giovedì 22 maggio 2014

Il sistema bancario italiano: “Le mille poltrone della premiata famiglia Bazoli & Gitti



da: Il Fatto Quotidiano

Le mille poltrone della premiata famiglia Bazoli & Gitti
Per anni il presidente di Intesa si è costruito la fama di ascetico padre nobile della sinistra. Ma l’inchiesta su Ubi Banca rivela la sua rete di potere
di Giorgio Meletti

Si può capire la “profondo sorpresa” di Giovanni Bazoli, che si trova a 81 anni indagato e perquisito perché magistratura e Consob hanno deciso di vedere chiaro nelle sue tecniche di esercizio del potere finanziario. Rivendicando di avere “sempre testimoniato nella mia vita e nei miei comportamenti una totale e leale osservanza delle regole e delle leggi”, il banchiere bresciano si elegge, come d’abitudine, giudice di se stesso per contrapporre la sua specchiata reputazione all’apparenza dei fatti. Si fa prima a fidarsi, a considerare i fatti all’attenzione delle procure di Bergamo e Milano sotto la luce del rinomato disinteresse personale, della sobrietà e della correttezza. Con queste tinte rosee due generazioni di laudatores hanno accompagnato la trentennale parabola del giurista che a metà anni 80 fu proiettato dal suo mentore Nino Andreatta sul salvataggio del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, e sul quel disastro ha costruito la maggiore banca italiana, Intesa Sanpaolo.

Certo, se Bazoli non fosse Bazoli, i sospetti più maliziosi si affollerebbero. Perché il professore, mentre diventava il più potente banchiere (e non solo) italiano, non ha mai sciolto i legami con il potere finanziario della sua città. E c’è voluta un’apposita legge dell’altrettanto sobrio governo Monti  per farlo sloggiare dal consiglio di sorveglianza di Ubi banca, uno dei maggiori concorrenti di Intesa. Nel 2007, quando Ubi era appena nata dalla fusione tra Popolare di Bergamo e Banca Lombarda di Brescia (di cui Bazoli è stato anche vicepresidente), un complicato matrimonio i gruppi di potere di due città chiave dell’economia lombarda e italiana, fu il dominus bergamasco, Emilio Zanetti a proporre la sua elezione, e qualche coraggioso azionista osò ipotizzare qualche “potenziale conflitto di interesse”. Zanetti, paterno, disse: “Qualcuno può nutrire perplessità, ma mi auguro che queste vengano fugate”.
All’indomani della leggina di Monti venne a mancare il notaio Giuseppe Camadini, personaggio di spicco del potere bresciano, legatissimo a Bazoli, insieme al quale realizzò la fusione tra Banco di Brescia e Credito Agrario Bresciano da cui nacque Banca Lombarda. L’associazione “Banca Lombarda e Piemontese”, che riunisce gli azionisti bresciani di Ubi, ritenne di aver diritto di designare un bresciano per quel posto, in base a quell’accordo di spartizione che gli inquirenti giudicano “occulto” e quindi illecito. Fu prescelta Francesca Bazoli, avvocato bresciano, classe 1968, che ha ereditato dal padre Giovanni lo studio legale. Le proteste dei bergamaschi fecero saltare la successione ereditaria, anche se nessuno ha protestato nel marzo scorso, quando Emilio Zanetti ha lasciato la presidenza della Popolare di Bergamo (oggi controllata di Ubi) ma nel consiglio è entrato suo figlio Matteo. Tra le regole non scritte vigenti nel mondo di Ubi Banca c’è infatti questo singolare familismo delle famiglie per bene, che si passano le poltrone di padre in figlio attraverso un peculiare meccanismo di meritocrazia genetica, attraverso il quale un figlio può garantire agli azionisti lo stesso coefficiente di onestà del genitore.
In ogni caso Bazoli figlia si è accontentata di un posto nel consiglio della controllata Banco di Brescia, che si è aggiunto alla vicepresidenza di Ubi Leasing. Nel luglio dell’anno scorso, quando la Banca d’Italia ha completato l’ispezione di Ubi Leasing che ha portato nei giorni scorsi all’esplodere dello scandalo, Francesca Bazoli si è dimessa. Però è rimasta nel consiglio di Ubi sistemi e servizi.
Se non vigesse la presunzione di correttezza assoluta della famiglia Bazoli, ci sarebbe da notare che anche Gregorio Gitti, marito di Francesca e genero di Giovanni, ha i suoi incarichi nel gruppo Ubi. E’ presidente di ben quattro controllate: 24-7 Finance, Ubi Finance 2, Ubi Finance 3, Lombarda Lease Finance 4. Gitti è professionista di notevole caratura e di ingegno multiforme. Il suo studio legale Pavesi, Gitti, Verzoni è ben inserito nei gangli decisivi degli affari. E il nome del genero di Bazoli spicca con frequenza nelle vicende che riguardano sia pure indirettamente il suocero. Eccolo come consulente legale nella fusione che dà luogo alla nascita di Ubi Banca, ecco protagonista della nascita della nuova Alitalia di Roberto Colaninno, operazione targata Intesa Sanpaolo, eccolo nella squadra degli advisor nella nascita di A2A, nata dalla fusione delle due municipalizzate elettriche di Milano e di Brescia.
Nel 2013 Gitti è diventato deputato, eletto nelle liste di Scelta Civica dopo anni di militanza nel Partito democratico di cui è stato uno dei fondatori. Alla Camera si è subito distinto, tra le altre cose, per il reddito, 3 milioni e 426 mila euro, secondo solo a quello del re della sanità convenzionata Antonio Angelucci.
Colpisce anche, e aiuta a comprendere la sorpresa di Bazoli per l’indagine che lo coinvolge, che nessuna autorità abbia avuto finora niente da dire sui rapporti della famiglia con Romain Zaleski.
Notate la stranezza: a partire dal 2012 due senatori, Giorgio Jannone (Pdl) e Elio Lanutti (Idv) hanno presentato due distinti esposti alla magistratura, nei quali era scritto per filo e per segno tutto ciò di cui la Guardia di Finanza è andata a cercare le prove due anni dopo: per esempio il fatto che in sette anni di vita Ubi Banca abbia distribuito un miliardo di euro in consulenze (legali e non).
Lanutti però ha presentato, già da anni, un esposto anche alla Procura di Milano, riguardante Intesa Sanpaolo, con la richiesta alla procura guidata da Edmondo Bruti Liberati di verificare se con Zaleski non sia stato commesso il reato di “abusiva concessione del credito”. Nessuno ha mai fatto una piega, e si può facilmente indovinare il perché: la reputazione di Bazoli è stata evidentemente giudicata sufficiente a fugare ogni sospetto. E quindi rimangono solo allo stato di apparenze scombinate alcuni fatti: che le banche italiane abbiano prestato al finanziere franco-polacco amico di famiglia di Bazoli 6-7 miliardi per giocare in Borsa; che con quei soldi Zaleski arrivò ad essere uno dei primi azionisti di Intesa Sanpaolo, il primo azionista di Ubi al momento della nascita nel 2007, il primo azionista della Mittel, la finanziaria di cui Bazoli è stato presidente per una vita (con Gitti consulente); che Intesa Sanpaolo abbia prestato all’amico del presidentissimo almeno 800 milioni senza pretendere garanzie reali, scavando così un buco inesorabile nei propri conti, visto che le speculazioni di Zaleski sono andare molto male. La storia è antica: perché si ti chiami Brambilla le banche ti fanno fallire all’istante chiedendoti il rientro immediato e se ti chiami Zaleski ti tengono in vita per anni dandoti ossigeno finanziario per centinaia di milioni? Finora la magistratura non ha ritenuto che la vicenda possa riguardare il rispetto delle leggi. La stessa idea devono averla Bazoli e i suoi cari. Non a caso nel 2008, alla vigilia del crac Zaleski, Gitti ha fondato, con l’amico franco-polacco e il suocero banchiere, la solenne Fondazione Etica, che si propone l’”elaborazione di una  nuova idea di Paese, basata su una moderna etica pubblica”.
Ecco, l’etica è assicurata. Meno male.

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