venerdì 9 maggio 2014

Caparezza: nuovo album Museica




Caparezza - Museica
di Nicolò Rizzo
 


Se ancora avete dei dubbi sull'anima musicale di Caparezza, ci pensa lui stesso a chiarire la situazione: durante la conferenza stampa organizzata per la presentazione di "Museica", il rapper riccioluto ha dichiarato apertamente che "questo disco è più vicino agli Ac/Dc che al rap". A questo proposito, mi permetto di fare un'ulteriore precisazione: ormai è dal 2006, se non da prima, che Caparezza sta dimostrando di avere una preparazione musicale ben più vasta non solo dei suoi ex colleghi della scena hip-hop, ma anche di molti rockers o presunti tali dell'attuale panorama musicale. In parte hanno ragione i soliti criticoni che, pur di trovare qualche pecca, si esibiscono in frasi come "gli ultimi tre album di Capa sono tutti uguali" o "in questo disco non c'è niente di nuovo", perché è vero: se vi aspettate di trovare in "Museica" una svolta o un cambiamento di rotta, non potrete che rimanere delusi. L'errore sta nel vedere questo fatto come un aspetto negativo.

"Museica" suona uguale agli ultimi due album perché è l'approdo finale di una ricerca musicale che il rapper di Molfetta porta avanti da anni, cercando di disincagliarsi dalla maledizione di "Sono fuori dal tunnel" (brano che lo stesso Caparezza sembra avere ormai rinnegato), dimostrando che la sua arte non si limita all'orecchiabilità di una hit da Festivalbar. "Museica" è forse il capitolo più ambizioso di quella che, a tutti gli effetti, può essere considerata una vera e propria trilogia di "concept album" (i primi due capitoli sono "Le Dimensioni del mio Caos" e "Il Sogno Eretico"), in cui, questa volta, il tema centrale è quello dell'arte. Come si capisce già dal titolo, ascoltare questo disco è un po' come addentrarsi in un museo: ogni singolo brano è ispirato ad una particolare opera pittorica, che il buon Michele Salvemini, nel ruolo di una canzonatoria audioguida, prende come pretesto per sviluppare delle riflessioni che si articolano abilmente in strofe dalla duplice anima.

Dopo aver superato l'immaginaria coda di "Canzone all'entrata", il disco parte alla grande con "Avrai ragione tu (ritratto)", un brano energico che offre all'album una bella rampa di lancio, un po' come l'incipit con "La Rivoluzione del Sessintutto" in "Le Dimensioni del mio Caos". "Avrai ragione tu (ritratto)" è probabilmente il pezzo più marcatamente caparezziano, nonché quello più esplicitamente politico, in cui, tra cori sovietici e ritmi da marcia trionfale, Capa si lancia in una dichiarazione ironica e rabbiosa, che ci dimostra che, sebbene sia un "treno che viaggia sulla quarantina", di adrenalina ne ha eccome: il disco è ricco di brani energici, in cui rock e elettronica si fondono abilmente, ripercorrendo il cammino sperimentale già affrontato con "Il Sogno Eretico". Oltre i singoli "Cover" e "Non me lo posso permettere", tra le diciannove tracce si distinguono per un timbro particolare brani come "Giotto Beat", "Teste di Modì" (che racconta la celebre beffa delle finte teste di Modigiani, celebrando i falsari e ridicolizzando la critica) e, soprattutto, "Argenti Vive", un prototipo rock-dubstep (Muse imparate come si fa) con protagonista Filippo Argenti, nobile fiorentino famoso per aver dato una bella cinquina sulla faccia a Dante Alighieri, il quale, in tutta risposta, decide di farlo soffocare nel fango degli iracondi all'interno della Commedia. Ed è proprio qui che Caparezza, ispirato da un'illustrazione di Dorè, gli fa prendere la parola, lanciandosi in un attacco al celebre poeta definibile solo come una gran figata. Detto questo, il disco non risulta una raccolta di pochi singoli, ma ogni singola traccia costituisce un importante tassello che non può essere eliminato, dal potente riff di "Mica Van Gogh" alla delicata "China Town", la prima ballad di Caparezza, che però non viene dedicata ad una donna, ma alla sua vera vocazione: la scrittura.

Caparezza firma un disco a tutti gli effetti importante, l'approdo finale di una ricerca musicale iniziata con "Habemus Capam", riuscendo a confermare un timbro unico e personale, con il quale riesce a guidarci, con ironia, verso la riflessione. Se ancora vi ostinate a vederlo come "quello di Fuori dal Tunnel", mi spiace: siete più banali dell'allusione sessuale sulle banane.

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