mercoledì 14 maggio 2014

Jack London: Il richiamo della foresta / 2



Buck non leggeva i giornali, altrimenti avrebbe saputo quali guai si stavano preparando non soltanto per lui, ma per tutti i cani di forte muscolatura e col pelo lungo e soffice da Puget Sound a San Diego. Brancolando tra le tenebre artiche gli uomini avevano trovato un metallo giallo e, poiché le compagnie di navigazione e di trasporto avevano divulgato la notizia, migliaia di persone correvano verso il Nord. Questi uomini avevano bisogno di cani; cani robusti, con una forte muscolatura e pelo folto per difendersi dal gelo.
Buck viveva nell’assolta valle  di Santa Clara, in una grande casa chiamata la residenza del giudice Miller. Lontana dalla strada, seminascosta tra gli alberi dietro i quali si poteva intravedere l’ampia e ombrosa veranda che la circondava, la casa si raggiungeva per viali ghiaiosi, fiancheggiati da alti pioppi che si snodavano tra distese di prati.
Sul retro poi ogni cosa aveva dimensioni ancora più grandiose che nella parte anteriore della residenza. C’erano le grandi scuderie con una dozzina di stallieri e garzoni, le abitazioni della servitù coperte di rampicanti, un’ordinata e interminabile fila di baracche, vigne, verdi pascoli, frutteti e cespugli di bacche a
perdita d’occhio. C’erano poi le pompe per il pozzo artesiano e una grande cisterna di cemento, dove i ragazzi del giudice Miller facevano il bagno la mattina e si rinfrescavano nei caldi pomeriggi.
Su questo vasto dominio regnava Buck. Lì era nato e lì aveva vissuto i primi quattro anni della sua vita. Certo, c’erano altri cani. Non potevano non esserci in una tenuta così vasta, ma non contavano. Andavano e venivano, vivevano in canili affollati o in qualche angolo abbandonato della casa, come Toots, il cagnolino giapponese, e Ysabel, la cagnetta messicana senza pelo; strane creature che di rado mettevano il naso fuori dalla porta o posavano le zampe per terra. C’erano poi i fox-terriers, almeno una ventina, che mugolavano spaventose minacce a Toots e Ysabel, affacciati alle finestre a guardarli, protetti da una squadra do cameriere armate di scope e strofinacci.
Ma Buck non era cane da vivere rinchiuso né in casa né in canile. L’intero regno gli apparteneva: si tuffava nella cisterna o andava a caccia coi ragazzi; seguiva Molly e Alice, le figlie del giudice, nelle loro lunghe passeggiate all’alba o al tramonto. Nelle sere d’inverno s’accovacciava ai piedi del giudice davanti al fuoco scoppiettante nel camino della biblioteca. Portava in groppa i nipotini del padrone, li faceva rotolare nell’erba e sorvegliava i loro passi nelle loro avventure straordinarie, fino alla fontana del cortile o anche più lontano, nel prato tra i cespugli di bacche. Passando, avanzava impettito fra i terriers e volutamente ignorava l’esistenza di Toots e di Ysabel perché lui era il re, il re di tutto ciò che camminava, strisciava, volava nella tenuta del giudice Miller, esseri umani compresi.

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