lunedì 27 gennaio 2014

Billie Joe e Norah Jones: tributo agli Everly Brothers

da: Il Sole 24 Ore

Everly Brothers: svolta country per Billie Joe Armstrong e Norah Jones
di Francesco Prisco


Quando si dice la capacità di stare sempre sul pezzo. A novembre scorso nell'indifferenza dei più il front leader dei Green Day Billie Joe Armstrong, ormai stella fissa della volta celeste rock con una certa dimestichezza con le cliniche di riabilitazione, si toglie uno sfizio che covava da chissà quanto tempo: omaggiare gli Everly Brothers, duo del rock and roll degli albori le cui armonie vocali furono la via di Damasco per gente come Lennon, McCartney, Simon e Garfunkel.
Passione insospettabile, la sua, che necessitava giocoforza di una «sponda» perché non è che puoi rendere degno tributo agli Everly se canti da solo. L'ha trovata in Norah Jones, cantautrice jazzy abituata a frequentare atmosfere folk, evidentemente in debito – lei sì – con la lezione musicale di Don e Phil Everly. Si sono visti a New York e, in soli nove giorni, hanno buttato giù «Foreverly» (da notare il gioco di parole), disco che riproduce interamente la tracklist di «Songs our daddy taught us», secondo album dei fratelli Everly datato 1958
nel quale gli allora impomatati alfieri rock-a-billy rivendicavano con orgoglio l'appartenenza alla tradizione musicale del Great American Songbook. A dare manforte Chris Dugan, tecnico del suono di fiducia dei Green Day, il bassista Tim Luntzel e il batterista Dan Rieser coi quali la Jones divide spesso il palco. È accaduto poi che il 3 gennaio scorso Phil, il più giovane degli Everly, se n'è andato a cavalcare per le verdi praterie del cielo e l'operazione di Billie Joe e Norah ha acquistato un imprevedibile senso di attualità.

Ed è un bene perché il disco merita. Come nell'originale, apre il discorso lo standard «Roving Gambler» con l'armonica di Charlie Burnham a fare da contrappunto alle soluzioni vocali del duo. «Long time gone» è la più classica delle ballate per cuori solitari con l'honky tonk piano della Signora a fare il solletico da sotto. «Lightning express» esalta il pedal steel di Johnny Lam, «That silver haired daddy of mine» rende onore alla buonanima di Gene Autry, padre nobile del country che la compose, mentre «Down in the willow garden» è un inno solenne da ululare alla luna. Altra concessione al crepuscolarismo in «Who's gonna shoe your pretty little feet?» che lascia in fretta il posto a «Oh so many years», idillio imbottito di tremolo. «Barbara Allen» rappresenta uno dei momenti più alti del disco, con Billie Joe che sfodera doti di insospettabile folk singer e il violino di Burnham a impreziosire la narrazione. Poi ci sono la delicata ninnananna pianistica di «Rocking alone» e Norah che guadagna il centro della scena con la melodia portante di «I'm here to get my baby out of jail». Difficilmente migliorabile «Kentucky», il classico di Karl Davis che rappresentava uno dei momenti più intensi dei concerti dei fratelli Everly. Non c'è che dire: un esperimento coi fiocchi che forse servirà ad allargare gli orizzonti musicali di molti ascoltatori senza pretese di Green Day e Norah Jones. Ché sciacquare i panni in Mississippi non ha mai fatto male a nessuno.

Nessun commento:

Posta un commento