da: Il Fatto Quotidiano
La7,
la guerra dei furbi
Gad
Lerner: “Sprechi, giochini e lotte di potere, così ci svendono
di Giorgio
Meletti
Telecom Italia è pronta a regalare La7 a Urbano Cairo nel silenzio
generale. Oggi il consiglio d’amministrazione decisivo.
Che
cosa ne pensa Gad Lerner?
Vivo con malinconia questa attesa
rassegnata di una svendita. Ho
dedicato a La7 dodici anni di impegno
appassionato. A lungo siamo stati l’unica voce televisiva critica nell’appiattimento
dell’informazione di regime. Telecom non ha nulla da guadagnare nella vendita
di La7. Capisco che gli azionisti
scalpitino, ma non è certo vendendo La7
che avviano il rientro del prezzo eccessivo che pagarono a Marco Tronchetti
Provera, facendogli un enorme favore. Si assiste a una lotta di potere opaca,
con troppi furbi.
Perché
una mossa così autolesionista?
Forse una guerra di potere intorno al presidente di Telecom Italia, Franco Bernabé, che in generale
scontenta il nocciolo degli azionisti e in particolare è accusato di aver
gestito la tv come strumento personale
di navigazione nell’establishment. Cosa in parte
vera. Con una gestione meno soggetta ai condizionamenti politici e ai
calcoli d’opportunità La7 avrebbe
avuto i conti in ordine già da tempo.
La7
ha una storia sfortunata.
Nel 2001
c’era un progetto importante. Il manager a cui Roberto Colannino lo aveva
affidato, Lorenzo Pellicioli, aveva cercato di coinvolgere Mentana fin dall’inizio, e poi Fabio
Fazio, Giuliano Ferrara e il
sottoscritto, nella convinzione che il duopolio Rai-Mediaset ci avrebbe
lasciato un grosso spazio editoriale. Poi arrivò Tronchetti, e il suo manager Enrico
Bondi, proprio lui, liquidò il
progetto.
E
Pelliccioli?
Oggi è fra i più decisi a premere per la
cessione dopo che per anni le sue società
del gruppo De Agostini, Zodiac e Magnolia, hanno venduto con profitto produzioni importanti a La7.
Forse
gli azionisti sono stati delusi dalla gestione di Giovanni Stella.
Se è per quello, anch’io. Stella è arrivato
digiuno di tv, compiaciuto della sua fama di spietato tagliatore, e del soprannome di “canaro”. Poi ci ha preso
gusto, è diventato il plenipotenziario che soverchia
il direttore di rete, sceglie i programmi. E nel 2010 rinnova il contratto
con Cairo a condizioni incredibilmente svantaggiose.
Pare
che glielo abbia imposto l’allora presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi
Non mi risulta e non mi basterebbe come
giustificazione. Di certo la fase di crescita di La7 è stata vissuta con preoccupazione dal nostro azionista.
Giungevano continue raccomandazioni di cautela, dicevano “Berlusconi ci
minaccia, Tremonti e Romani protestano sempre…”. Dopo la cacciata di Mentana da
Canale 5 per un anno e mezzo l’abbiamo lasciato in anticamera, dicendogli che
doveva chiedere il via libera a B. per venire da noi. Eccessi di cautela, anche
con il berlusconismo ormai in crisi.
Cautele
solo nella politica…
Infatti, nello stesso tempo subentrano
altre logiche, Stella instaura relazioni personali intense con l’impresario
tv Beppe Caschetto, firma un contratto oneroso con la società di Luca
Barbareschi, e poi tanti altri. La nostra piccola e agile tv diventa un
luogo di sprechi.
Cairo
è l’uomo di B.?
Non credo a un patto occulto. Certo, in un mercato recessivo anche la poca pubblicità
raccolta da La7 diventa interessante,
e quindi un suo ridimensionamento l’ennesimo favore a Berlusconi. Ma Cairo ha
guadagnato bene con la “nostra” La7, non è certo un autolesionista.
L’autolesionista
è Telecom?
Diciamo che non vedo quale convenienza
abbia a privarsi di un’azienda che supera il 30 per cento degli ascolti con il
confronto Santoro-Berlusconi, rivelando potenzialità inesplorate. Il presidente
Salvemini e l’ad Ghigliani hanno già varato un piano di tagli e risparmi. Noi
firme di La7 dovremo renderci
disponibili a sacrifici e a compartecipazioni, com’è giusto. Invece vedo troppi
giochini. Lo stesso ex, Stella,
annuncia di aver costituito una società
di produzione e credo aspiri a un ruolo di La7
in futuro.
La7
in regalo non risponde a una logica politica?
Non credo. Gli azionisti sono confusi, ma i
loro veri interessi sono di portata più ampia, pensano al destino della rete
telefonica e di Tim Brasile. La7 è
una briciola. Ma evidentemente fa parte del loro braccio di ferro con Bernabé,
forse vogliono sostituirlo nel vuoto a potere della campagna elettorale.
Perché
tutta la sinistra tace?
Per miopia, sono preoccupati dai rapporti con l’establishment che controlla altri organi d’informazione. Mi piacerebbe
vedere il presidente di Mediobanca
Renato Pagliaro premere per la vendita
della sua quota in Rcs che perde più
di La7. Ma non mi pare abbia
fretta.
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