lunedì 20 gennaio 2014

Web, privacy e spionaggio dati: sette regole per proteggere computer e smartphone



da: Lettera 43
Privacy e spionaggio dati, le regole per difendersi
Apple, Google, posta elettronica e persino Whatsapp. Ogni cosa su Internet è una potenziale minaccia per la propria riservatezza. Ecco come proteggere computer e smartphone.
di Giovanna Faggionato

Il programma di spionaggio della National security agency (Nsa) è destinato a essere ridimensionato. Una parziale vittoria per Edward Snowden, la talpa dello scandalo Datagate.
Ma basta una stretta sui servizi segreti Usa per dire che la privacy è protetta? Certo, il passo avanti è importante: forse addirittura una pietra miliare per le battaglie del futuro. Ma non sono solo le istituzioni a spiare.
LE ARMI DEI COLOSSI DI INTERNET. Possono essere anche le multinazionali del web (che con quelle istituzioni hanno stretto accordi), a cui noi stessi regaliamo le nostre informazioni personali, a conoscere tutto della nostra vita e delle nostre abitudini. E quindi, come difendersi?
Con l'aiuto di Pier Francesco Piccolomini, esperto informatico di Softonic, uno dei principali portali a livello globale di download e consulenza software, Lettera43.it ha identificato sette problemi per la tutela della riservatezza, e altrettante regole per proteggerla.


1. Motori di ricerca: scegliere quelli che consentono navigazione anonima
I motori di ricerca tradizionali tracciano il comportamento degli utenti, raccogliendo indirizzi Ip e usando i cosiddetti tracking cookies per registrare alcune informazioni, per esempio i link cliccati o le parole cercate.
Nel caso di Google, quando si usa si il motore di ricerca mentre si è 'loggati'al profilo di uno dei servizi che offre (come Google Plus o Gmail), i dati raccolti possono essere utilizzati, per esempio, per offerte commerciali mirate.
Alcuni browser, tra cui Firefox e Chrome, offrono l’opzione Do Not Track, che comunica ai siti web visitati il desiderio dell’utente di non venire tracciato. Ma si tratta, come ha fatto notare Piccolomini, di un semplice invito, che i siti non sono obbligati a rispettare.
L'ALTERNATIVA: STARTPAGE O DUCKDUCKGO. Per cercare informazioni nel web, quindi, le soluzioni migliori sono alcuni motori di ricerca alternativi ai classici Google, Yahoo! o Bing. Tra di esse Piccolomini consiglia Startpage, che offre i risultati di Google ma non usa cookies, non trasmette informazioni personali di alcun genere e non tiene traccia delle ricerche effettuate. Un'altra alternativa valida è DuckDuckGo.
CI SONO STRUMENTI CHE NON TRATTENGONO INFORMAZIONI. Un’altra opzione: usare browser alternativi, ad esempio Tor Browser, un navigatore basato su Firefox che permette una navigazione totalmente anonima, o SRWare Iron, che è una versione di Chrome che non invia dati a Google.
In alternativa, si può optare per il componente aggiuntivo Google sharing: si installa sul computer e consente di passare attraverso un server anonimo. Alla fine della navigazione, insomma, il motore di ricerca non ha registrato informazioni su quello che ci piace o facciamo.

2. iPhone: il sistema operativo di Apple raccoglie i nostri dati
I sistemi operativi mobili riservano sorprese assai poco gradevoli. IOS 7, è promosso dalla Apple come «il cuore di iPhone, iPad e iPod touch. Con la sua interfaccia viva e intuitiva e le sue fantastiche novità, rende più piacevole tutto quel che fai».
Sarà. Intanto, spiega Piccolomini, il gioiellino di Cupertino «ha attive di default due funzioni discutibili dal punto di vista della protezione della privacy».
UNA LIBERATORIA PER LA MELA. La prima si chiama Diagnosi e uso. A cosa serve? Ufficialmente a raccogliere informazioni sui malfunzionamenti del sistema operativo, ma in realtà dice l'esperto, «a noi sembra più una sorta di liberatoria che firmiamo a Cupertino per raccogliere i nostri dati e farne ciò che vuole». Il consiglio? Meglio disattivarla. Poi c'è iAd da posizione, funzione che, spiega l'esperto, «serve a comunicare costantemente la tua posizione geografica per fare in modo che ti possano essere inviate pubblicità coerenti con il luogo in cui ti trovi».
LA FREGATURE NEI MENÙ POCO VISIBILI. Il problema più che altro è che questi strumenti sono difficili da individuare: «Per disattivarli bisogna navigare in sottomenu dai nomi poco chiari sepolti nelle preferenze di iOS. Anche in questo caso, l’informazione e la consapevolezza sono le armi migliori che abbiamo per tenere sotto controllo la nostra privacy.

3. Android: Google Now mappa tutti gli spostamenti e il tempo in cui si sta in un luogo
Tuttavia, neppure Google, produttore del sistema operativo Android, è esente da critiche.
«Recentemente», fa osservare Piccolomini, «senza alcuna spiegazione plausibile, ha eliminato da Android 4.4.2 una funzione importantissima, che consentiva agli utenti di scegliere a quali dati personali le App potessero accedere. Il servizio era stato inserito in Android 4.3, ed era stato salutato con gioia da tutti gli utilizzatori. Ma è durato poco».
Il problema è che il sistema operativo per smartphone di Google è profondamente integrato con i servizi offerti in rete dalla società, dai social alla mail, e questo rende il controllo del flusso dei dati che vanno e vengono ancora più complesso.
SOTTO IL CONTROLLO DI BIG G. Particolare attenzione va poi prestata a Google Now, un assistente personale virtuale intelligente disponibile sullo smartphone (l'equivalente di Siri su iPhone). Per attivarla è necessaria autorizzare la geolocalizzazione. Risultato: tutti gli spostamenti di chi la usa vengono registrati grazie all’app e riassunti su una mappa, con tanto di grafici che mostrano dove si è passato più tempo nell’ultimo periodo, a fare cosa e quando.
«Quando abbiamo visto questo resoconto per la prima volta, un po’ d’apprensione l’abbiamo avuta, perché dimostra concretamente quanto le aziende che operano nel web possano sapere di noi», spiega l'informatico. Consiglio: «Chi ha a cuore la propria privacy e crede di poter fare a meno di un segretario che gli dica che tempo fa, o quanto manca per arrivare a casa, farebbe meglio a non attivare Google Now».

4. Social nework: le regole sulla privacy esistono, ma vanno controllate

I social network, per loro natura, richiedono una volontaria rinuncia a una parte della privacy da parte di chi decide di iscriversi. Quello che invece può fare la differenza è la trasparenza. Per certi aspetti Facebook, negli anni, è migliorato.
Le impostazioni della riservatezza ora sono raggruppate in un pulsante dedicato, e sono raggruppate con un criterio logico rigoroso e scritte in un linguaggio chiaro. Google Plus, invece, è un po’ più criptico e né il linguaggio usato né l’organizzazione delle informazioni sono chiari come potrebbero.
La privacy di YouTube non è difficile da tenere sotto controllo. Una volta loggati nel proprio account si può scegliere di non mostrare i propri like e di tenere privata la lista di canali a cui ci si iscrive. Per evitare di pubblicare su Facebook o Twitter le prorpie attività su YouTube, poi, è buona pratica non associare il proprio profilo sul portale video gli account social.
INSTAGRAM: MEGLIO PRIVATIZZARE. Instagram, la cui struttura è meno complessa di un social network tradizionale, offre opzioni di gestione della privacy piuttosto semplici. Una volta stabilito chi possa vedere le foto che si postano (e il consiglio, qui, è di scegliere l’opzione Photos are Private, prima di ritrovare qualche tuo scatto “scomodo” in giro per il web), basta accettare i nuovi follower con attenzione. Per salvaguardare la privacy, insomma, è necessaria la consapevolezza e l’attenzione degli utenti.

5. E mail: Outlook per ora è l'unico strumento che non scansiona la posta degli utenti
Gmail e Yahoo! non solo scansionano le nostre mail, ma salvano i messaggi che non si è finito di scrivere. Utile quando si ha bisogno di cercarli in bozze. Meno utile per la privacy. In entrambi i casi tuttavia è possibile disattivare l'opzione. Per Gmail inoltre è possibile utilizzare il componente aggiuntivo Secure Gmail, che codifica la comunicazione.
Outlook.com, almeno per ora, non scansiona la posta degli utenti.

6. Whatsapp e le altre: gli istant messager memorizzano i messaggi che mandiamo
Qualcuno dice che, se qualcosa è gratis, allora il prodotto diventa l'utente. Significa che il produttore ottiene qualcosa (i dati personali) dall'utilizzo che ne fa l'utente. È un’affermazione un po’ forte, ma non è troppo distante dalla verità, in alcuni casi.
Whatsapp per esempio fino a poco tempo fa non criptava il  traffico e, inoltre, il programma memorizza i messaggi scritti sul cellulare. Anche qui bisogna essere consapevoli. E usare solo le app di cui si ha realmente bisogno.

7. Il web: fare sempre logout e tenere separati gli account
Ci sono buone abitudini che possono essere utili in tutti i casi. La prima è leggere sempre le condizioni di utilizzo di un programma. Il linguaggio usato è troppo astruso da capire? Per ottenere una traduzione si può consultare tosdr.org.
Bisogna studiare bene i propri dispositivi, navigare a fondo nelle impostazioni, perché a volte quelle più importanti per sono ben nascoste.
L'IGNORANZA MINA LA PRIVACY. Ogni volta che si utilizza un servizio, è bene fare sempre il logout. E tenere separati gli account. «Se ad esempio usiamo l’account di Facebook per accedere anche ad altri servizi (e la maggior parte di quelli che prevedono un login offrono questa opzione), il semplice accesso al social network fa sì che accediamo automaticamente anche ad essi con tutto ciò che questo comporta in termini di “fuga di dati”», ricorda Piccolomini. «È un po’ come lasciare aperta la porta di casa: non dovrai andare ad aprire ogni volta che arriva un amico, ma nel viavai delle persone care diventa più difficile identificare il malintenzionato.
E infine la regola più importante: «L’ignoranza mina la privacy», conclude l'esperto, «bisogna tenersi costantemente informati sull’argomento. Altrimenti il peggior nemico della tua privacy sei tu stesso».

Nessun commento:

Posta un commento