Premesso che, molti italiani, soprattutto
nel fine settimana…si dicono: ma dov’è
la crisi? Perché in giro c’è gente che si svena pur di non rinunciare a
nulla.
E’ vero altresì, che la sensazione di noi, che stiamo tra ufficio, casa, mezzi pubblici
e auto private, che facciamo la spesa e ci rendiamo conto di quanti euro se ne
vanno anche se il carrello è semi-vuoto, che ci guardiamo intorno e vediamo
chiusure di negozi, che ascoltiamo gente che dice che non trova lavoro o che
non gli pagano lo stipendio da mesi, è che alcuni si stiano impoverendo. Più meno velocemente, ma
si stanno sempre più impoverendo o, se preferite, stanno riducendo il superfluo, causa riduzione costante del potere d’acquisto
del proprio salario, della propria pensione.
Detto quanto sopra, la domanda che pone
Stefano Fassina – che non ha certo il fascino del comunicatore – mi pare di una
logicità sconcertante: quale driver di
domanda dovrebbe tirare l’inversione di tendenza?
Attendo risposta da Monti e Passera. E da Enrico
Letta (nipotino del Gianni Letta sempre accanto a Berlusconi), che vorrebbe
rottamare Fassina…
Riporto l’articolo di Fassina – che non
scrive cazzate – scritto oggi per il Foglio. Avrei da dire qualcosa sulla ‘golden
rule’ ma, al momento, tralascio. Mi limito a dire – con massima banalità – che
il totale a casa mia fa sempre 100. Ergo: se una parte delle spese non le
considero uscite di cassa (ma diminuiscono comunque le mie entrate di 100) è
fondamentale che queste spese mi rientrino da altra parte. Vale a dire: se
spendo per investire e gli investimenti funzionano, la spesa si riduce o
annulla dalle entrate, contrariamente: sono in deficit.
Ma questo, Fassina lo sa. Mi chiedo se il
PD sa come attuare una politica che non dimentichi che il totale fa 100 senza
lasciare gente affamata per strada. La chiamerei anch’io socialdemocrazia, ma
diciamolo in pochi, non vorrei che Renzi e Letta si “irritassero”.
Rottamare
l’agenda Monti
Il
montismo, l’Europa, la miopia del sindaco di Firenze, la nuova fase. Fassina
spiega perché il Pd di Bersani è alternativo alla politica economica dei
tecnici portata avanti dai neo-liberisti alla Renzi
Proviamo a iscrivere la metafisica
discussione sul Monti-bis al tornante storico nel quale siamo. Nell’area euro,
non siamo sulla rotta giusta. Anzi, siamo su una rotta di aggravamento degli
squilibri macroeconomici. Come correttamente riflesso dagli spread sui titoli
decennali dei Piigs, i rischi di rottura della moneta unica e di disgregazione
europea sono sempre più elevati.
Perché? Per scelte politiche inadeguate ad
affrontare il problema di fondo dell’euro: le divergenze di competitività tra
le sue aree. Sin dall’inizio, i padri
fondatori dell’euro sapevano bene che l’Eurozona non era un’area monetaria
ottimale. Purtroppo, però, l’egemonia conservatrice prevalse e si affidò la
soluzione esclusivamente alla disciplina di bilancio e al mercato unico (più un
pizzico di Fondi strutturali). Una strada senza uscita. Per molte ragioni.
Primo, perché non è vero che l’economia si autoregola una volta eliminato
l’intervento pubblico considerato irrimediabilmente nocivo. Secondo, perché i
paesi periferici, inebriati dalla finanza facile in arrivo dai paesi core a
coprire i deficit di bilancia commerciale, rinviavano, chi più chi meno, le
riforme e gli investimenti innovativi pubblici e privati e si limitavano, chi
più chi meno, a flessibilizzare e ridurre il costo del lavoro. Infine, perché i
paesi core (la Germania è modello), oltre a importanti riforme strutturali e
investimenti innovativi, percorrevano la strada mercantilista della “svalutazione
interna” (i salari medi tedeschi in termini reali perdono 7 punti percentuali
dal 1999 al 2008).
In sintesi, il collasso dell’equilibrio globale nel 2008 mette a nudo un’unione
monetaria in fortissima, insostenibile, tensione interna, sopravvissuta per un
decennio scarso in quanto transfer union, alimentata da canali privati (credito
bancario). A differenza di quanto ripete la cronaca ufficiale, il debito
esplosivo lo accumulano le famiglie e le imprese, non i bilanci pubblici. La Grecia è un caso isolato. Anche noi, nel nostro decennio perduto, riduciamo
significativamente il debito pubblico (dal 113 per cento del 1999 al 103,1 per
cento del 2007) e aumentiamo il debito privato (dal 70 al 101 per cento).
Di fronte alle riemerse contraddizioni interne,
la miopia politica, il corporativismo cieco degli interessi forti
e la rigidità ideologica di larga parte
delle tecnocrazie ha portato a generalizzare all’Eurozona la via
mercantilista della Germania. E’ un mercantilismo, però, drammaticamente sbilanciato
verso la svalutazione del lavoro, date le debolezze istituzionali ed economiche
dei Paesi interessati. A differenza di quello tedesco, non è giocato in un
equilibrio (patto) tra capitale e lavoro, ossia in una relazione virtuosa tra
investimenti innovativi e moderazione salariale. Ma, al di là della brutalità
di attuazione, la via mercantilistica alla correzione degli squilibri
macroeconomici è una strada impossibile. Per una ragione semplice e intuitiva:
il mercantilismo, per definizione, non è generalizzabile. Affinché qualcuno
abbia un surplus commerciale qualcun altro, di almeno pari stazza, deve aver un
deficit. Per la Germania, nel primo decennio dell’euro, ha funzionato in quanto le economie
periferiche si indebitavano grazie al finanziamento facile delle banche
tedesche e francesi. Invece, la speranza di esportazioni nette positive
dall’euro-zona verso il resto del mondo è illusoria, poiché: 1) l’area euro è
tra le aree economiche più rilevanti del pianeta; 2) i Brics non vogliono e
comunque non possono rovesciare il loro sentiero di sviluppo in pochi mesi o
pochi anni e 3) gli Stati Uniti, per 20 anni consumatore globale di ultima
istanza, sono impegnati a ridurre il loro enorme debito esterno. In sintesi, la rotta mercantilista seguita nell’euro-zona
è insostenibile. Genera,
inevitabilmente, recessione, disoccupazione, aumento del debito pubblico,
aggravamento degli squilibri macroeconomici tra le aree della moneta unica. I
risultati conseguiti sono inequivocabili. Le previsioni ufficiali, nonostante i
massaggi dei dati sempre rivisti in peggio, pure. La spirale regressiva è tanto
più soffocante quanto più intensamente sono applicati i memorandum della
troika. Attenzione: il problema non è
“soltanto” l’iniquità e la sofferenza sociale e le derive populiste e nazionaliste. Il problema è che i debiti pubblici continuano a aumentare ovunque.
Anche noi siamo prigionieri della
soffocante spirale mercantilista. Nonostante previsioni ottimistiche di Pil (-2,4 per cento nel 2012 e -0,2 per
cento l’anno prossimo), il debito
pubblico (al netto dei contributi al Fondo Salva-Stati) continua a salire: dal 119,9 per cento
del 2011 al 123,3 per cento del Pil per il 2013. Il saldo strutturale, indicatore sempre meno significativo ma richiamato dal governo Monti come chiave
per riconoscere l’utilità delle misure attuate, scende dallo 0,6 per cento
previsto a Settembre 2011 (prima del “Salva Italia”) allo 0,2 per cento del pil
indicato a Settembre scorso (dopo “le cure”). L’ultima previsione di “crescita”
potenziale diventa ancora più misera in relazione a quanto previsto l’anno
prima e scende a valori negativi. Le speranze
di ripresa collocate dal Presidente del Consiglio nel primo trimestre del 2013
sono, purtroppo, infondate. Quale driver
di domanda dovrebbe tirare l’inversione di tendenza? I consumi delle
famiglie subiranno un’ulteriore flessione a causa della maggiore disoccupazione
e dell’esaurimento di parte delle indennità di disoccupazione, dei tagli al
welfare nazionale e locale, dell’aumento regressivo di prezzi, tasse e tariffe,
delle minori disponibilità di risparmio. Gli investimenti delle imprese saranno
imbrigliati dalle tristi aspettative di domanda. Il bilancio pubblico
accentuerà il suo impatto regressivo dato che l’insieme delle manovre di
finanza pubblica approvate nel biennio alle nostre spalle implica ulteriori 25
miliardi tra tagli e maggiori imposte per il 2013. Rimane il miraggio delle
esportazioni. E’, appunto, un miraggio poiché, come ricordato sopra, ciascuna
economia europea e extraeuropea prova a scaricare sul vicino o sul lontano la
sua speranza di maggiore produzione.
“L’agenda
Monti”, così acclamata e così poco compresa da Matteo Renzi&C, non
funziona. Non per colpa
di Monti. Il presidente Monti si è trovato, da un lato, vincolato dall’agenda
conservatrice europea e, dall’altro, costretto a confermare gli impegni ancor
più restrittivi, sottoscritti per deficit di credibilità politica, dal governo
Berlusconi-Bossi-Tremonti. Come indicammo già nella primavera del 2011,
l’obiettivo di pareggio di bilancio al 2014 era impossibile. Anticiparlo al
2013, sulla base dei dictat di Bruxelles e Francoforte, unico caso
nell’euro-zona, diventava un’avventura autolesionistica, come è sempre più
evidente.
Dopo la caduta di Berlusconi, la sintonia culturale del presidente Monti con
la linea mercantilista vigente nell’euro-zona
è stata un asset importante a
recuperare il terreno politico perduto dall’Italia. Tuttavia, ecco il punto
decisivo, oggi siamo in un’altra fase.
Per ridurre gli squilibri macroeconomici e i debiti pubblici, va data priorità a politiche asimmetriche demand
side, sia di domanda privata sia di domanda pubblica per investimenti
innovativi. Affidarsi a politiche supply side di svalutazione del lavoro o
tagli di tasse e welfare (in ossequio alla falsificata teoria classista
dell’expansionary fiscal adjustment di Giavazzi e Alesina) incancrenisce la
recessione in depressione.
Oggi,
nell’euro-zona va archiviata la via mercantilista e allargata la prospettiva dello sviluppo
sostenibile. Invocata dalle forze politiche e sociali progressiste europee,
dai liberali consapevoli (i principali columnist del Financial Times da tre
anni), oltre che da una valanga di economisti
mainstream (si leggano le firme al “A Manifesto for Economic Sense”), ma bollata, per strumentalità o ignavia
nell’asfissiante conformismo Italico, come “socialdemocratica,
massimalista, di sinistra, indietro di 30 anni”. Oggi, per salvare l’euro e la civiltà del lavoro,
ossia la democrazia delle classi medie, le priorità
sono:
Fiscal union, per attribuire al Consiglio e al Parlamento europeo, oltre che alla Commissione per la fase istruttoria, il potere di autorizzare ciascun Paese membro a presentare al Parlamento nazionale la legge di bilancio e prevedere sanzioni automatiche;
Fiscal union, per attribuire al Consiglio e al Parlamento europeo, oltre che alla Commissione per la fase istruttoria, il potere di autorizzare ciascun Paese membro a presentare al Parlamento nazionale la legge di bilancio e prevedere sanzioni automatiche;
Nella Fiscal Union, allentamento delle politiche di bilancio pro-cicliche e Golden Rule,
come proposto dai Socialisti e Democratici al Parlamento europeo, bloccati dai
partiti conservatori; obiettivi di inflazione a due velocità (più elevata per i
Paesi core), come suggerito da Olivier Blanchard, chief economist del Fmi;
Investimenti europei, definiti in una
strategia green di politica industriale, finanziati mediante euro-project
bonds, imposte sulle transazioni finanziare speculative;
Banking union di ampio raggio ed effettività;
Coordinamento politiche di tassazione e offensiva contro i paradisi fiscali intra e extra Ue;
Standard retributivo, previsto in linea di principio, ma dimenticato, nel six pack;
Meccanismo condiviso di ristrutturazione dei debiti sovrani insostenibili (es. Grecia) come elaborato dall’Institute for New Economic Thinking.
Banking union di ampio raggio ed effettività;
Coordinamento politiche di tassazione e offensiva contro i paradisi fiscali intra e extra Ue;
Standard retributivo, previsto in linea di principio, ma dimenticato, nel six pack;
Meccanismo condiviso di ristrutturazione dei debiti sovrani insostenibili (es. Grecia) come elaborato dall’Institute for New Economic Thinking.
Oggi, deve rafforzarsi la consapevolezza
che siamo su una strada di austerità auto-distruttiva. Oggi, va sgonfiato il
credo ideologico nelle riforme strutturali pur necessarie (istituzioni e
partiti, legalità, giustizia, pubbliche amministrazioni, fisco, regolazione
mercati), di riavviare i motori dell’economia in un quadro di domanda aggregata
in contrazione. Oggi, va invertita la tendenza alla svalutazione del lavoro,
confermata ancora una volta, dopo la tentata incursione contro l’art. 18 dello
Statuto dei Lavoratori, nell’impianto suggerito dal governo Monti alle parti
sociali sotto forma di intervento per la produttività. Oggi, la correzione
della distribuzione del reddito, sia sul terreno primario che secondario, va
attuata, oltre che per equità, per rianimare i consumi interni europei. Oggi,
la democrazia della sussidiarietà, ossia il coinvolgimento attivo delle
autonomie territoriali ed economiche e sociali, va rigiocata come opportunità
per definire riforme condivise e, quindi, efficaci, non esorcizzata come
cedimento a istanze corporative.
In sintesi, oggi l’Agenda Monti per cultura
politica e economica e interessi materiali in essa prevalenti è meno adatta ad
affermare le priorità della fase (lasciamo stare le imitazioni improvvisate in
concorso nelle primarie del centrosinistra: sono imbarazzanti rispetto alla
qualità dell’originale). Ma, soltanto la propaganda strumentale può leggere
nella proposta correzione di rotta la volontà di smontare gli interventi degli
ultimi mesi. Aggiustamenti vanno fatti (su “esodati” e sugli squilibrati
assetti degli ammortizzatori sociali nella Legge Fornero). Ma, sono aspetti
marginali. È fuori discussione, dato il curriculum della classe dirigente del
Pd, il rispetto di tutti gli impegni sottoscritti dall’Italia. La nostra
specificità politica è la determinazione a costruire, insieme agli altri
governi progressisti europei, senza autolesionistici atti unilaterali, il
consenso per cambiare rotta. Insomma, la giustificazione politica della
leadership di Bersani per il governo dell’Italia è nella distintiva lettura
della fase, nella cultura economica, nell’idea di democrazia, nella
potenzialità degli interessi materiali da noi rappresentati, in quanto
interessi svantaggiati (i disoccupati, il lavoro subordinato e precario, il
lavoro imprenditoriale e professionale polverizzato), di definire un ordine
egemonico, ossia in grado di riconoscere e mettere in equilibrio espansivo i
principali interessi materiali in campo.
Il governo Monti e l’impegno dei partiti a
suo sostegno hanno avviato la ricostruzione morale, politica e economica
dell’Italia. E’ un merito storico indiscutibile di Mario Monti, condiviso con
il presidente Napolitano. Noi siamo orgogliosi del contributo determinante dato
all’operazione. Oggi, però, siamo in un’altra fase. Tutto qui.
di Stefano Fassina, responsabile
Economia del Partito democratico

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