La critica - se
così si può dire ma, del resto, questa è la parola, tanto più per un programma
di parole - è che ‘Quello che (non) ho’
sia un programma lento.
Prevedibile. Anche
‘Via con me’ ha iniziato lentamente. Soprattutto la prima puntata. Poi ha preso
ritmo.
‘Ritmo’. Altra
parola.
Ma cos’è il ritmo…
Un susseguirsi di
movimenti fisici. D’immagini, di parole. O c’è anche il ritmo pensiero?. Il
ritmo della mente che si muove.
Programmi come ‘Vieni via con me’ e ‘Quello che (non)
ho’ vanno valutati per questo. Se possiedono o no il ritmo del pensiero. Se
non fanno riflettere, se non
provocano qualche sussulto. Se non
provocano assenso, indignazione e approvazione allora, sì, sono lenti.
Pertanto, il “guru”
dei critici che ha stroncato la prima puntata andata in onda ieri sera su La7: Aldo
Grasso, potrebbe rientrare nella specie
maschile che ha problemi a farla dentro la tazza (non sarebbe la prima volta
per lui).
Le mie
considerazioni su ‘Quel che (non) ho’ le farò, se avrò tempo e/o voglia, al
termine delle tre puntate.
Al momento, rispetto
a ciò che ho visto ieri, osservo quanto segue.
La Littizzetto non mi è piaciuta. Proprio
colei che possiede ritmo mi ha annoiato. Un mix di monologhi già sentiti a ‘Che
tempo che fa’. Solite parole. Soliti concetti su walter e iolanda e spot pubblicitari sulla menopausa.
Ciò che ho
apprezzato maggiormente, lo si capisce dai video che ho “postato” stamane, sono
stati: Raphael Gualazzi ed Elisa. E Marco Travaglio. I cui monologhi non sono
certo pedanti e privi di ritmo.
Una considerazione
su Saviano. L’avevo già fatta in
precedenza, perché percepivo che stesse iniziando il processo di “beatificazione” per effetto del quale:
tutto ciò che dice, come le dice, va bene sempre e comunque.
Ho trovato Roberto
Saviano meno efficace nel raccontare, nel tenere l’attenzione di chi ascolta,
rispetto non solo a ‘Vieni via con me’ ma ad alcuni suoi interventi a ‘Che
tempo che fa’.
Tutto non si
riesce a fare nella vita. E non tutto ci riesce bene. Dovrebbe “concentrarsi”
su alcuni argomenti e sul modo di raccontarli e ricordarsi quale mezzo potente
sia la telecamera. Come uno sguardo, una pausa al momento giusto, una lieve
accelerazione, “arrivino” a casa. Allo spettatore.
Dovrebbe
tralasciare alcuni temi che non solo richiedono una preparazione onerosa, ma
anche una gestione azzeccata del racconto.
Prendendo a
prestito linguaggi o situazioni da talent…dovrebbe evitare il “karaoke del
pensiero” e puntare su pezzi che fanno la differenza e interpretarli in maniera
tale da lasciare il segno.
Ovviamente,
Saviano e Fazio si mettano in testa – se ce ne fosse bisogno – che tra loro ci
sia un Pasolini. Non ci sono maestri di vita in giro…
Meglio rendersi
conto e “accontentarsi” della capacità
di porre qualche elemento di riflessione, provocare qualche scossa interiore.
E’ già molto. E’ già tanta “roba”.
E, ovviamente,
evitare di pensare che ogni critica sia fango. Il pubblico che conosce e segue Fazio e Saviano è sufficientemente dotato per distinguere tra senso
critico e melma. Tra la faciloneria
nell’usare parole per il solito articoletto del solito quotidiano referenziale
e autoreferenziale e lo spirito di osservazione dello spettatore.
Senza il quale,
nessuno può essere “beatificato”.
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