martedì 24 aprile 2012

Amici 11 (ma non solo), Antonino Spadaccino (ma non solo): l’atteggiamento di coloro che partecipano ai talent show.


Nella puntata di sabato scorso due big (?!) di Amici sono stati eliminati: Antonino Spadaccino e Valerio Scanu.
Questi i loro commenti (fonte La Stampa).

Antonino Spadaccino: Come si fa a rimanere delusi dal parere oggettivo di chi compra i dischi. Va bene così. Io dico sempre di essere l’amico vintage. Non sono vecchio, ma ho fatto il programma sette anni fa e Maria ha ragione a dirmi che devo faticare per farmi apprezzare ancora. Posso dire che sto pagando il prezzo di aver fatto questo programma tanti anni fa; poi vedo che la gente mi ferma per strada, mi dice che ho una voce splendida con un timbro che in Italia non si sente. Devo stringere la mano a questo pubblico”.

Valerio Scanu: “Se non fossi stato eliminato sarebbe stato meglio. Però è andata. Non nego di esserci rimasto male. Spero che siano stati gli altri a essere preferiti a me, e non che qualche carta sia stata giocata a mio sfavore”.

Bene. Si fa per dire…
Ma..mi domando e dico…non gli viene mai il sospetto a questi concorrenti e/o ex concorrenti di talent show – Amici e X Factor che sia - nonché aspiranti protagonisti nel panorama musicale mondiale, che come loro ce ne siano tanti altri, che è già un traguardo essere arrivati davanti a una telecamera quando – forse – c’è gente altrettanto o più meritevole che non ci riesce. Non gli punge vaghezza che il loro modo di cantare, che le scelte dei pezzi, non prendano parte del pubblico perché – vivaddio – la Musica è colma di musicisti e interpreti fondamentali mentre loro sono un accessorio consumistico usa e getta che, nella migliore delle ipotesi, può
fornire qualche emozione temporanea, più o meno intensa e sparsa in zone diverse del corpo umano (testa, pancia e ometto il resto..), che nel giro di breve tempo lascia il posto a quella colonna sonora della nostra vita che ci provoca emozioni diverse ma sempre collocate tra testa e cuore.

Capisco che Antonino Spadaccino si chieda: “perché Alessandra Amoroso ed Emma Marrone sì ed io no”. Ma se la risposta che si dà è: sono approdato ad Amici troppo presto, sotto inteso: perché allora il programma non era una “join venture” con le major discografiche, beh…dovrà faticare parecchio e non approderà a nulla.
Il suo timbro vocale è indubbiamente particolare. Ma l’Italia abbonda di gente con timbri soul/blues (ogni edizione di talent inflaziona in tal senso) che poi finisce per cantare poppazza anziché ricercare canzoni che richiamino, sì, la propria connotazione naturale ma che lascino però prevalere la costruzione musicale unita a dei testi che non facciano correre al cesso.
Cantare certa poppazza, cioè l’insulso musicale e di testo, fa danni. Alla Musica ma, prima ancora, al presunto talento convinto di poter sfondare. Il  timbro particolare si perde o, come è successo ad Alessandra Amoroso, porta a non affrontare nel giusto modo alcuni passaggi della canzone. Perché quando si ha un timbro soul/blues e si canta certa poppazza si tende a tirare le note. A gridare più che alzare di ottava. Il vibrato serve per smuovere le viscere anziché per sottolineare, dare respiro e il giusto virtuosismo alla nota.

A questi concorrenti del talent – tutti, nessuno escluso (X Factor e Amici)non gli accarezza mai l’idea che fuori da un programma si ha ancora molto da imparare. Che devono prendere lezioni di canto, che devono provare e riprovare. Non gli balena mai per la capa che i limiti che hanno o più semplicemente le caratteristiche che credono siano la chiave stilistica della loro espressione musicale sono in realtà mancanze, assenze, che sono percepite da un certo pubblico che quindi li scarta.
C’è chi  non arriva alla visibilità, c’è chi riesce con maggiore o minore sforzo a tenere i posti in classifica F.I.M.I che nulla ha a che vedere con il prendersi e mantenere un posto nell’olimpo della Musica.

E’ vero che il percorso musicale è un tragitto lungo e, come in tutte le professioni, contano le occasioni, gli incontri giusti. Ma prima che i discografici, i produttori, gli artisti che ti possono sostenere, bisogna sgombrare la testa da presunzioni, da alibi.
Mi pare invece che, vuoi per l’opportunismo delle case discografiche “spremi e getta”, vuoi per quel meccanismo mentale – umanamente comprensibile – che ci porta a credere di “avere qualcosa da dire e gli altri devono capire” non si mettano i presupposti per percorsi musicali sensati e seri.
La maggior parte dei fuori usciti dai talent non ha ancora compreso la differenza abissale che c’è tra i loro limiti e i “limiti” di Artisti affermati che di questo hanno fatto il loro punto di forza espressiva. La cosiddetta cifra stilistica. I limiti sono anche diventati un segno di riconoscimento.
La presunzione di certi ragazzi – in parte difensiva e causata dalla scarsa oggettività e discutibile capacità d’insegnamento dei “professori” di Amici o di alcuni vocal coach di X Factor  - li porta a non cogliere l’abisso tra i loro limiti - che sono mancanze artistiche - con i “limiti” degli Artisti.
Non ci sono gli eredi di Vasco Rossi e di Bob Dylan né di Lorenzo Cherubini in arte Jovanotti nei talent show. Ho citato tre che non sono certo dei talenti vocali. Ma sono degli Artisti. Fanno Musica.
Esattamente come non ci sono gli eredi di Frank Sinatra, di Michael Bublè e di George Michael. Tutta gente che a cantare. Tutti Artisti non solo perché hanno il talento vocale. Ma perché lo sanno usare. Sanno capire il senso del pezzo e trasmetterlo. Sanno aggiungere e sanno togliere.
Hanno consistenza vocale. Tenuta. Equilibrio. Virtuosismo al posto giusto, al momento giusto.

E, allora, questi ragazzotti di speranze e pretese, ascoltino e riascoltino. Analizzino nota per nota. Ascoltino con la testa, più che con le orecchie. Noteranno la differenza.
E se non notano la distanza abissale che esiste con Steve Wonder e Aretha Franklin piuttosto che con Vasco Rossi e Jovanotti, se non comprendono che replicare bene un pezzo di questi Artisti non significa eguagliarli,  che fare una propria versione di una cover non significa essere dei nuovi interpreti che sostituiscono i precedenti, cambino mestiere. Se non lo faranno direttamente loro, ci penserà il pubblico reale. Quello che ascolta con testa e orecchie e che difficilmente si fa trasportare, ma vuole viaggiare. Perché se un libro è cibo per la mente, una canzone è un viaggio mentale.
Io, almeno, la penso così.

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