sabato 12 gennaio 2013

Marco Travaglio, Berlusconi a 'Servizio Pubblico' del 10 gennaio: "Le dodici balle blu"



da: Il Fatto Quotidiano

Le dodici balle blu
Record di balle in solo programma (seguirà querela).
di Marco Travaglio

Tentare di racchiudere vent’anni di orrori in due ore e mezza di trasmissione televisiva sarebbe stato, oltrechè impossibile, inutile. La tecnica di Berlusconi è nota: un cocktail micidiale di logorrea, menzogna e vittimismo che mette a dura prova anche il più scafato intervistatore. L’altra sera, a Servizio Pubblico, a mio modesto e tutt’altro che imparziale parere, alcune sue balle – come quelle sull’Imu e sul complotto delle banche tedesche, cruciali per la sua campagna elettorale – sono state demolite dalle fondamenta. E gli sarà difficile ripeterle impunemente di qui alle elezioni. Dovrà inventarsene qualcun’altra. Dopodiché decideranno gli elettori, unici padroni della democrazia, anche in base alla bontà delle offerte degli altri candidati: l’idea che una sola puntata di un talk show possa affossare (o, al contrario, riabilitare) definitivamente un politico è ingenua e puerile. I giornalisti non servono a far vincere o a far perdere i voti o le elezioni a questo o quello. Servono ad aiutare i cittadini – in questo caso i telespettatori – a saperne un po’ di più e a formarsi un’opinione informata sulle scelte da compiere. Gli 8,6 milioni di italiani che in media hanno seguito Servizio Pubblico giovedì sanno qualcosa in più di quel che sapevano prima? Penso di sì. E penso, sempre immodestamente e tutt’altro che imparzialmente, che su Berlusconi sappiano molto più di quanto hanno saputo in tutte le altre telecomparsate del Cavaliere degli ultimi anni. Naturalmente la sua
macchina spara-palle, molto simile a quelle usate dai tennisti per allenarsi, ha lasciato rimbalzare nell’atmosfera molte bugie che una risposta, anzi una confutazione, la meritano. E che era impossibile, per i tempi televisivi, rintuzzare l’altra sera in diretta (spesso si tratta di questioni squisitamente tecniche, che è facile buttare sul tappeto con una battuta, ma per essere smontate richiedono molto tempo). È quello che tenteremo ora di fare nel luogo più adatto per l’approfondimento giornalistico: le pagine del Fatto. Cominciamo dalle balle di B., poi proseguiremo con una rubrica quotidiana sui “pinocchi” elettorali.

1. “Il governo Monti, grazie a Napolitano, ha potuto usare i decreti legge anche senza i requisiti della necessità e dell’urgenza, mentre al mio governo non è stato permesso. Bisogna riformare la Costituzione”. Vero che Monti ha usato e abusato dei decreti legge, abusando poi anche della fiducia per farli convertire in legge a tempo di record esautorando completamente il Parlamento. Falso che Berlusconi non abbia potuto usare i decreti legge: nel suo terzo governo (2008-’11) ne ha varati ben 80; nel secondo (2001-’06) addirittura 217.
2. “Bisogna riformare la Costituzione perché il premier non ha poteri, nemmeno quello di sfiduciare i suoi ministri: solo quello di fissare l’ordine del giorno dei Consigli dei ministri. I disegni di legge governativi impiegano dai 450 ai 600 giorni per essere approvati definitivamente dal Parlamento, e quando ne escono non somigliano neppure pallidamente al testo di partenza. Poi i tecnici del Quirinale e i magistrati di sinistra cercano i profili di incostituzionalità per farli bocciare dalla Corte costituzionale”. Intanto il premier ha il potere di indicare i ministri al presidente della Repubblica, che formalmente li nomina: se li indica, è evidente che godano della sua fiducia. Le lungaggini del bicameralismo perfetto sono note, ma non impediscono ai governi di far approvare dalle loro maggioranze le norme giudicate più urgenti a tempo di record, anche nella forma ordinaria del disegno di legge. Le leggi ad personam di e pro Berlusconi hanno avuto iter rapidissimi: la legge sulle rogatorie del 2001 passò in 93 giorni dal giorno in cui uscì da Palazzo Chigi a quando la seconda Camera l’approvò identica e la mandò alla Gazzetta Ufficiale. La legge Cirami del 2002 in 119 giorni, il lodo Schifani del 2003 in 69 giorni, il lodo Alfano del 2008 in 25 giorni. Senza bisogno di riformare la Costituzione. Poi, certo, i due lodi furono bocciati dalla Consulta : erano incostituzionali.
3. “La Corte costituzionale è formata da 11 giudici di sinistra su 15 nominati da tre presidenti della Repubblica di sinistra”. Cioè da Scalfaro, Ciampi e Napolitano. Ora, di giudici nominati da Scalfaro non ce n’è più nessuno: 3 li ha nominati Ciampi (Gallo, Tesauro e Cassese), 2 Napolitano (Grossi e Cartabia), 1 il Consiglio di Stato (il presidente Quaranta), 1 la Corte dei conti (Carosi), 3 la Cassazione (Criscuolo, Lattanzi e Morelli) e 5 il Parlamento: 3 indicati dal centrodestra (Frigo, Mazzella, Napolitano) e 2 dal centrosinistra (Silvestri e Mattarella). Ammesso e non concesso che tutti i nominati dal Colle siano di sinistra (falso: per esempio, Grossi è un giurista cattolico conservatore), le toghe costituzionali “rosse” di nomina quirinalesca e parlamentare in quota centrosinistra arriverebbero a 7. Meno della maggioranza.
4. “Il rapporto debito-Pil al 120% non tiene conto dell’economia sommersa: calcolandola, si scende intorno al 93-95%, una percentuale in linea con la media degli altri debiti europei”. Ma già oggi (da un quarto di secolo: 1987, governo Craxi) il rapporto debito-Pil calcolato dall’Istat comprende “la parte di economia non osservata costituita dal sommerso economico”, cioè – sempre secondo l’Istat – l’attività di produzione di beni e servizi che sfugge all’osservazione diretta in quanto connessa al fenomeno della frode fiscale e contributiva” (circa il 17% del totale finale: nel 2011 ammontava a 270 miliardi sui 1580 di Pil emerso). Se poi valesse la tesi secondo cui il sommerso ammonta al 31% del Pil ufficiale, il rapporto col debito non scenderebbe comunque sotto il 110% (figurarsi il 93-95). È allarmante che un aspirante “ministro dell’Economia e dello Sviluppo” ignori questi fondamentali.
5. “Non ho mai potuto attuare le riforme promesse perché me lo hanno impedito i piccoli partiti che badano solo ai meschini interessi dei loro leaderini: una volta Casini, un’altra Fini, un’altra la Lega, e poi Tremonti… Gli italiani devono smettere di votarli: votino un solo partito a sinistra o uno solo a destra, dandogli il 50% necessario per governare da solo”. A parte il fatto che Tremonti l’ha nominato ministro dell’Economia lo stesso Berlusconi, e non una sola volta, ma tre (in tutti i suoi governi), e che le alleanze con Fini, Casini e la Lega le ha sempre decise lui, e che solo un mese fa si era detto disponibile a farsi da parte a vantaggio di Monti “federatore dei moderati” per riavere Casini e Fini con sé, anche alle prossime elezioni Berlusconi avrà come alleato la Lega (che gli impedì di riformare le pensioni) e la Lista 3L di Tremonti. Ma non solo: accanto al Pdl si schiereranno ben 10 piccoli partiti (la Destra di Storace, Fratelli d’Italia di La Russa-Crosetto-Meloni, Grande Sud di Micciché, Mir di Samorì, Intesa Popolare di Catone&Sgarbi, Pensiona-ti, Pid Sicilia di Saverio Romano, Pri Calabria di Nucara, Federazione Cristiano-Popolare di Baccini, Riformisti Italiani di Stefania Craxi&Moggi). Come si può invitare gli italiani a non disperdere il voto e poi allearsi con un tale pulviscolo che disperde il voto?
6. “La frase sul Paese benestante, sugli aerei e i ristoranti pieni la ripeterei ancora oggi perché nel 2009 la Borsa andava bene, la disoccupazione era bassa, il turismo era alto e non c’era alcuna evidenza della crisi che si è manifestata in seguito, con la tempesta perfetta dell’estate 2011” . A parte il fatto che la Borsa nel 2009 altalenò fra picchi alti e picchi bassissimi, l’economia reale era già in crisi nera tant’è che proprio in quell’anno il numero delle imprese defunte superò quello delle nuove nate (saldo negativo di 634 esercizi proprio nel settore bar e ristoranti). E poi la frase sul Paese benestante e sui ristoranti e gli aerei pieni non è del 2009, ma del 2 novembre 2011, nella conferenza stampa al vertice G20 di Cannes, dopo la tempesta perfetta dell’estate 2011 e dieci giorni prima delle dimissioni del governo Berlusconi. Quando tutti gli indicatori della finanza e dell’economia reale segnavano il profondo rosso. Lo fece notare Gian Antonio Stella sul Corriere, cifre alla mano: “Lo dicono le tabelle dei Pil del Fmi, la disoccupazione giovanile salita al 29,3%, il crollo della competitività turistica, i ritardi enormi sulla rete web, l’impennata ulteriore del debito pubblico… Dice una tabella dell’Aea, l’associazione delle compagnie aeree europee, che nel 2011 fino a settembre il load factor (cioè il riempimento) degli aerei Alitalia è stato del 71,4% contro una media Aea del 77,6. Che si impenna con Air France all’80,4, con l’Iberia all’82, con la Klm all’84. Lo stesso amministratore delegato di Alitalia, Rocco Sabelli, tre settimane fa, diceva al Corriere che sulla tratta Milano-Roma, punto di forza, il riempimento medio è del 52%… Il load factor effettivo del 2007, per Alitalia, era molto più alto: 78,8%. E gli alberghi “iperprenotati”? Nell’arco dell’estate, dice un’Ansa di fine settembre su dati di Michela Vittoria Brambilla, le cose sono andate abbastanza bene. Grazie agli stranieri, però: gli italiani in vacanza sarebbero stati 24,5 milioni. E non più per ‘villeggiare’ un mese come un tempo. L’Istat spiega che la rinuncia totale alle ferie nel 2001 era determinata da motivi economici nel 33,1% dei casi: oggi questa quota è salita al 50,1%. Quanto ai ristoranti ‘sempre pieni’, dieci giorni fa, agli Stati generali di Confcommercio, Lino Enrico Stoppani, presidente Fipe, lanciava l’allarme: ‘Una crisi come questa ha fatto vittime e danni dovunque, anche nel settore dei pubblici esercizi… Le cose vanno male…’. Quanto male? Prendiamo il Sole 24 Ore di un anno e mezzo fa: ‘I dati che emergono su un campione di circa 5 mila locali sono che il numero dei coperti nei ristoranti con fascia di prezzo più alta è diminuito del 54,5%’. Meno coperti, soprattutto a mezzogiorno e durante i giorni infrasettimanali, e meno vino determinano un netto calo di fatturato che, a fronte di costi fissi inalterati, ha provocato a molti ristoranti enormi difficoltà, a volte insormontabili…’. E da allora, non va certo meglio. Spiegano all’ufficio studi di Confcommercio: ‘Fino al 2008 se investivi un euro ricavavi prima della tassazione l’11% l’anno. Oggi 2,9%’”.
7. “Durante i miei tre governi non ho mai aumentato le tasse”. Falso: anche dopo il provvisorio calo delle tasse dovuto alla sciagurata abolizione dell’Ici nel 2008, il Dpef del terzo governo Berlusconi varato nel luglio 2008 prevedeva una risalita della pressione fiscale complessiva al massimo storico a cui l’aveva portata il secondo governo Prodi: 43,2 per cento. Persino la sanguinosa manovra Salva-Italia del governo Monti nel dicembre 2011 (63 miliardi di costi in tre anni) è costata in media alle famiglie italiane meno delle due manovre varate dal governo Berlusconi nell’estate 2001 (145 miliardi: fonti della Cgia di Mestre).
8. “La signora imprenditrice ha ragione. L’euro e l’Europa hanno sottratto sovranità monetaria all’Italia, una cosa contro la quale mi sono battuto più volte ponendo il veto del governo italiano: perciò la Merkel ce l’ha tanto con me… È assurdo che ci impongano di ridurre il debito di 50 miliardi l’anno: ne bastano 15”. Forse la signora ha ragione, ma delle poderose battaglie europee di Berlusconi in nome della sovranità monetaria mutilata non c’è traccia negli annali: anzi, risulta il contrario. È sotto il suo governo che l’Italia, come gli altri Paesi europei, ha approvato senza batter ciglio il Fiscal Compact (che ci impone il pareggio di bilancio in Costituzione), il Six Pack (le regole europee che impongono proprio la riduzione di 50 miliardi all’anno di debito pubblico ). E ha recepito (Tremonti sostiene sotto dettatura di Draghi, Berlusconi e Brunetta) la famosa lettera della Bce che imponeva tutte le attuali politiche di rigore e massacro sociale, in cambio della sopravvivenza del suo governo.
9. “È vero che alcuni miei parlamentari non erano proprio immuni da    vicende giudiziarie: ma su 400 eletti può capitare che qualcuno sfugga al controllo”. La tesi delle mele marce è affascinante, ma reggerebbe se si trattasse di parlamentari illibati al momento della candidatura che tralignano strada facendo: ma, solo alle ultime elezioni politiche del 2008, Berlusconi candidò una cinquantina fra indagati e imputati e ben 11 pregiudicati: Berruti (favoreggiamento), Camber (millantato credito), Cantoni (corruzione e bancarotta), Ciarrapico (ricettazione fallimentare, bancarotta fraudolenta, sfruttamento del lavoro minorile, truffa pluriaggravata), De Angelis (banda armata e associazione sovversiva), Dell’Utri (frode fiscale), Farina (favoreggiamento in sequestro di persona), La Malfa (finanziamento illecito), Nania (lesioni personali), Sciascia (corruzione), Tomassini (falso in atto pubblico). Nel suo governo, poi infilò i pregiudicati Bossi (finanziamento illecito e istigazione a delinquere) e Maroni (oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale) e diversi personaggi all’epoca imputati (Matteoli, favoreggiamento), Fitto (corruzione, finanziamento illecito, turbativa d’asta), Calderoli (ricettazione) o indagati come Gianni Letta (truffa, abuso, turbativa d’asta) e Cosentino (concorso esterno in camorra).
10. “Sulla lotta alla mafia non accetto lezioni perché nessun governo ha sequestrato tanti beni ai mafiosi e arrestato tanti boss latitanti quanti i miei governi”. Nessun governo ha mai sequestrato un euro di beni ai mafiosi né arrestato un solo latitante: gli arresti e i sequestri dei beni li dispongono i magistrati antimafia e li esegue materialmente la polizia giudiziaria. Quegli stessi magistrati che Berlusconi definisce “cancro da estirpare” e quelle stesse forze dell’ordine a cui tutti i governi, compresi i suoi, non han fatto altro che tagliare i fondi, i mezzi e gli organici.
11. “La prescrizione non significa colpevolezza, ma solo che nei tempi del processo il pm non è riuscito a dimostrare l’accusa davanti al giudice”. Colossale sciocchezza: la prescrizione può scattare anche dopo che i giudici hanno sentenziato due volte sulla colpevolezza dell’imputato, e alla vigilia del verdetto di Cassazione: cioè quando ormai il giudizio di merito è cristallizzato e si attende soltanto quello di legittimità. L’unico caso di prescrizione che non comporta l’accertamento del reato è quello della prescrizione che scatta prima della condanna di primo grado, anche se spesso, nelle motivazioni della sentenza, il giudice può scrivere che l’imputato era colpevole ma, per motivi di tempo, non è più punibile. La prescrizione, peraltro, è sempre rinunciabile da chi vuole essere giudicato nel merito anche oltre i termini. C’è poi il caso frequentissimo della prescrizione abbreviata dalla concessione delle attenuanti generiche, che naturalmente si concedono all’imputato colpevole (non avendo l’innocente alcuna responsabilità da attenuare). Scrive in proposito la Corte di Cassazione: “Qualora l’applicazione della causa estintiva della prescrizione del reato sia conseguenza della concessione di attenuanti (che ne dimezzano i termini, ndr), la sentenza si caratterizza per un previo riconoscimento di colpevolezza dell’imputato ed è fonte per costui di pregiudizio” (sezione IV, n. 569 21-5-1996). “Qualora alla declaratoria di estinzione del reato per prescrizione si giunga dopo la concessione delle circostanze attenuanti generiche, la sentenza di proscioglimento deve contenere in motivazione l’accertamento incidentale della responsabilità penale” (sezione VI, n. 12048, 23.11.2000). In sette dei suoi processi penali, Silvio Berlusconi ha beneficiato    della prescrizione proprio in virtù della concessione delle attenuanti generiche. Dunque era colpevole e l’ha fatta franca. Così com’era colpevole per i tre falsi in bilancio dai quali è stato assolto perché “il fatto non è più previsto dalla legge come reato” (in quanto lui stesso l’aveva depenalizzato). Così com’era colpevole per falsa testimonianza sulla P2, ma si salvò grazie all’amnistia del 1990.
12. “Travaglio è un diffamatore di professione: ha dieci condanne per diffamazione”. La diffamazione è un reato, e può essere accertato esclusivamente dal giudice penale nel corso del processo penale. Se un giornalista viene citato in giudizio dinanzi a un tribunale civile per avergli inferto un “danno”, il giudice decreta la sua soccombenza nella causa se ritiene che il danno ci sia stato, oppure no in caso contrario. Il sottoscritto, in 30 anni di attività, su 30 libri, 30 mila articoli, centinaia di trasmissioni televisive e online, è stato denunciato circa 300 volte in sede civile e penale. In sede civile ha perso alcune cause, pagando il risarcimento del danno, mai per avere scritto il falso, ma perlopiù per casi di omonimia o per critiche ritenute eccessive o per fatti veri mal compresi dal giudice o mal dimostrati dalla difesa. In sede penale, non ha mai riportato una sola condanna definitiva per il reato di diffamazione. Quella citata da Berlusconi nella letterina scrittagli dal suo staff scopiazzando da Wikipedia non è né definitiva né caduta in prescrizione: si tratta di una condanna penale in appello a risarcire Previti con una multa di 1.000 euro (per un articolo pubblicato sull’Espresso e uscito monco a causa di un taglio redazionale), su cui pende il mio ricorso in Cassazione senza che nessuno abbia dichiarato la prescrizione del reato. Curioso che Berlusconi inventi false condanne a mio carico, avendo appena finito di beatificare il direttore del suo Giornale, Alessandro Sallusti, che di condanne definitive (penali) per il reato di diffamazione ne ha ben sette. Ancor più curioso che colui che comprò la sentenza Mondadori tramite Previti, che finanziò illegalmente Craxi, che truccò più volte i bilanci delle sue aziende, che mentì sotto giuramento sulla P2 e che soprattutto, diversamente dal sottoscritto, deve render conto delle sue condotte agli elettori e all’intero Paese facendo politica da vent’anni, si occupi dei reati (peraltro inesistenti) di un privato cittadino che fa il giornalista. In ogni caso, Maria Giovanna Maglie, per avermi definito su Il Giornale “specialista in calunnia e distruzione di reputazione altrui”, è stata da me denunciata dinanzi al Tribunale civile di Milano, e ha perso la causa. Il 20 febbraio 2012 il Tribunale ha stabilito che “nella realtà dei fatti ciò non corrisponde al vero ed è stato indiscutibilmente escluso dalle risultanze processuali, mediante produzione del certificato del casellario giudiziale e del certificato dei carichi pendenti, i quali entrambi escludono alcuna iniziativa giudiziaria in tal senso”. Dunque “le espressioni utilizzate dalla giornalista, in quando consistenti in offese non corrispondenti a verità e non sorrette da alcuna giustificazione, nonché gravemente lesive dell’onore, della reputazione, della dignità morale e professionale di Travaglio, integrano gli estremi” di un “illecito civile” con un “danno patrimoniale e non patrimoniale” valutato in 30 mila euro di risarcimento (in solido fra la Maglie e l’allora direttore del Giornale, Mario Giordano) e 5 mila euro di pena pecuniaria (per la sola Maglie). Per gli stessi motivi, ora denuncerò Silvio Berlusconi. In attesa di reincontrarlo a Servizio Pubblico, sarò lieto di rivederlo in Tribunale. Sempreché, si capisce, non si trinceri dietro la vergogna dell’insindacabilità parlamentare.

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