martedì 14 ottobre 2014

Sinodo: aperture a gay e divorziati risposati



da: Famiglia Cristiana       

La Chiesa apprezza i valori positivi che queste unioni custodiscono più che sottolineare i limiti e le mancanze. La Relazione "post disceptationem" riprende tutti i punti del dibattito di una settimana
di Annachiara Valle

«Le persone omosessuali hanno doti e qualità da offrire alla comunità cristiana». Lo dicono chiaramente i padri sinodali al termine di una settimana di dibattito. Nella relazione “post disceptationem”, presentata questa mattina in aula dal cardinale Peter Erdo, torna la domanda: «Siamo in grado di accogliere queste persone, garantendo loro uno spazio di fraternità nelle nostre comunità? Spesso esse desiderano incontrare una Chiesa che sia casa accogliente per loro. Le nostre comunità sono in grado di esserlo accettando e valutando il loro orientamento sessuale, senza compromettere la dottrina cattolica su famiglia e matrimonio?».

«Senza negare le problematiche morali connesse alle unioni omosessuali», dicono i vescovi, «si prende atto che vi sono casi in cui il mutuo sostegno fino al sacrificio costituisce un appoggio prezioso per la vita dei
partners. Inoltre, la Chiesa ha attenzione speciale verso i bambini che vivono con coppie dello stesso sesso, ribadendo che al primo posto vanno messi sempre le esigenze e i diritti dei piccoli».

È una Relazione ampia, con molte aperture, quella che, dopo la discussione della scorsa settimana, dà conto dei lavori di una settimana di intenso dibattito. L’elenco delle sfide, specificato in 58 punti, è lungo: «La solitudine, che distrugge e provoca una sensazione generale di impotenza nei confronti della realtà socio-economica; la crescente precarietà lavorativa che è vissuta talvolta come un vero incubo, una fiscalità troppo pesante che certo non incoraggia i giovani al matrimonio». Ma poi ci sono «contesti culturali e religiosi che pongono sfide particolari. Nelle società africane vige ancora la pratica della poligamia e in alcuni contesti tradizionali la consuetudine del “matrimonio per tappe”. In altri contesti permane la pratica dei matrimoni combinati. Nei paesi in cui la religione cattolica è minoritari a sono numerosi i matrimoni misti con tutte le difficoltà che comportano in ordine alla configurazione giuridica, all'educazione dei figli e al reciproco rispetto dal punto di vista della libertà religiosa, ma anche con le grandi potenzialità di incontro nella diversità della fede che queste storie di vita familiare presentano. In molti contesti, e non solo occidentali, si va diffondendo ampiamente la prassi della convivenza che precede il matrimonio o anche di convivenze non orientate ad assumere la forma di un vincolo istituzionale. Molti sono i bambini che nascono fuori dal matrimonio, specie in alcuni paesi, e molti quelli che poi crescono con uno solo dei genitori o in un contesto familiare allargato o ricostituito. Il numero dei divorzi è crescente e non è raro il caso di scelte determinate unicamente da fattori di ordine economico. La condizione della donna ha ancora bisogno di essere difesa e promossa poiché si registrano non poche situazioni di violenza all'interno delle famiglie. I bambini spesso sono oggetto di contesa tra i genitori e i figli sono le vere vittime delle lacerazioni familiari. Anche le società attraversate dalla violenza a causa della guerra, del terrorismo o della presenza della criminalità organizzata, vedono situazioni familiari deteriorate. Le migrazioni inoltre rappresentano un altro segno dei tempi da affrontare e comprendere con tutto il carico di conseguenze sulla vita familiare».
Di fronte a tutto ciò la Chiesa ribadisce che la famiglia resta «scuola di umanità» e che «l’unione tra uomo e donna resta indissolubile». Tuttavia ricorda che «occorre accogliere le persone con la loro esistenza concreta, saperne sostenere la ricerca, incoraggiare il desiderio di Dio e la volontà di sentirsi pienamente parte della Chiesa anche da parte di chi ha sperimentato il fallimento o si trova nelle situazioni più disparate. Questo esige che la dottrina della fede, da far conoscere sempre di più nei suoi contenuti fondamentali, vada proposta insieme alla misericordia».

Non un annuncio meramente «teorico e sganciato dai problemi reali delle persone», né riproposizione «di una normativa ma di valori».    
In particolare sui divorziati risposati i padri ripropongono il principio della “gradualità”. «Non è saggio pensare a soluzioni uniche o ispirate alla logica del “tutto o niente”», dicono nella relazione, ricordando che «ogni famiglia ferita va innanzitutto ascoltata con rispetto e amore facendosi compagni di cammino come il Cristo con i discepoli sulla strada di Emmaus. Valgono in maniera particolare per queste situazioni le parole di Papa Francesco: “La Chiesa dovrà iniziare i suoi membri – sacerdoti, religiosi e laici – a questa “arte dell’accompagnamento”, perché tutti imparino sempre a togliersi i sandali davanti alla terra sacra dell’altro... Dobbiamo dare al nostro cammino il ritmo salutare della prossimità, con uno sguardo rispettoso e pieno di compassione ma che nel medesimo tempo sani, liberi e incoraggi a maturare nella vita cristiana” (Evangelii Gaudium, 169)».
Un discernimento «indispensabile per i separati e i divorziati. Va rispettata soprattutto la sofferenza di coloro che hanno subito ingiustamente la separazione e il divorzio. Il perdono per l’ingiustizia subita non è facile, ma è un cammino che la grazia rende possibile. Parimenti va sempre sottolineato che è indispensabile farsi carico in maniera leale e costruttiva delle conseguenze della separazione o del divorzio sui figli: essi non possono diventare un “oggetto” da contendersi e vanno cercate le forme migliori perché possano superare il trauma della scissione familiare e crescere in maniera il più possibile serena». 

Riguardo alla possibilità di accedere ai sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia, «alcuni hanno argomentato a favore della disciplina attuale in forza del suo fondamento teologico, altri si sono espressi per una maggiore apertura a condizioni ben precise quando si tratta di situazioni che non possono essere sciolte senza determinare nuove ingiustizie e sofferenze. Per alcuni l’eventuale accesso ai sacramenti occorrerebbe fosse preceduto da un cammino penitenziale – sotto la responsabilità dal vescovo diocesano –, e con un impegno chiaro in favore dei figli. Si tratterebbe di una possibilità non generalizzata, frutto di un discernimento attuato caso per caso, secondo una legge di gradualità, che tenga presente la distinzione tra stato di peccato, stato di grazia e circostanze attenuanti».       

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