mercoledì 12 febbraio 2014

Quelli che non se ne vanno, quelli che tornano: under 30 e quarantenni, con mamma e papà

da:la Repubblica 

Generazione Boomerang

Il 70% degli under 30 è costretto a tornare alla casella di partenza, da mamma e papà. Magari portando con sé compagni e figli. Ma ora tocca anche al 7% dei quarantenni. Una coabitazione forzata con effetti imprevedibili e regole tutte da riscrivere 
di Maria Novella De Luca 

Alcuni dicono che è come avere le ali spezzate. Altri non disfano mai la valigia. Altri invece, più ottimisti, parlano di “scalo tecnico”, di pausa obbligata, di momentanea sosta. Per tutti però, a venticinque, a trenta, addirittura a quarant’anni, l’approdo è lo stesso: la casa dei genitori, il welfare sicuro di mamma e papà, il luogo da cui si era andati via per tornare al punto di partenza. I sociologi l’hanno definita “generazione boomerang”, ti lanci fuori e vieni ributtato dentro, ma il dato ancora più nuovo è che tra i boomerang kidsci sono ormai anche le classi dell’età adulta, chi ha perso il lavoro, chi si è separato, chi non ce la fa più a pagare l’affitto. Un (mesto) gioco dell’oca che riguarda oggi in Italia uno spropositato numero di giovani, il 70% degli under 30, che dopo aver provato a farcela da soli sono costretti a ripiegare sul nido domestico.


E così si fa marcia indietro, a volte addirittura in coppia, con i figli piccoli, verso l’unico ammortizzatore sociale che seppure azzoppato in Italia ancora resiste, e cioè la famiglia e le pensioni dei genitori. (Nella fascia d’età tra i 25 e i 34 anni il 41,9% dei figli vive ancora a casa, ma persiste anche un 7% di quarantenni che non vogliono lasciare la residenza di sempre o che invece lì sono tornati). «Quando è fallito il nostro negozio di elettronica — scrive Sonia sul suo blog Ricominciamo — i miei genitori ci hanno proposto di sistemarci nella loro mansarda con i bambini. È stata una salvezza, anche se passare da una casa vera ad un monolocale di 30metri quadri in quattro, e tornare a convivere con mamma e papà a 35 anni è stata davvero dura. Ma senza più l’angoscia dell’affitto, dovendo soltanto condividere le bollette e la spesa, Ettore ed io abbiamo provato a rimetterci in pista. Oggi vendiamo online prodotti bio per l’infanzia, soprattutto i pannolini di stoffa. Ho quasi paura nel dirlo, ma sta andando bene…».

In tutta Europa, ma a sorpresa anche negli Stati Uniti e in quei Paesi che avevano fatto dell’autonomia dei giovani un cardine sociale, è in corso una rivoluzione al contrario. Il lavoro precario, gli affitti impossibili, la fine dei percorsi di studi, la stessa instabilità della vita affettiva, stanno creando il fenomeno dei “ritorni indietro”. E se in Italia la “famiglia lunga”, e i legami comunque molto stretti tra genitori e figli anche adulti fa sì che da noi l’effetto boomerang abbia caratteristiche del tutto particolari, per nazioni come l’Inghilterra o gli Stati Uniti è un vero shock culturale. E infatti la definizione boomerang kids è americana, ed è il racconto di migliaia di studenti, che dopo aver contratto il prestito d’onore per poter pagare l’università, non trovano lavoro, sono indebitati, e dunque devono rinunciare all’autonomia.
Questa migrazione al contrario è per l’Italia invece un’emergenza nuova, come dimostra il “Rapporto giovani 2013” dell’Istituto Toniolo di Milano, che ha dedicato al “boomerang” un intero capitolo. «Il nostro paradosso — dice Alessandro Rosina, demografo e direttore scientifico del rapporto — è che proprio quando i giovani italiani stavano provando a farcela da soli, ad anticipare l’uscita dalla famiglia, la crisi ha bloccato questa voglia di autonomia. Il dato, altissimo, del 70% di under 30 che tornano a casa, vuol dire che però in tanti ci hanno provato a rendersi indipendenti». Ma nel giro di pochi anni l’entusiasmo si spegne.
«Si rientra alla fine di un periodo di studio all’estero, si torna perché il lavoro precario con cui si sperava di cominciare una vita nuova si interrompe, perché le risorse sono finite. Tra i boomerang kids c’è chi vive la casa di famiglia come uno scalo momentaneo, una sosta per ripartire, e c’è chi invece progressivamente si ripiega su se stesso, accade soprattutto ai più adulti, la famiglia diventa un rifugio dal mondo». Il senso di fallimento induce alla rassegnazione, e così anche chi aveva provato ad uscire in mare aperto, scivola nell’esercito dei “neet”, quegli oltre due milioni di trentenni che non studiano, non lavorano, ma soprattutto non cercano più né un impiego né una nuova strada.
«Per la mia generazione — ragiona Piero, 27 anni, napoletano, una laurea in Storia, un dottorato in Inghilterra — ripiombare nella condizione di figlio è davvero qualcosa di regressivo, una specie di anticamera della depressione. Viaggio da quando ero al liceo con il progetto Leonardo, poi ho fatto l’Erasmus, sono riuscito con orgoglio ad avere una borsa di studio alla London School of Economics. Ma finiti i fondi sono dovuto tornare. Non sopravvivi in Inghilterra senza un buon lavoro. Qui da noi l’università è chiusa, figuriamoci, volendo posso insegnare gratis e lo faccio, meglio di niente. Sto cercando di ripartire. Sì, il mio è uno scalo tecnico. E intanto mi ritrovo ad essere figlio. Dormo nella stanza con mio fratello che di anni ne ha 25. A volte ridiamo come pazzi. A volte ci viene da piangere».

Sì, perché questi “rientri adulti”, come sottolinea Elena Marta, docente di Psicologia di Comunità alla Cattolica di Milano, non sono indolori. Nonostante la famiglia italiana sia antropologicamente disposta all’accoglienza. «Se più generazioni si ritrovano sotto lo stesso tetto tutto è da riscrivere, anzi da rinegoziare: spazi, abitudini, confini. Il rischio è che i genitori ricomincino a comportarsi come se avessero in casa un adolescente, e i figli già grandi, complice il fallimento della vita autonoma, scivolino in una dimensione di rinuncia». Quando poi a convivere le età sono tre, nonni, figli e nipoti, tutto è ancora più complicato. Ed è quello che sta accadendo oggi sempre più spesso, perché la “generazione di mezzo” non ce la fa più, e sono ormai interi nuclei a cercare riparo sotto il tetto (e la pensione) dei nonni.
«Se si sopravvive alla coabitazione forzata — aggiunge Elena Marta — si può anche creare una relazione virtuosa di aiuto reciproco, in cui i figli adulti riscoprono i genitori anziani, e i nipoti si ritrovano in una dimensione di affetto più vasta». Anche se, tornando ai più giovani, è proprio la conquista dell’autonomia il vero gol dell’andare a vivere da soli. (Lo afferma il 67% degli intervistati nel “Rapporto giovani”, mentre per il 77,2% affrancarsi significa soprattutto poter gestire più liberamente un rapporto di coppia).
«Il problema dei boomerang kids non è più soltanto italiano — conferma Alessandro Rosina — ma oltre i nostri confini la situazione è sicuramente più dinamica, esistono i centri per l’impiego, ci sono i sussidi, canali più solidi per entrare nel mondo del lavoro, mentre da noi resistono soltanto le reti informali, legate molto spesso alla famiglia».
Certo, a guardare i numeri, sembra una disfatta. Perché al 70% di ragazzi costretti ad emigrare al contrario, si aggiungono gli adulti che perdono il lavoro e tornano a pesare sugli anziani. E infine una categoria ben precisa: i separati e i divorziati. Luca Salmieri insegna Sociologia della Cultura all’università “La Sapienza” di Roma. «Quando la coppia si rompe i maschi riapprodano nella dimora d’origine. Per cultura, per bisogno, per comodità. Oggi è sempre più difficile avere due vite autonome dopo una separazione, spesso la casa resta alla madre con i figli, quindi è frequente che si cerchi soccorso dai genitori. Permanenze che possono durare anni, e che dunque ingrossano le file dei boomerang kids». Infatti. La famiglia italiana è diventata più piccola, ha perso il suo carattere di clan, ma, dice Salmieri, i legami restano stretti, «come fosse un elastico che si allarga e si restringe a seconda delle generazioni che deve contenere».
Giovanna ad esempio che dopo essere rimasta sola con Isabella, 5 anni, è tornata nella casa materna. «Una brutta separazione, e lui è scomparso. Niente soldi, niente telefonate, nulla. Forse economicamente ce l’avrei potuta fare, ma ho un lavoro impegnativo e Isabella era sempre da sola con la baby sitter. Così quando mia madre mi ha proposto di andare a vivere con lei, ci ho pensato a lungo e poi ho accettato. Ho perso la mia autonomia, a 37 anni tornare nella casa dei genitori può sembrare una sconfitta. Ma Isabella oggi è protetta e felice e mia madre fa la nonna a tempo pieno. E in fondo siamo tutte più serene».

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