da: La Stampa
Sorpresa
Tornatore
meglio
dei cinepanettoni
“La
migliore offerta” è il quarto film italiano più visto della stagione. Funziona
perché interattivo, la gente mi propone il suo finale”
di Fulvia Caprara
Il successo, dice
Giuseppe Tornatore, «non è sempre tutto spiegabile. Esattamente come non lo è
il suo contrario». Capita che un film vada male e non si riesca a capire
perchè. Ma anche, come nel caso de La Migliore offerta, che funzioni a
meraviglia, crescendo di settimana in settimana, grazie anche a un passaparola
sempre più fitto e appassionato che ha proiettato la pellicola ai primi posti
della classifica degli incassi (8.171.932 euro dal primo gennaio ad oggi)
lasciando vagamente sorpreso perfino l’autore: «Naturalmente speravo che
andasse bene, ma non mi aspettavo così tanto bene».
Come
mai?
«Eravamo tutti
sintonizzati sulla convinzione che in Italia, oggi, funzionasse solo il cinema
che fa ridere e che quindi ci fosse spazio per i film comici e basta. Un
assioma che ci è stato sbattuto in faccia come qualcosa di fisso,
irremovibile...E siccome La migliore offerta non appartiene a quel genere,
tendevo a non aspettarmi un risultato così».
Secondo
lei perché, invece, il film è tanto piaciuto?
«Credo che molto si
debba al finale aperto della storia. Un finale che ha stabilito un rapporto
interattivo con il pubblico, trasformandolo da soggetto passivo ad attivo. Mi
scrivono un sacco di persone, mi chiedono sempre “Tornatore, ma lui, in
conclusione, aspetta lei per vendetta o per amore?” Su Internet ho trovato
tantissimi commenti e messaggi. Uno era bellissimo, l’ha scritto un ragazzo.
Diceva che il mio film gli era piaciuto perché si può scegliere la fine, e
perché lascia un interrogativo aperto: “perdere il senno per amore o ritrovarlo
per cercare l’amore”?».
Il
film ha riportato al cinema anche il pubblico adulto. Che cosa ha affascinato
quel tipo di audience?
«Sono andati a
vederlo gli adulti, e pure gli anziani. Credo che loro siano stati coinvolti da
qualcosa di più universale, che sia piaciuta l’idea di un’allegoria sull’amore
o anche il riflettere sul fatto che, perfino quando siamo falsi, possiamo
trasmettere qualcosa di vero».
In
che senso?
«Nonostante tutto,
il mio protagonista resta fedele a un sentimento. In un momento in cui sembra
che nessuno possa più essere fedele a nulla, questo dev’essere stato un segnale
che ha colpito».
È
piaciuta anche la rappresentazione insolita dell’arte e della sua bellezza. In
tanti sono rimasti abbagliati dall’immagine della stanza in cui il protagonista
conserva i suoi dipinti.
«Quelle sequenze,
quei quadri, comunicano la sensazione di un’arte che provoca emozioni dirette,
qualcosa di vivo, lontano dalla visione museale...».
E
poi c’è la storia.
«Si, una struttura
narrativa che avvince, anche se priva degli elementi classici, il morto,
l’assassino, l’azione...è l’amore raccontato con i tempi del thriller, ho
voluto applicare lo schema del processo di innamoramento allo scheletro
drammaturgico del film».
E
dire che l’opera è uscita in una data originale, il giorno di Capodanno. Era
d’accordo?
«È stata un’idea
geniale della Warner Italia, in particolare del direttore generale Nicola
Maccanico. Si è sempre ritenuto che il periodo delle festività rappresenti, per
la distribuzione cinematografica, un blocco unitario. Alcune esperienze hanno
invece dimostrato che questa graniticità non esiste, così sono usciti film il 3
o il 4 gennaio, e per il mio si è scelta una data con un’identità precisa. Ho
aderito subito alla proposta, tra l’altro non ero mai uscito nel periodo di
Natale».
Sarà
al prossimo FilmFest, nella sezione Berlinale Special, mentre quest’anno in
gara non c’è nessun altro italiano. Contento?
«Sono contento di
andare a Berlino, dove sono già stato una volta, nel 2000, con Malèna. Ma è un
peccato che il cinema italiano non sia rappresentato nella competizione».
Sta
già lavorando al prossimo film. Il successo le ha fatto tornare forte la voglia
di girare?
«La voglia non l’ho
mai perduta, nemmeno nelle stagioni così così...sono come un contadino che
zappa la terra, una volta il raccolto è buono, un’altra meno, ma io devo
comunque continuare a zappare».

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