venerdì 27 aprile 2012

Billie Holiday, ‘Lady in Satin’



BILLIE HOLIDAY
Lady In Satin
(Columbia) 1958
jazz

"Lady Day è, senza dubbio, colei che maggiormente ha influenzato il canto popolare americano negli ultimi vent'anni"
(Frank Sinatra su Billie Holiday)


"Lady In Satin" è un disco molto strano. Uno degli ultimi, prima della morte, a soli 44 anni, della sua autrice: una delle personalità che più hanno rivoluzionato, osato e raccontato nella storia del jazz, del blues e della pop music.
Il primo brano è "I'm Fool To Want You": i fiati, l'arpa, i violini e tutti gli altri 40 elementi dell'orchestra di Ray Ellis, che aveva già collaborato anche con Barbra Streisand, dipingono un acquerello struggente e magico. Si tratta del classico scenario proprio dei grandi arrangiamenti orchestrali jazz, come nei più famosi brani registrati da Frank Sinatra. Billie Holiday, però, emerge completamente inaspettata. La sua voce è incredibilmente sporca, rotta dall'alcool, dalle droghe e da una vita dolorosa, che vide anche il carcere: spoglia da particolari virtuosismi, la sua estensione conta anche molte note in meno rispetto agli esordi.

"Devo confessare che non fui molto contento, inizialmente, della sua performance. Ma stavo ascoltando face
ndo attenzione solo alla musica, e non alle emozioni. Fu solo quando riascoltai il prodotto finale, varie settimane dopo, che capii quanto grande era stata, davvero, la sua prova". Così Ray Ellis parla della Billie Holiday del 1958,
in occasione del remake di "Lady In Satin", per la Columbia Legacy, nel 1997.
La straordinarietà di quella donna, che fu costretta a prostituirsi, per la povertà, a soli tredici anni, insieme a sua madre, è tutta in quella dichiarazione. La sua forza era l'espressività, come fosse un'attrice, e parlasse cantando.
Sapeva caricare ogni nota di profondità, un po’ come succede nelle poesie di Ungaretti: estranea a particolari virtuosismi, priva di un'educazione tecnica, la sua voce sapeva creare un rapporto intimo con il pubblico, intimo e commovente. Come se strappasse via, a mani nude, il reale significato delle canzoni, per regalarlo agli spettatori, genuinamente, con empatia. Non con enfasi, o con falso pathos: bensì con la sincerità, l'ironia e l'incredibile amore per la vita, nonostante tutto, che viene al jazz dalla cultura africana.

Musicalmente, invece, il suo canto gestiva con suprema classe il tempo e il fraseggio: ci volava, sul tempo, fino a inaugurare un nuovo rapporto con il ritmo.
Ecco perché la sua versione di "I'm A Fool To Want You" spacca il cuore, e diventa storia, senza bisogno di nessun salto d'ottava.
Ed ecco, anche, in che senso Billie Holiday si pone agli antipodi dell'altro altisonante nome del canto jazz, in termini di notorietà: Ella Fitzgerald, con il suo sorriso furbo, la sua potenza e le sue scalate sonore.
L'arte di "Lady Day", tutta chiaroscuri, finezza ed eleganza, si osserva quindi al meglio in questo disco, nuda e cruda, grazie anche al contrasto con la ricca orchestrazione di Ellis.

Nella sua carriera la Holiday aveva sempre preferito lavorare con sezioni ritmiche essenziali, costituite da pochi elementi. Risulta paradossale, quindi, che proprio a questo punto della sua vita abbia scelto di tuffarsi in un'orchestra. La "Penguin guide to jazz" definì "Lady In Satin" "un viaggio voyeuristico in una donna distrutta". Un viaggio che si snoda attraverso i grandi classici del pop e del jazz americano, con tutti pezzi mai cantati prima dalla Holiday, ma scelti in linea alla sua personalità: come la terribile e oscura "You Don't Know What Love Is", la malinconica ed enigmatica "Violets In Furs", con un surreale giro degli archi, la disillusa "You've Changed", con il dialogo fra le domande della voce e le risposte di viole e violini, la genuina "Glad To Be Unhappy", con uno spiazzante recitativo, da teatrante, o la conclusiva "The End Of A Love Affair".

Le preziose interpretazioni di questo disco diventarono a loro volta dei classici, ovviamente, splendidamente supportate dai quaranta elementi di Ellis. Brani che suonano un po' come un addio, come il racconto di una vita: così, introspettivi e dolcemente rassegnati, svelano un'anima nascosta di Eleanora Fagan, in arte il maschiaccio Billie Holiday, che cantava, invece, le sue canzoni di protesta, come la memorabile "Strange Fruit" del '39, o componeva brani rabbiosi come "Fine & Mellow", per morire, infine, povera com'era nata.

"Love will make you do things that you know is wrong"
(Billie Holiday, "Fine & Mellow") 

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