Fazio e Saviano tutte le parole scomode da dire
di Alessandra Comazzi
Un monologo sul
lavoro e sui suicidi legati alla crisi economica; un altro, terribile nei
dettagli, sui bambini di Beslan uccisi dai terroristi ceceni in Ossezia. Quei
monologhi di Roberto Saviano così «antitelevisivi» eppure così narrativamente
efficaci. Fabio Fazio, con gli occhiali, apre Quello che (non)
horicordando Gianni Rodari. E poi la comicità sociale di Luciana Littizzetto,
che ha coinvolto pure il sindaco Fassino, e di Paolo Rossi, le voci di
Francesca Inaudi, di Pierfrancesco Favino e il discorso di Robert Kennedy,
1968, sul Pil, prodotto interno lordo, che «non misura né la nostra saggezza né
la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro
paese». Programma-spettacolo denso, intrecciato con la suggestione simbolica
delle Officine Grandi Riparazioni di Torino, le Ogr, dove si aggiustavano i
treni, ora cattedrale laica. Una delle navate, rosoni e pulpito, ospita per tre
sere, da ieri a mercoledì, la trasmissione di Fabio Fazio e Roberto Saviano,
scritta con Galeotti, Serra, Piccolo, Chiodini, Papi, Campana.
Quello che (non) ho , da De André, Dori Ghezzi tra il pubblico, produzione Endemol, ideale proseguimento di « Vieni via con me , in onda però su La7, non più su Raitre, stesso direttore, Paolo Ruffini. Per molti, una sconfitta del servizio pubblico, mentre Giuliano Ferrara stronca prima della messa in onda,
twitter si infiamma, e attraverso youtube si può accedere alla
diretta in streaming e commentare. Gran tecnica. Un programma con coreografie,
musica (Elisa, i Litfiba, Gualazzi) e, naturalmente, parole: «Abbiamo chiesto a
molti amici di venire qui, e di portarci quella che per loro è importante, alla
quale vogliono bene, che vogliono proteggere». Così, a esempio, Pupi Avati ha
scelto: sempre; Cesare Moreno, maestro di strada: sputo; Ermanno Rea:
impossibile; Carlin Petrini: terra; Maurizio Landini: freddo; Erri De Luca: il
ponte, con l’articolo; Gad Lerner: politica; Marco Travaglio: antipolitica.
Massimo Gramellini deve scegliere la sua, una diversa ogni sera, all’impronta,
nell’immediatezza del quotidiano. Ieri, la forza, nel senso della tedesca
Kraft.
La prima parola di Roberto Saviano, è stata «interloquire»: «Dicemmo che la
’ndrangheta cercava di interloquire con tutti i partiti, anche con la Lega. Si
arrabbiarono. Ci dissero che era inammissibile pensare una cosa del genere.
Invece il tesoriere della Lega interloquiva eccome. Che bello se invece di
arrabbiarsi, avessero avuto voglia di interloquire con la procura antimafia».
Poi i monologhi, tragici. Il primo, con casi concreti di imprenditori che si
sono uccisi: «Al lavoro è associata una parola terribile: suicidio. Sempre più
suicidi sono legati alla crisi economica. A cadere sono le imprese che si sono
sempre comportate bene, sono le più esposte, che pagano per errori che non
hanno commesso. Ancora una volta a guadagnarci sono le mafie». Nel secondo
racconta le torture, il caldo, la sete, il divieto di bere, se non la propria
pipì, e poi le bombe: 1° settembre 2004, un gruppo di terroristi ceceni entra
nella scuola di Beslan, Ossezia Settentrionale, e sequestra 1200 persone, la
maggior parte bambini. Muoiono in 334: «I terroristi usano bambini per
difendersi e l’esercito ha l’ordine di abbattere i terroristi senza curarsi dei
bambini. Beslan non ha dimenticato e chiede giustizia».
Quello che (non) ho è uno spettacolo di parola, ma è uno spettacolo, con
tutti i suoi canoni. Assistere alle prove è un completamento critico
importante. Molta polizia, molti carabinieri tutto intorno. Nel pomeriggio,
Duccio Forzano, il regista, dirigeva tutto, i protagonisti e i ballerini che
provavano Revolution , sulle coreografie di Roberta Mastromichele, in
onda domani, indicando i movimenti di macchina con precisione certosina. Questa
grande macchina di ferro arrugginito (tutto è in ferro, compresi i leggii) che
la scenografa Francesca Montinaro ha pensato proprio per le Ogr: non
decorazione, ma essenza.

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