da: La Stampa
Jovanotti:
Odissea a New York
L’anno
sabbatico del cantante negli Stati Uniti tra interviste e concerti tutti
esauriti
“Mi sento Ulisse di fronte a Polifemo, uno che ama il viaggio e alla fine tornerà a casa”
“Mi sento Ulisse di fronte a Polifemo, uno che ama il viaggio e alla fine tornerà a casa”
di Piero
Negri
Il concerto al Terminal 5 di New York è
finito da un’ora quando il telefonino si anima. Un sms: «Concerto pazzesco, uno
dei più belli della mia vita. Ho capito tutto». Lorenzo Cherubini, Jovanotti,
si è trasferito in città, almeno fino alla prossima estate, e in città, a
Manhattan, in uno spazio industriale sul fiume Hudson riconvertito a luogo di
spettacolo, sabato notte ha avuto l’appuntamento più importante (finora) con il
pubblico americano.
Un trionfo («Mi sono portato via qualcosa
di prezioso da quel posto» scriverà poi su Facebook): i suoi primi concerti da
queste parti risalgono al 2009, ma quello del Terminal 5 rappresenta senza
dubbio un salto di qualità. Se n’è venuto qui con le tasche piene di domande.
Che stia cominciando a raccogliere risposte?
«Nei giorni in cui si festeggia l’arrivo di
Cristoforo Colombo – ci aveva detto prima di salire sul palco – mi è capitato
di pensare al navigatore che approda sul continente nuovo. Che fa?
Semplicemente, si guarda intorno. Ed è quello che sto
facendo io da un po’ di
tempo in qua. Sto girando l’America vera, suono in posti come Denver,
Minneapolis, Austin, Orlando e mi sento come Gulliver nel capitolo in cui
finisce nel Paese dei giganti. Solo che qui il gigante è il Paese stesso,
l’America. Ci stiamo guardando negli occhi: non sono sicuro che il gigante si
sia accorto di me, ma io certamente mi sono accorto di lui, lo studio da una
vita intera».
È stato alla Cnn, l’ha intervistato il New
York Times: come è andata?
«Esiste un’Italia molto vendibile, che è
essenzialmente cibo buono, bel vivere, vestiti eleganti. È un’Italia che ho nel
Dna, come tutti noi, ma che qui, quando mi guardano, non vedono. Li disoriento.
E mi chiamano Iovanotti, con la I: devo spiegare che mi ero ribattezzato
Jovanotti, anzi, Joe Vanotti, per suonare più americano. Una bella beffa, dopo
25 anni. Così mi presento come Mister Nobody, il signor Nessuno».
Umiltà?
«No, no, è l’Odissea. Sono quel che sono,
sono Ulisse al cospetto di Polifemo. Sono uno che alla fine tornerà a casa,
anche se ci dovesse mettere una vita, e che sa bene che quello è il bello,
viaggiare. Dopo 25 anni, appunto, sento di aver scritto la mia Iliade, ora ci
vuole un’Odissea. Lo dico anche per spiegare che cosa sono venuto a fare qui in
America, dove rimarrò per diversi mesi: non sono in fuga, sto cercando canzoni
nuove. In questo momento sto lavorando a due progetti: quello americano e
quello italiano, un’antologia di venticinque anni di canzoni che uscirà a fine
novembre, e che per me non rappresenta una fine o un compimento, ma semmai una
lunga preparazione al salto che sto per compiere».
Che musica presenta agli americani?
«Come un Medicine Man ai tempi del Far West
pianto la mia tenda e presento le mie pozioni per avere amore, successo e
combattere il mal di schiena. Ecco, questa è la mia mercanzia. Con tre
musicisti italiani e tre americani arrivo nei locali e mi affido ai tecnici che
vi trovo, mi affido al caso, al rock and roll. Loro sei fanno musica
funambolica e io il cerimoniere, cercando di tenere insieme tutte le mie anime.
In Italia se faccio “A te” e poi “Tanto tanto tanto” c’è una complicità con il
pubblico che rende tutto facile, qui sembrano i pezzi scritti da due musicisti
di due pianeti diversi. In un Paese che ha bisogno di scaffali, non riescono a
collocarmi. Però c’è la sensazione che ci sia spazio per tutti, e che cosa
accadrà dipenda solo da me. Ed è una sfida avvincente».

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