"Li ho visti vivi, li ho visti morti"
Quegli uomini per bene uccisi dalla mafia
Attilio
Bolzoni, inviato di Repubblica, racconta gli anni delle stragi trent'anni dopo.
Torna a Palermo e ripercorre le strade dove furono ammazzati Pio La Torre,
Carlo Alberto dalla Chiesa, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Ha racchiuso
le loro storie in un libro e in un film: "Uomini soli". Da mercoledì
16 in edicola con Repubblica
"Chi ha paura sogna, chi ha paura ama, chi ha paura
piange. Io come tutti ho paura. Ma non sono vigliacco, altrimenti me ne sarei
già andato". Antonio Montinaro sapeva di rischiare scortando Giovanni
Falcone. Il 23 maggio 1992 anche lui è morto a bordo della Fiat Croma che
esplose a Capaci. Non ha mai mollato, così come non lo hanno mai fatto tutti
quei magistrati, giornalisti e agenti di Polizia che hanno sacrificato la
propria vita in nome della lotta alla mafia. Facili bersagli perché lasciati da
soli a combattere. Uomini isolati e per bene, come lo erano il segretario del
partito comunista italiano della Sicilia Pio La Torre, assassinato il 30 aprile
1982; Carlo Alberto dalla Chiesa, generale dei carabinieri e prefetto ammazzato
il 3 settembre 1982; Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, giudici saltati in
aria il 23 maggio e il 19 luglio del 1992.
La storia di queste morti ha cambiato la società degli ultimi 30 anni. E Attilio Bolzoni, inviato di Repubblica, ha deciso di tornare a Palermo per raccontarle. Le ha racchiuse in un libro (ed. Melampo) e in un film documentario di Paolo Santolini: "Uomini soli". Libro e film verranno distribuiti con Repubblica da mercoledì 16 maggio.
Il viaggio del cronista, che per trent'anni ha raccontato la Sicilia e la sua
mafia, parte dal quadrilatero dei cadaveri eccellenti. Da quelle strade della
città mattatoio dove, nei primi anni Ottanta, persero la vita Calogero
Zucchetto, l'agente della mobile di Palermo che 'cacciava' latitanti, il
magistrato antimafia Rocco Chinnici, Piersanti Mattarella, allora presidente
della Regione Sicilia. I quotidiani di quei giorni titolavano "Palermo
come Beirut". Ma, secondo Bolzoni, era peggio di Beirut. "Ricordo i
luoghi, gli odori, le facce. Sono cose che non ho mai dimenticato. Palermo mi
ha lasciato delle cicatrici. E non c'è anestesia che lenisca il dolore".
Dove c'erano i morti, ora ci sono le lapidi e le croci. Un cimitero a cielo
aperto dove i drammi privati sono diventati pubblici. Pio La Torre, Carlo
Alberto dalla Chiesa, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino erano quattro
italiani fuori posto. Personaggi veri per un'Italia fatta di trame, di egoismi
e di convenienze. Quattro persone che facevano paura al potere. Troppo diversi
e soli per avere un'altra sorte. Bolzoni lascia da parte le date, le carte dei
tribunali e le sentenze. Racconta questi uomini per bene attraverso le voci
degli amici, dei colleghi, dei familiari, e di tutti quelli che hanno lavorato
al loro fianco. Restituisce così un'istantanea di quegli anni in un film
empatico e mai retorico. E fa rivivere i protagonisti raccontando il dolore di
chi era al loro fianco.
Il primo uomo solo è Pio La Torre. Il 1 maggio 1982 il segretario del partito
comunista italiano della Sicilia non era in Piazza Politeama tra le bandiere
rosse, ma dentro una bara. "Era un grande rompicoglioni - ricorda il
figlio Franco - la sua ossessione non era la mafia, era il riscatto del popolo
siciliano. E Cosa Nostra era l'ostacolo maggiore". Nelle immagini del suo
funerale ci sono le lacrime del Presidente della Repubblica Sandro Pertini e
del segretario del Pci Enrico Berlinguer, il dolore della famiglia e del popolo
palermitano. Bolzoni era lì tra quei volti stravolti, i brividi e la paura. Era
diventato un uomo pericoloso Pio La Torre, racconta il cronista. Si era messo
in testa che essere mafioso doveva diventare un reato. "Palermo - diceva -
è una città dove si fa politica con la pistola". Non si conosce il motivo
preciso per cui fu ucciso. Ma a lui dobbiamo la legge sul reato di associazione
mafiosa.
Carlo Alberto dalla Chiesa era un generale che non piaceva al potere. "La
mafia è cauta - disse in un'intervista a Giorgio Bocca, pubblicata su
Repubblica - è lenta, ti misura, ti verifica alla lontana. Si ammazza l'uomo di
potere quando si crea questa combinazione fatale: "È diventato potente ma
si può uccidere perchè è isolato". Quando ancora i cadaveri del generale e
della sua giovane moglie erano in macchina, un cittadino attaccò una cartello
che recitava: "Qui è morta la speranza dei palermitani onesti". Il
figlio Nando ricorda l'ultima vacanza trascorsa col padre, era l'estate del
1982 e lui si sentiva un uomo in gabbia. Cercava aiuto ma nessuno più gli
rispondeva al telefono.
Nella Palermo degli anni Ottanta si combatteva una lotta mafia personalizzata. Francesco la Licata, giornalista del quotidiano L'Ora, piangeva ai funerali delle vittime. "Ci sentivamo parte lesa. Eravamo sulla stessa barricata". Basti pensare che il commissario Cassarà usava la macchina del padre per i pedinamenti. Poi, però, anche Ninni morì il 6 agosto del 1985.
"La storia peggiore è quella di Giovanni Falcone. Mi disse che si sentiva seviziato", racconta Nando dalla Chiesa. Un altro uomo lasciato solo. Faceva tremare la mafia e per questo fu ammazzato. Cercava di schivare i tormenti, ma erano i suoi stessi colleghi a guardarlo con sospetto. È stato celebrato come eroe nazionale solo quando è finito nella tomba. Leonardo Guarnotta, presidente del tribunale di Palermo, ex giudice del pool antimafia, torna nel bunker dove lavorava con Falcone e Borsellino. Lo fa dopo 17 anni e si commuove: "Qui è tutto come prima. Che rabbia pensare che Giovanni e Paolo non possono sapere come è cambiata la società dopo la loro morte".
Morì 55 giorni dopo l'amico Giovanni Falcone. Paolo Borsellino fu tradito e venduto. L'amica magistrato Alessandra Camassa ricorda di averlo visto piangere. Sapeva di essere diventato un bersaglio e che a Palermo era arrivato l'esplosivo anche per lui. Era il 19 luglio 1992 quando una autobomba esplose in via D'Amelio, sotto casa della madre. Letizia Battaglia, che ha fotografato i morti delle stragi per il quotidiano L'Ora, ricorda i pezzi di carne sparsi dappertutto. "C'era chi piangeva, chi gridava. Mamma mia che cosa abbiamo avuto. Basta Attilio. Basta".
il 22 maggio verrà trasmessa dalla rai la fiction Cinquantasette Giorni
RispondiEliminahttp://www.i57giorni.rai.it/dl/portali/site/articolo/ContentItem-204be68d-8ad9-46a4-980e-eabf416e372e.html?homepage
Ciao Sara...ho visto lo spot....la vedrò o registrerò...
RispondiEliminaAvevo visto anni fa la fiction su Borsellino fatta da Mediaset…ben fatta con un ottimo Giorgio Tirabassi. Dopo questa fiction, con l’eccezione di quella sulla Montessori (con una perfetta Paola Cortellesi, meglio qui che..in Zelig!) Mediaset non ha più fatto fiction di qualità
Staremo a vedere questa della Rai…