mercoledì 27 novembre 2013

Musica, Black Joe Lewis: ‘Electric Slave’

da: Lettera 43

Black Joe Lewis e l'ultimo disco Electric Slave
Spazia dal rhythm and blues al funky. Dal soul al rock. Ha carisma. E carattere. Chi è la nuova promessa della musica.
di Massimo Del Papa


Il colorito, i baffetti, la chitarra indemoniata e, da ultimo, un bel cappellaccio da fuorilegge, fanno tanto Jimi Hendrix.
La noterella martellante di piano all'inizio di Skulldigging fa tanto Iggy & Stooges (chissà se anche Black Joe vorrebbe essere il vostro cane); tutto il resto è furia, una colata di frenesia vintage che pare rotolare giù con 40 anni di ritardo e ancora tutto travolge.
FIATI E STILETTATE DI CHITARRA. Signori, questo è Black Joe Lewis, che si chiama quasi come un pugile leggendario e mena allo stesso modo: nel suo nuovo, pericoloso, ammaliante Electric Slave, tutto è dirompente: i fiati, le stilettate di chitarra, il ruggire della voce che, sul filo di una musica
incandescente, insegue ora Howlin' Wolf, ora Solomon Bourke, ora James Brown, ora il citato Iggy (e ora chi vi pare). Eroi quasi sempre neri, comunque incazzati neri, capaci di risvegliare i morti e di ammazzare i vivi.
Il disco incrudelisce le proposte precedenti e insieme s'apre ad abbracciare un compendio di musica black, dal rhythm and blues al funky, dal soul (con misura) al rock and roll, fino ad un paleo-punk fatto di furia e di ragguardevole perizia strumentale.
ANCORA COL FIDATO GRUPPO. Col buon Lewis, si fa per dire, il suo fidato gruppo, gli Honeybears che spariscono dalla ragione sociale ma ci sono ancora e suonano anche loro come dei santi invasati, seppure il batterista sia cambiato e la seconda chitarra abbia salutato, lasciando sola quella di Joe.
Che basta e avanza, in tutti i modi.
IL LAVORO AL BANCO DEI PEGNI. Narrano le scarne cronache che il ragazzo s'imbattè nella prima sei corde lavorando, o meglio sentendosi prigioniero, ad un banco dei pegni: fu la sua salvezza quell'amore a prima vista, di quelli senza condizioni e senza freni: due album prima di questo, fra il 2009 e il 2011, precorsi da una sorta di prova generale nel 2007; tutta roba che faceva già presagire il meglio, ma adesso qualcosa è scattato e il salto di qualità si avverte tutto.

Quelle raffiche di jazz incontrollato
Come to my party: e la festa esplode in un baccanale dove si agitano le anime inquiete di Sly & Family Stone ma anche raffiche di jazz incontrollato. Stridori che escono ancor più anarchici dalla gola di un sassofono free e ricamano una Vampire che, da tetra e ansimante, si fa via via più libera e frenetica, con un ipnotico duetto tra il sax e la chitarra, che arrivano esausti entrambi all'ultima nota.
Laddove Young Girls sfodera un tiro svergognatamente rockabilly; My Blood Ain't Runnin' Right torna a scomodare un Iggy in stage diving su un tappeto di fiati; Make Dat Money si trascina quasi obnubilata e d'improvviso spalanca i suoi fati al groove dei Rolling Stones di Ventilator Blues (da Exile on Main Street); resta da dire delle svisate che superbamente sfregiano il martellante R&B di Dar El Salaam; dell'esagitata The Hipster che rincorre, aggira, strapazza, abbraccia il gioco eterno di Ev'rybody Needs Somebody to Love; della dirompente doppietta funk di Golem e Mammas Queen. Fine, titoli di coda, ci si può asciugare il sudore.
Ma tutte queste, infine, sono parole. Che arrivano fin dove una sensazione, opinabile, discutibile, può arrivare ma non dicono quanto sia potenzialmente rilevante un lavoro del genere, che, in definitiva, è blues da cima a fondo, sia pure innestato dal punk, dal funk, dal soul. Un disco che si nega qualsiasi momento di tregua, di riflessione, scegliendo di procedere sparato come un treno al quale siano saltati i freni.
UN PASSATO RIVESTITO DI SORPRESA. Praticamente un manifesto programmatico, ostinatamente passatista ma di un passato che vuole uscire dall'oblio per rivestirsi di sorpresa: ecco qui qualcosa di dannatamente nuovo per voi, che vi siete dimenticati come si fa a suonare e non riconoscete più la musica migliore. Naturalmente c'è tutto il tempo per crescere, per concedersi un sussurro fra tanto ringhiare, ogni cosa viene all'uomo che sa aspettare.
E dopo un album così, è chiaro che una carriera è lanciata e altre belle conferme, e sorprese, verranno. Per il momento, però, si può anche dire che Black Joe Lewis riprende da dove i Black Keys, già alfieri di un garage-blues bianco, sembrano aver lasciato, preferendo infilarsi in imbuti di irritante modernità remixata e di celebrità mainstream – e parliamo sempre di attitudine prima che di strumenti, di frastuono o di soluzioni compositive.
AFFAMATO COME UN PUGILE. Questo ragazzo ha fame. È affamato di carne come un pugile che si gioca la vita e sale sul ring per darla, la vita. Oppure toglierla. Questo ragazzo ha fame, e non lo fermeranno facilmente. E che altro è il blues se non un boxeur crocifisso ai suoi tagli, se non l'ultima volta di ogni cosa, l'ultima scommessa già perduta ma non per questo risparmiata? Dice Black Joe: «Gli schiavi elettrici sono tutte quelle persone che oggi tengono i loro volti attaccati agli iPhone, il solo modo per tenere una conversazione con loro è farlo attraverso le onde magnetiche. Il prossimo passo sarà quello di collegarli alla loro fottuta testa».
Il fatto che, per apprezzare in pieno questo disco ci vorrebbe un sofisticato impianto stereo dal giradischi con la puntina di diamante, e invece finirà inscatolato nelle cuffiette di un iPhone, alla fine è un dettaglio, un segno dei tempi, una nemesi che non toglie niente all'impatto, al valore di un nome ancora in sboccio, ma che presto, molto presto, potrebbe fiorire (anzi esplodere) come la sorpresa che il mondo aspetta.

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