da: la
Repubblica
Sottoscrivo
con entusiasmo la denuncia di Nicola Piovani (Repubblica di ieri)
contro la “musica passiva”, e cioè la musica non richiesta che ci assilla nei
negozi, nei locali pubblici, negli ascensori, nelle spiagge, nelle piscine,
sulle piste da sci eccetera eccetera. Ma sono piuttosto pessimista sugli esiti
di una campagna civile che tenti di proteggere sia la musica, restituendola
alla volontarietà dell’ascolto, sia le nostre orecchie assediate. Sono
pessimista perché il “rumore di fondo”, esattamente come “il colore di fondo”
(l’immagine onnipresente, dilagante, i video accesi sempre e ovunque) ha oramai
assuefatto le nuove generazioni al punto di cancellare in loro il concetto
stesso di silenzio e di vuoto. Ogni vuoto, ogni
silenzio sono vissuti non come una libertà e una scelta, ma come un abbandono e
una decurtazione. Si vive circondati da suoni e immagini perché farne a meno
costringe a rimanere in compagnia del solo sé, nudo come si è nudi quando si è
soli. Silenzio, solitudine, vuoto mi hanno procurato emozioni e felicità
indicibili, ma dubito di riuscire a comunicarlo a chi è nato nella dittatura
del rumore, dell’immagine, del sempre pieno.
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