lunedì 19 maggio 2014

Ron: “La canzone che Lucio scrisse per consolarmi”



da: La Stampa

L’artista ha riscritto la musica di “America” composta da Dalla nel 1992
di Piero Negri

 
«Lucio non ne poteva più di me - racconta Ron -. Un giorno, così, è arrivato con il testo di una canzone e mi ha detto: “Tienila, è tua, fanne ciò che vuoi”. Era il 1992, stavo preparando Le foglie e il vento: prima ho letto quel testo - mi ci sono riconosciuto e mi sono pure arrabbiato - poi ho provato a metterlo in musica. Ma non ero soddisfatto. L’ho messo in un cassetto, e lì è rimasto per tutti questi anni».

«Certe volte non lo so, ma si spegne tutto e scende il buio giù nell’anima...», «Cerchi il successo e l’avrai, se non ti fermerai mai, ma che spavento quel vuoto che è dentro di te...»: le parole di Lucio Dalla raccontano il male un po’ oscuro e misterioso di cui soffriva Ron a quel tempo: «Dal punto di vista professionale - racconta - era un momento fortunato: dentro quel disco, per esempio, c’era anche Non abbiamo bisogno di parole, una delle canzoni più
popolari di tutta la mia carriera, e poco prima Lucio aveva avuto un incredibile successo con Attenti al lupo, che avevo scritto io. Ma mi sentivo insoddisfatto: tutto andava bene (e non solo a me: i dischi si vendevano, le tv facevano a gara per averci come ospiti), eppure ogni piccolo contrattempo mi metteva in difficoltà, davo sempre la colpa agli altri dei miei insuccessi, vivevo con la sensazione che mancasse qualcosa. Le parole di Lucio sono quelle di un amico che voleva convincermi a cavarmela da solo: non mi ha mai protetto, però mi ha sempre dato fiducia. Oggi mi piace soprattutto il finale: “Prova ad amare se puoi il mondo che è dentro di te”. È un messaggio semplice e bellissimo, molto attuale, nell’epoca del talent show, quando è più facile diventare famosi che essere felici».

Ron ha riscritto la musica di quella canzone, che ha inserito poi in Un abbraccio unico, l’album pubblicato nei giorni del Festival di Sanremo. Il testo non l’ha modificato neppure d’una virgola: «Per me è diventato sacro, in tutti questi anni. È esattamente quello che Lucio scrisse allora, così come il titolo: ricordo bene che lui disse: per il momento chiamiamola America, poi vedremo se ci viene un’idea migliore». 

E America fu: chi vuole, può trovare significati nascosti in questo titolo, ma in fondo poco conta: «Ciò che conta - dice Ron - è che questo stato d’animo non apparteneva a Lucio. Posso dire di non averlo mai conosciuto sotto questo aspetto. Era uno che si arrabbiava, in particolare quando qualcuno non voleva sentire i suoi consigli, ma depresso, o insoddisfatto, non l’ho mai visto. Era stato un bambino amatissimo da sua madre Iole e questo gli ha dato una sicurezza che non l’ha mai abbandonato. Lucio era sempre felice, era saldo, anche se poteva apparire folle. Era un geniale, controverso ragazzino di 13 anni». 

America oggi si può ascoltare in radio; il video, realizzato nel Teatro Cagnoni di Vigevano, sede della sua scuola di musica e giovedì, all’auditorium Parco della Musica di Roma, Ron va in scena con un concerto che rilegge la sua lunga storia che girerà l’Italia nell’estate. E Lucio? «Lucio non appartiene a nessuno, neppure si suoi eredi, che peraltro mi pare abbiano progetti che mirano in alto: devo dire, però, che in nel cassetto in cui c’era America, non ho trovato solo America».

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