da: Il Fatto
Quotidiano
“Lettera
a un bambino che è nato”, il duro viaggio della fecondazione assistita
Raffaella
Clementi, con un libro, racconta al figlio (nato attraverso la procreazione
assistita) il suo lungo calvario: non solo medico e burocratico, ma soprattutto
emotivo. Con la legge 40 che complica ulteriormente le cose
di Elisabetta Ambrosi
Altro che “un supermercato dove
si sceglie il colore degli occhi, i capelli o l’altezza” e in cui “donne
in carriere fredde e calcolatrici che antepongono alla voglia di maternità
quella di diventare manager d’assalto” vanno a scegliere i propri figli. La fecondazione
assistita è piuttosto il viaggio nella “terra dell’inferno” che si
attraversa quando ci si scopre affetti dalla “malattia del vuoto”:
l’infertilità, quell’ “l’assenza che cattura ogni pezzo di te lacera come un
lutto e ti fa perdere la proiezione di te nel futuro”.
Rovesciando il
titolo di uno dei libri più privati di Oriana Fallaci, in Lettera a
un bambino che è nato(appena uscito per Imprimatur Editore), Raffaella
Clementi, racconta a suo figlio – nato attraverso la procreazione medicalmente
assistita – il suo lungo calvario: non solo medico-burocratico, ma
soprattutto emotivo. Gli sussurra di quella “subdola maledetta ostinata
voglia, che ti prende alla gola e ti toglie il respiro, di voler dare la vita e
non poterlo fare”. Gli rivela come l’infertilità abbia rischiato di distruggere
non solo la sua vita, ma anche il suo legame più prezioso, perché “essere
sterili è una frattura che comincia come una crepa lungo le pareti della coppia
e provoca la sensazione di essere stati traditi, esclusi dall’ordine naturale
delle cose”. Sparite l’intimità e l’aspetto giocoso del sesso, resta solo un
senso di vergogna e fallimento.
Parlare di
fecondazione assistita significa soprattutto parlare di tempo: quello che i
genitori si trovano di colpo affannosamente a calcolare, guardando con angoscia
ai soli dodici cicli fertili l’anno. Quello delle liste d’attesa dei centri
pubblici, che costringono la maggioranza delle coppie a rivolgersi a privati.
Quello, infine, che si “si restringe e si dilata, diventa verticale”, mentre si
aspettano i risultati di un ciclo di fecondazione (ma il cui risultato
bisognerà comunque tollerare, “visto l’enorme investimento in termini emotivi
ed economici”).
Di fronte a questo
devastante vissuto, ci si sarebbe aspettati, scrive l’autrice (tra l’altro ha il blogMammamimmononsolo),
che legislatori e istituzioni tendessero una mano a chi è stato così duramente
colpito, “con comprensione ed empatia, invece che giudizio”. E che chi si
professava cristiano “cingesse in un abbraccio le donne così duramente
colpite”, benedicendo ogni tentativo di mettere al mondo un figlio. Invece
no: perché la legge 40,
approvata nel febbraio 2004 grazie alle pressioni del mondo cattolico,
ha complicato l’arrivo di un figlio, ponendo ostacoli (fortunatamente in parte
arginati dalle numerose sentenze da tribunali e Consulta), che l’autrice
racconta direttamente nelle loro disumane conseguenze.
Perché, ad esempio,
impedire a chi è stato colpito da un tumore dell’apparato
riproduttivo di ricorrere alla fecondazione eterologa (quando la donazione
di seme quasi ovunque è considerata “pari della donazione di organi o
midollo”)? E come si fa a giudicare “raccapricciante” il desiderio di una
coppia di avere un bimbo sano, negando la diagnosi preimpianto salvo poi
consentire l’aborto tardivo per lo stesso motivo? In che modo risarcire quelle
donne costrette, a causa del divieto di produrre più di tre embrioni per volta,
a sottoporsi a continue stimolazioni ormonali, molte delle quali hanno avuto
come esito gravidanze plurigemellari di cui lo stato poi non si è fatto carico?
Lettera
a un bambino che è nato è un libro che parla a tutti gli
uomini e le donne che desiderano un figlio o stanno cercando di averlo. Spiega
loro di non aspettare troppo, perché la scienza è un magnifico strumento ma con
dei limiti, “e la vita sempre un dono”. Suggerisce a chi sta vivendo il duro
percorso della procreazione medicalmente assistita di “dire la verità, senza
vergogna” condividere il dolore con chi è più vicino, cercare medici attenti ed
empatici.
Infine invita le
donne, con parole poetiche e delicate, a non restare così concentrate su se
stesse da credere che gli uomini “siano in grado di combattere i
propri e i nostri demoni”, quasi fossero impermeabili di fronte ai fallimenti.
Anche loro, conclude, sono sulla nostra stessa barca, provano lo stesso dolore.
Ricordarlo nei momenti più difficili significa essere un po’ più forti. E
soprattutto sentirsi meno soli.
grazie per questa recensione, andrò subito a comprare il libro.
RispondiEliminaUn abbraccio a tutte le donne e a tutte le coppie che affrontano tutto... questo.
Ciao...mi fa piacere che questo post possa averti interessato...
RispondiEliminaCiao!! eh eh sì, "purtroppo" sì eh eh, è stato interessante.
EliminaSe ne parla sempre talmente poco di questo tema (che in realtà coinvolge un numero elevato di coppie)! Ci dovrebbe essere più informazione a riguardo, anche da parte di chi, fortunatamente, non ne è coinvolto... anche solo per cercare di "capire" o stare vicino "nel modo giusto" alle coppie "colpite".
Quindi grazie per averne parlato!!
Ps: metto anonimo perchè sn impedita e non so come fare a mettere altro. Comunque piacere, io sono Silvia!
Ciao Silvia...
RispondiEliminaio lascio la possibilità anche a chi non è registrato di commentare..ecco perchè il tuo commento risulta come "anonimo"
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ciao..buon proseguimento di giornata!
chiarissima!!!
RispondiEliminaGrazie mille, darò una bella occhiata al tuo blog!!
Grazie!
Buona giornata!
Ciao Silvia...
RispondiEliminabuona giornata