mercoledì 12 dicembre 2012

Il ritorno "tempestivo" della mummia Berlusconi: la strategia "marxiana"


Analisi perfetta quella di Gian Enrico Rusconi ne ‘La Stampa’ di oggi. Ovviamente…marxista va scritto rigorosamente tra apici.
Concordo anche sul fatto che Monti potrebbe “disturbare” sia Berlusconi sia Bersani, ma vorrei ricordare all’acuto analista Rusconi, che così come da un paio d’anni era nell’aria un “malessere”, una “delusione” nei confronti di Berlusconi che faceva presagire bastonate elettorali, fatte salve le indubbie positività di Monti (non fa i suoi interessi, ha lavorato con proposte e soluzioni), l’”aria media” che tira è quella di gente stufa di pagare per i danni prodotti da anni e anni di antipolitica. Perché la classe politica che non sa gestire la cosa pubblica è antipolitica.
E questi lunghi anni di antipolitica hanno prodotto buchi, sperperi. Hanno gonfiato il debito pubblico. E Monti, per rispettare il compitino che Berlusconi, nel tentativo di rimanere a galla, aveva accettato dalla maestra Merkel, ha pescato dalle tasche dei soliti contribuenti per coprire le voragini del debito pubblico.
Il che tradotto significa: rispettiamo la sua persona, ma quando andremo a votare ci ricorderemo che stipendi e pensioni si stanno prosciugando. E tralascio, al momento, alcuni errori e limiti del governo originati dal dogma di Monti: i Mercati (riforma delle pensioni, riforma del lavoro, e alcuni errori di comunicazione imputabili a suoi ministri, in testa: la Fornero).
Ergo….Monti prenderà dei voti. Sufficienti per “disturbare” Bersani ma non farà certo bingo.
Risultato: sarà come nel 2006, quando vinse Prodi. Una maggioranza esigua da battere facilmente…
Forse non è ancora chiaro che non ci possiamo permettere governi di incapaci o maggioranze incapaci.
Ed è per questo che risulta facile ma inevitabile un attacco di sano populismo. Quello di Lucina Littizzetto, domenica scorsa a ‘Che tempo che fa’: avete rotto il cazzo.

da: La Stampa

Quel salto dai poteri forti alla protesta
di Gian Enrico Rusconi

C’è un uomo, in Italia, che segue, con assoluta coerenza, la fondamentale lezione di Carlo Marx. Questo uomo è Berlusconi. Da quando è entrato in politica, da quasi vent’anni, pensa che le ideologie, le sovrastrutture, siano solo strumenti dello scontro di interessi e che, per raccogliere voti, occorra individuare, con la massima rapidità e spregiudicatezza, i cambiamenti sociali che alimentano la protesta.  

Così, ha scelto, con perfetto tempismo, il momento più opportuno per lanciare la sesta discesa in campo nel nome della sua antica battaglia, quella del ‘94, contro l’establishment, la struttura dirigente nazionale ed europea.  

Non devono stupire, perciò, le sue tante contraddizioni: quella di aver stipulato lui, con l’Europa, appena l’anno scorso, un patto di repentino e azzardato rientro del debito; quella di aver fatto votare al suo partito tutte le misure proposte da Monti e, infine, per citare solo quella più clamorosa, la promessa di ritirarsi come «padre nobile» di un centrodestra rinnovato. Berlusconi ha capito di aver perso definitivamente la credibilità sull’immagine che aveva cercato di costruirsi nella legislatura che sta per concludersi, cioè quella dell’uomo di Stato, liberista in economia e moderato in politica, perfetto interprete italiano della linea sostenuta in Europa dal partito popolare europeo. Una linea, peraltro, nel nostro Paese, «usurpata», con ben maggiore autorevolezza internazionale, proprio da un leader tecnico e pragmatico come Mario Monti. 

Sintomo di questa sottrazione di una parte importante del bacino elettorale del Cavaliere è lo sfaldarsi, proprio in contrapposizione con l’attuale premier, dell’appoggio di due pezzi tradizionali e fondamentali di quella che è stata la sua «costituente» in questi due decenni, la Chiesa e l’imprenditoria italiana. Le reazioni alla mossa di provocare la crisi di governo, insolitamente dure e senza troppe ipocrisie formali, di vescovi abituati alle più sottili prudenze episcopali come quella del loro capo, Angelo Bagnasco o di industriali ex simpatizzanti, come il presidente della Confindustria, Giorgio Squinzi, sono state la conferma di un distacco definitivo che Berlusconi, da abile uomo di marketing, aveva compreso da tempo come fosse ormai irrecuperabile. 

Ecco perché la sua strategia politica è cambiata, apparentemente all’improvviso. Perduto il sostegno dei moderati, del ceto medio borghese, del mondo dell’imprenditoria, della finanza e, persino, dell’alto clero, Berlusconi è stato costretto a rivolgersi, nel frattempo, là dove montava più forte il disagio e la protesta. Ossia nei ceti popolari, trasversalmente divisi tra l’astensionismo, la ribellione grillina e anche la rabbia di una certa sinistra insofferente a Monti e alla sue riforme rigoriste. Così è stato riscoperto il vecchio linguaggio dell’esordio politico berlusconiano, quello anti-sistema, contro i cosiddetti «poteri forti», aggiornato all’ultima vulgata popolar-demagogica, quella contro la Germania e l’Europa egemonizzata dalla Merkel. Con la conclusione (per ora) linguisticamente più efficace, lo slogan contro «lo spread», simbolo dell’incomprensibile spauracchio che incomberebbe sulla testa e nelle tasche degli italiani. 

La linea che impronta la campagna elettorale di Berlusconi è perfettamente adeguata allo scopo che si prefigge il Cavaliere: non quello di vincere la battaglia per la futura presidenza del Consiglio, ma quella di ottenere un consistente gruppo di fedelissimi in Parlamento, scudo personale delle sue aziende e dei suoi problemi processuali. E’ chiaro, infatti, che una tale posizione antieuropeista e antitedesca sarebbe improponibile se dovesse avere come obiettivo la leadership di un governo italiano, pena catastrofiche conseguenze sulle nostre finanze e sulla nostra presenza internazionale. Le parole della Merkel, del ministro Westerwelle e, soprattutto, della dirigenza del partito popolare europeo sono, a questo proposito, inequivocabili. Fanno capire, tra l’altro, come neanche l’ipocrisia diplomatica riesca a celare la convinzione, tra i nostri partner europei, che nel 2013 non si troveranno davanti, a Bruxelles, di nuovo Berlusconi a capo della delegazione governativa italiana.  

Del tutto compatibile, invece, con un’opposizione senza particolari responsabilità, sarebbe la polemica contro l’Europa e, perfino, quella contro lo spread e contro l’euro, condita dal definitivo abbassamento della bandiera liberale, in favore di un protezionismo nazionalistico che resusciti, almeno nei sogni, la lira e quelle svalutazioni della moneta che erano tanto preziose per esportare i nostri prodotti. 

Alla spregiudicata strategia filosofica «marxiana» si aggiunge, in Berlusconi, l’intuito tattico dell’uomo di comunicazione. Così, la sconfitta di Renzi alle primarie pd, l’alleanza in lista della coppia Bersani-Vendola, la necessità, da parte di Maroni, di un accordo col Pdl per sperare in una vittoria in Lombardia, l’opportunità di anticipare il travagliato parto del nuovo «centro» politico, e infine, ma non da ultimo, la scadenza del pagamento dell’Imu hanno dettato i tempi della sua sesta discesa in campo con cronometrica precisione. A questo punto, l’unica incognita che potrebbe alterare il piano berlusconiano potrebbe essere un secondo contropiede di Monti, dopo l’annuncio delle sue prossime dimissioni: quello di una sua disponibilità al sostegno di una lista. Per saperlo, bisognerà aspettare la vigilia di Natale. Per Berlusconi (e per Bersani) non sarebbe certo un bel regalo. 

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