mercoledì 16 ottobre 2013

Governo, legge di Stabilità: la manovrina…

da: Il Fatto Quotidiano

Resta solo una manovrina
Il governo approva la legge di stabilità in tempo per mandarla a Bruxelles: un po’ di spesa in deficit, anche per il sociale, piccola riduzione delle tasse sul lavoro
di Marco Palombi

Quella presentata ieri da Enrico Letta, giusto in tempo per i Tg della sera, è davvero la sua manovra: leggerina e piena di cose atte a dare l’idea del buon senso e del pragmatismo. Si tratta di quella levità da cui scaturiscono i miracoli: il rapporto deficit/Pil migliora, il debito cala e la crescita decolla attorno al “2 per cento” all’anno (dice il ministro Fabrizio Saccomanni). In attesa del testo definitivo, messo a punto nella notte a palazzo Chigi, ecco un riassunto di quel che si sa finora e degli annunci a margine.

I NUMERI. La manovra prevede uscite o minori entrate per 11,5 miliardi nel 2014 e per altri 15 miliardi nel biennio successivo. Le coperture per l’anno prossimo ammontano però solo a otto miliardi e mezzo. “Merito della flessibilità contrattata in Europa”, sorride Letta. Merito delle stangate di Mario Monti, in realtà, i cui effetti sono ancora pienamente operanti nel bilancio e anzi vanno
applicati (com’è il caso della spending review, con risparmi già messi a bilancio per il 2014). È grazie alle lacrime di Elsa Fornero, per così dire, che il governo può sostenere che il rapporto deficit/pil sarà al 2,5 per cento l’anno prossimo: il rapporto era infatti stimato a settembre – senza che Letta avesse fatto niente – al 2,35 per cento, vale a dire giusto tre miliardi meglio di come sarà. Il giochino funziona solo se i numeri del Documento di economia e finanza di settembre sono corretti. E c’è da dubitarne: in particolare difficile che la crescita sia dell’1 per cento e che lo spread cali improvvisamente e senza motivo a duecento punti di media.

LA PRESSIONE FISCALE. Cala, dice Letta: dal 44,3 al 43,3 per cento nel triennio 2014-2016. O meglio calerà, visto che nel solito Def la pressione fiscale l’anno prossimo era prevista proprio al 44,3 per cento. Il conto sembra tornare con le notizie disponibili: circa tre miliardi di sgravi, infatti, sono destinati alla riduzione del cuneo fiscale, ma poi ci sono pure due miliardi di nuove tasse tipo l’aumento dell’imposta di bollo sui prodotti finanziari e la “revisione delle tax expenditures” (tagliano deduzioni e detrazioni, cioè che aumentano le tasse) più altro gettito da manovre fiscali su banche e assicurazioni. A stare ai numeri, sembra che pure la famosa Trise – la nuova tassa comunale sugli immobili – non venga considerata meno onerosa dell’accoppiata Imu-Tares, anzi a consuntivo potrebbe essere anche peggiore : sui rifiuti infatti si paga a tariffa e sarà più cara della vecchia Tarsu applicata finora dal-l’80 per cento dei comuni (la Tares era “cifrata” ad un miliardo di gettito in più della tassa sui rifiuti); sui servizi comunali decideranno i sindaci col vincolo che l’aliquota massima sia quella più alta dell’Imu “maggiorata dell’1 per mille”. INVESTIMENTI E WELFARE. È la parola più ripetuta da premier e ministri. Uno sforzo c’è: dovrebbero ammontare a circa sei miliardi nel 2014. Gli obiettivi sono i soliti: grandi infrastrutture stradali e ferroviarie (dal corridoio Adriatico alla Salerno-Reggio Calabria, dal Mose alla ristrutturazione della rete di Rfi fino alla ricostruzione de L’Aquila), appalti della difesa e delle forze dell’ordine. Viene pure rifinanziato per un miliardo l’ecobonus sulle ristrutturazioni e gli arredi e un miliardo di sforamento dal patto di stabilità interno è concesso ai comuni solo per le spese in conto capitale. Una parte della copertura, tre miliardi e mezzo, viene da una riduzione della spesa corrente: 2,5 miliardi dalle amministrazioni centrali e uno dalle regioni (sulle une e le altre, giova ripeterlo, gravano anche i tagli di Monti e Tremonti per il 2014), ma non dal comparto salute, università e ricerca. Il cuneo fiscale è la parte più deludente: pochi fondi rispetto alle previsioni e concentrati sugli anni a venire (si parlava di 15 miliardi subito, saranno 10,6 in tre anni). Il governo, comunque, ha provveduto a rifinanziare in tutto o in parte alcuni fondi sociali: dalla non autosufficienza alla social card, dal 5 per mille al Fondo per le politiche sociali: 1,28 miliardi a cui vanno aggiunti i 600 milioni per la cassa integrazione straordinaria.

ARRIVA LA TRISE
La nuova imposta sulla casa che rimpiazza l’Imu.

Nella sua conferenza stampa Letta l’ha citata di sfuggita: “La Trise sarà completamente diversa dall’Imu”, ha messo a verbale. Non c’è dubbio che lo sarà, ma la sostanza è la stessa: si paga sulla casa tenendo conto di categoria catastale e metri quadri, solo che incorpora pure la Tares sui rifiuti. Nella sostanza, insomma, è un mostro bicefalo: c’è la parte sui rifiuti (Tari) e quella sui servizi comunali (Tasi). Facile previsione: la maggior parte degli italiani pagherà di più rispetto al-l’accoppiata Tarsu-Imu, anche se nessuno potrà più prendersela col governo visto che a decidere tutto sono i sindaci. La Tari, per dire, dovrà coprire il costo complessivo del servizio rifiuti e – se non lo farà – sarà comunque il comune a dover trovare i soldi nella sua fiscalità generale: dai calcoli fatti sulla Tares, che è stata inglobata in questo nuovo tributo, l’aggravio dovrebbe aggirarsi attorno al miliardo rispetto alle vecchie tasse sui rifiuti. E la Tasi? È a sua volta programmaticamente più cara dell’Imu: nella bozza si legge infatti che i comuni “potranno” applicare l’aliquota massima dell’attuale imposta sugli immobili, “maggiorata dell’1 per mille”. Ai proprietari di case, tutto sommato, è andata comunque meglio che agli inquilini. Sugli affittuari già oggi grava la tassa sui rifiuti – co n i relativi aumenti a venire – e da gennaio pure un pezzo della Tasi (quella sui servizi comunali tipo l’illuminazione): “Fra il 10 e il 30 per cento dell’ammontare complessivo”.

UN MILIARDO
Niente tagli alla Sanità, pagano solo le Regioni.

Grande soddisfazione da parte delle Regioni per lo scampato pericolo sulla sanità. Anche se i tagli ci saranno lo stesso per l’importo di un miliardo. Il presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani, preferisce mettere l’accento sul segno più: “È molto positiva la scelta fatta sul tema della sanità. Siamo soddisfatti che siano state ascoltate le nostrebuone ragioni”. Per quanto riguarda il resto, aggiunge, “vedremo i tagli, quali saranno quelli che riguardano il comparto e poi faremo una valutazione”. Chi esulta più di tutti è però la ministra della Salute, Beatrice Lorenzin, secondo cui “per la prima volta in dieci anni niente tagli alla sanità. Un risultato di cui vado molto fiera. Anche perché sembrerebbe che il Consiglio dei ministri ha trovato la copertura di 2 miliardi per scongiurare l’aumento dei ticket sanitari dal 2014. La Legge di Stabilità, comunque, prevede una riduzione degli stanziamenti alle Regioni per 1 miliardo. Si tratta di una delle voci di risparmio che affianca i tagli previsti alla spesa dello Stato (2,5 miliardi nel 2014). Nelle previsioni della vigilia si trattava di tagli funzionali, cioè quelli relativi alle spese di funzionamento delle Regioni stesse: uffici, funzionamento delle assemblee, spese per la presidenza e gli assessorati. Si vedrà se è così. Intanto Letta ha annunciato la soppressione dell’aumento dell’Iva per le cooperative sociali e le associazioni del Terzo settore che avrebbero visto, in mancanza del provvedimento, l’aliquota Iva salire dal 4 al 10%.

MENO DEL PREVISTO
Sgravi fiscali ai dipendenti 10,6 miliardi in tre anni

Il modo in cui il governo ha deciso di intervenire sulla tassazione sul lavoro non piacerà agli interessati e alle loro associazioni. Sindacati e Confindustria chiedevano un impegno da 15 miliardi subito, un punto di Pil, ma il governo ha dato loro 10,6 miliardi in tre anni: cinque serviranno a sgravare le buste paga dei lavoratori e 5,6 le imprese . Si parte da quest’anno con poco più di tre miliardi di euro: da quel che si capisce significa che, bene che vada, i dipendenti potranno guadagnare al massimo 200 euro in più all’anno (ma solo quelli che hanno un reddito attorno ai 17 mila euro, il beneficio si assottiglia con l’aumento dello stipendio); per i datori invece dipende da quale meccanismo sarà scelto in Parlamento. La cosa curiosa di questa parte della manovra di Enrico Letta è infatti proprio questa: non si sa ancora chi e attraverso quale leva potrà godere del beneficio. “A b-biamo dovuto correre e per forza di cose alcuni aggiustamenti verranno fatti in Parlamento col concorso delle parti sociali”, ha spiegato ieri sera il premier in conferenza stampa. Il governo, comunque, ha promesso che sul cuneo fiscale verranno devolute anche le eventuali risorse in arrivo dal concordato fiscale con la Svizzera e dalla ridefinizione delle quote di Bankitalia. La Cgil è la prima a reagire: “Così le risorse per i lavoratori sono insufficienti e nemmeno una parola è stata detta sui redditi da pensione”.

LE COPERTURE
Balzello sul conto titoli, elezioni solo di domenica, stretta su pensioni d’oro

Il grosso delle coperture è basato sui 3,5 miliardi di tagli alla spesa con un progetto di 16,1 miliardi in tre anni. Il lavoro per l’incaricato speciale Cottarello non mancherà. Altri 3,2 miliardi arriveranno da proventi da dismissioni di asset pubblici. Altra voce importante consiste in 1,9 miliardi di altre entrate fiscali tra cui, una certa consistenza, occupa l’aumento del bollo sulle attività finanziarie. Su questa voce era già intervenuto il governo Monti applicando nuove aliquote sui conti deposito titoli: 0,10% per il 2012 e 0,15% per l’anno in corso con un minimo di 34,20 euro. Ora il governo punta a incassare 900 milioni di euro nel 2014. Nella conferenza stampa serale, Enrico Letta è andato molto orgoglioso per il taglio di 100 milioni che deriverà dal ritorno alle elezioni in un solo giorno. Finora, come si ricorderà, si è votato sempre sia la domenica che il lunedì per qualsiasi tipo di elezione (politiche, europee, amministrative). Ora si cambia. Altre entrate proverranno da una stretta sulle pensioni sopra i 3.000 euro che non saranno adeguate al costo della vita nel 2014. Sopra i 100.000 euro ci sarà, invece, un contributo “con la finalità di concorrere al mantenimento dell’equilibrio del sistema pensionistico”. Sarebbe del 5% per la parte eccedente i 100 mila euro fino 150 mila, del 10% oltre i 150 mila e del 15% oltre i 200 mila. Risorse non quantificate dovrebbero arrivare dal rientro dei capitali e dalla rivalutazione delle quote di Bankitalia.

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