martedì 4 giugno 2013

La Siria che non c’è più

da: Il Sole 24 Ore

Ricordi dalla Siria che non c’è più
di Alberto Negri

Viaggiare in Medio Oriente è diventato sempre più difficile e doloroso. La guerra civile siriana e quella irachena, che ormai si riflettono l'una nell'altra come in uno specchio deformante delle tragedie del Levante, stanno stravolgendo luoghi e popolazioni. La Siria, ultima e più tollerante nazione del Medio Oriente, si prepara a diventare una Jugoslavia araba. Ormai possiamo parlare di una ex Siria: come dice un artista di Aleppo in esilio, qui le persone non si aspettano più niente.

Semplicemente aspettano. Le notizie sono drammatiche, migliaia di morti e milioni di profughi, e ci colpiscono anche da vicino, come la recente sparizione dell'inviato della Stampa Domenico Quirico, che quasi passa inosservata la distruzione di culture millenarie.
Insieme al presente in Siria sparisce il passato, e forse anche il futuro. L'aviazione di Assad ha distrutto persino il ponte sospeso sull'Eufrate di Deir ez Zor, un'ardita realizzazione francese del 1927, simbolo dell'unità nazionale e raffigurato sulle banconote. Era la passeggiata preferita delle famiglie, dei ciclisti e delle giovani coppie della città. A Deir ez Zor il 15 aprile è stato raso al suolo il convento dei cappuccini: adesso tra l'Eufrate e Palmira, fino ai confini iracheni, non c'è più un cristiano.

Nel cuore di Aleppo, il 23 aprile, è stato polverizzato all'artiglieria il minareto della Grande Moschea. Nell'estate scorsa era sopravvissuto miracolosamente alla battaglia intorno alla cittadella, altro esempio inarrivato di architettura militare con la sua cinta muraria circolare. Qalah, la roccaforte, allora era stata appena espugnata dal generale Mahamoud.


«L'aspetto domani per un breakfast d'eccezione in cima alla fortezza», era stato il suo invito che avrebbe preso subito una venatura ironica anche se del tutto involontaria. Insieme al tè arrivò una raffica dei ribelli che sfondò una finestra del museo alle spalle della scrivania del generale. La porta principale era stata sgretolata da un mortaio: i due fronti si accusavano a vicenda di averla bombardata, così come fanno adesso con il minareto.
La Grande Moschea fu costruita nel 715 dalla dinastia degli Omayyadi – dieci anni dopo quella di Damasco dove è sepolto il Saladino – nel punto dove sorgeva la cattedrale bizantina di Sant'Elena, madre dell'Imperatore Costantino. Una cultura e una religione si sovrapponevano a un'altra più antica, ma non era soltanto questo che stava accadendo ad Aleppo. Il minareto, costruito nel 1090 e alto 45 metri, venne di nuovo restaurato con un effetto straordinario dopo l'invasione dei mongoli: in lontananza sembrava un campanile gotico e dominava le 700 moschee della città, una dozzina di chiese, le sinagoghe, il suq e un reticolato di vicoli medioevali.

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