venerdì 23 maggio 2014

Cinema, Festival di Cannes: Ken Loach, “Jimmy’s Hall”



da: la Repubblica

Cannes, "Jimmy's Hall": il film perfetto di Ken Loach che riconcilia con il comunismo
Il piacere, l'allegria e la leggerezza intrecciate alla passione politica e alla lotta per i diritti nella storia (vera e commovente) di Jimmy Gralton, ambientata nell'Irlanda del 1932
di Concita De Gregorio 


La scena a più alta tensione erotica, la più bella storia d'amore e il più potente messaggio politico del Festival ballano intrecciati nel film perfetto di Ken Loach: pulito, elegante, mai gridato e mai melò "Jimmy's Hall" è un meccanismo narrativo planare che somiglia a un tuffo senza schizzi.

Sorretto dalla precisione millimetrica della sceneggiatura di Paul Laverty e dallo sguardo intimo e solidale di Loach il film racconta la storia vera di Jimmy Gralton, unico irlandese ad essere stato espulso senza processo dal suo paese nel 1933 perché "comunista". La colpa di Gralton, rientrato in Irlanda nel '32
dopo un esilio politico volontario di dieci anni negli Stati Uniti, è quella di ricostruire nelle remote campagne della contea di Leitrim, al suo ritorno, la vecchia Hall abbandonata appunto dopo la partenza per l'America. La Hall è un luogo dove una volta e ora di nuovo si balla, si canta, si impara a cucire, si pratica la boxe e si studia, si dimenticano le angherie dei giorni e si impara a fronteggiarle l'indomani. Si legge molto, testi di ispirazione socialista che rimandano alle antiche battaglie fra i proprietari terrieri e i contadini, i soprusi della Chiesa, le gesta eroiche dei resistenti. La ricostruzione della Hall coinvolge decine e decine di persone, donne e bambini, ragazzi che fanno cinquanta chilometri in bicicletta per andare a lavorare la domenica, la sera, a risistemare quel vecchio edificio. Ricostruita diventa il luogo della felicità, degli amori e dei balli, della libertà.

Il motore dell'educazione politica dei contadini di Leitrim, ciò che li conduce fin lì, è un grammofono verde, splendente, che Jimmy ha portato dall'America e che suona il jazz. L'idea che sorregge il racconto è appunto questa: il piacere, l'allegria e la leggerezza sono intrecciate alla passione politica e alla lotta per i diritti, il comunismo in questa landa remota prima che un ideale è una festa. Pericolosissima, la festa, per il grasso padre Sheridan e per il perfido leader dei proprietari terrieri. L'Ira, in segreti accordi con la Chiesa, tace.

La battaglia di parole e di gesti fra Jimmy Gralton e padre Sheridan, che in Italia in altri tempi abbiamo trasformato nello strapaese di Peppone e Don Camillo, è qui un gioco di affondi e parate, duello di fioretto, parole e sguardi, silenzi. Il coro greco sono i bambini in bicicletta. La vecchia madre ascolta, protegge, rammenda.
Tutto è lieve e profondo come la sotterranea storia d'amore fra Jimmy (Barry Ward, una delle interpretazioni maschili più interessanti della rassegna) e la sua antica passione Oonah (Simone Kirby), ritrovata al ritorno dall'America sposata ad un gigante rubizzo e con due figli bambini. La scena in cui di notte lei indossa l'abito azzurro che lui le ha portato in dono da New York e ballano nel dancing buio e deserto, lunga danza senza musica, ha una corrente erotica nemmeno paragonabile agli amplessi multipli dello Strauss Kahn di Ferrara. Il loro legame ha la forza sovrumana di ogni amore nell'assenza, il dono della sottrazione nella presenza.

Loach riconcilia, per qualche ora almeno, con il comunismo: chi non lo è mai stato, chi ha rinunciato, chi si è intristito. Musica, un bicchiere di vino, un ballo un bacio e avanti popolo, senza paura.

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