presidente Jean Claude Trichet e dal suo successore designato, il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, elenca una serie di riforme da adottare subito, a cominciare dall’anticipo del pareggio di bilancio dal 2014 al 2013, cosa che innesca la successiva ondata di tagli e tasse che stiamo ancora pagando. In cambio, è il sottotesto, Francoforte compra titoli di Stato italiani facendone scendere i rendimenti sul mercato e permettendo al governo di rifiatare. Berlusconi, con la regia di Renato Brunetta, trasforma un umiliante vincolo esterno in una garanzia di sopravvivenza. La lettera viene resa nota da Roma, non da Francoforte. E come si fa a licenziare un governo che ha appena preso impegni tanto precisi con la Bce sotto l’occhio vigile dei mercati? Impossibile. Berlusconi riesce comprare tempo. Lo capisce subito anche Mario Monti che, tre giorni dopo la lettera, firma sul Corriere l’editoriale “Ilpodestàforestiero”. Il passaggio chiave è questo: “ll governo e la maggioranza, dopo avere rivendicato la propria autonoma capacità di risolvere i problemi del Paese, dopo avere rifiutato l’ipotesi di un impegno comune con altre forze politiche per cercare di risollevare un’Italia in crisi e sfiduciata, hanno accettato in questi ultimi giorni, nella sostanza, un ‘governo tecnico’”. Implicazione: se il governo tecnico c’è già, l’operazione Monti va congelata. I pasticci della compagine di centrodestra e le tensioni tra Berlusconi e Tremonti faranno comunque precipitare la situazione. E a novembre i piani che a luglio erano già pronti diventano operativi. Il 16 novembre Monti giura da primo ministro.

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