lunedì 9 dicembre 2013

Mika: “Non ho cambiato X Factor e X Factor non mi ha cambiato”

da: la Repubblica

Mika: "Il pop sono io, non Lady Gaga"
Incontriamo l'artista anglo-libanese vera rivelazione di questa edizione di "X Factor" che si concluderà la prossima settimana. Ha imparato l'italiano in tempi record e ha colpito tutti per competenza e signorilità
di Giuseppe Videtti 



Sarà impacciato, non parla l'italiano, non sarà mai in sintonia con gli altri giudici. Oltretutto è digiuno di televisione, un pesce fuor d'acqua. Quelli che lo dicevano, all'inizio di questa settima edizione di X Factor (la terza su Sky), avevano sottovalutato le risorse di Mika (30 anni, nato a Beirut da madre libanese e padre americano, naturalizzato inglese) trasformista e iperattivo fin da bambino. Vistosa e in technicolor era Grace Kelly, la canzone che nel 2007 l'ha lanciato nel firmamento del pop. Firmando per X Factor (il 12 dicembre la finale su SkyUno) Mika ha rischiato grosso e ha vinto su tutti i fronti.

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L'italiano lo ha appreso alla velocità della luce, ma questo è un dettaglio rispetto alle molte altre qualità di neodivo della tv. Hanno conquistato la franchezza, la tenera gaiezza, l'eleganza, la misura nel comportamento e nei giudizi. E soprattutto la competenza, che in un talent dove si canta per il novanta per cento in inglese non è poco (scegliendo per la sua protégée un brano di un cantautore cult come Bon Iver, Mika ha messo in difficoltà anche l'enciclopedico Morgan, più ferrato sul rock classico che sulle tendenze).

Tre album di successo (il quarto, la raccolta Songbook Vol. 1in cui canta anche in italiano è uscito solo per il nostro mercato ed è in testa alle classifiche) e una popolarità internazionale: perché la tentazione di allenare esordienti in un talent in quest'appendice d'Europa che, a differenza di tutto il Made in Italy, il pop lo fa ma non lo esporta?
"Ma l'X Factor italiano è molto più effervescente di quello inglese", esordisce l'artista nel suo camerino, perfetto nel suo completo carta da zucchero. "E non è vero che la musica angloamericana ha sempre detenuto il primato. La Francia e l'Italia hanno avuto i loro decenni di gloria negli anni 50 e 60: Paolo Conte è un grande, Barbara un mito. E io sono un romantico. Badi bene, un romantico non un nostalgico".

Com'è stato l'approccio col mezzo televisivo?
"La tv non mi ha mai appassionato, ma non dimentico che sono un artista pop, dunque per me le cose intellettuali, alienanti e trash hanno lo stesso livello di interesse. Il pop è un'arte spontanea, il suo valore si verifica con il tempo. Quanti Salieri ci sono stati nella storia per ogni Mozart? Lady GaGa ha fatto un errore: strombazzare ai quattro venti di aver inciso un disco di art pop con la copertina realizzata da un artista di pop art. Banale e superficiale".

Che succede quando una star del suo calibro prende un impegno del genere, mette la carriera in stand by?
"Ho sempre accettato le sfide, anche le più ardue e strane. Mi piace fare tutto in fretta, e dunque ho imparato l'italiano con la stessa velocità di sempre, con un'insegnante che mi ha seguito in tour a Tokyo, New York, Los Angeles e Jakarta. Riesco a fare molte cose insieme. Se non scrivo canzoni a getto continuo, divento una statua di cera, una bambola assassina. In queste settimane ho composto una buona parte del nuovo album".

Pensa davvero che un'arte spontanea come la pop music possa essere "insegnata" in un scuola di musica in cui il giudizio viene brutalmente espresso dal televoto?
"X Factor non ti darà mai quel che solo la vita e l'esperienza possono darti. Dovrebbero essere le scuole a insegnare musica, ma per le arti non ci sono mai abbastanza fondi".

Ai tempi di Grace Kelly ci raccontò che a 14 anni eseguì cinque canzoni per un talent scout accompagnandosi al pianoforte. "Sei bravissimo, ma non saprei che farmene di uno come te", fu il commento. Oggi, nell'era in cui la Rete è l'arbitro di ogni cosa, la gavetta si fa in modo diverso?
"Non credo, alla fine le reazioni degli uomini sono sempre le stesse, la tecnologia cambia le abitudini non le persone".

Lei ha preso casa a Milano e ha intenzione di tenerla. Com'è vivere nell'Italia della grande crisi?
"Il mondo è in crisi, solo i tedeschi e gli inglesi riescono a dissimularla mantenendo super-decoroso l'aspetto delle loro capitali  -  ma basta fare un giro nelle periferie per capire che anche loro non se la passano bene. Adoro l'architettura di Milano, anche quella più austera e fascista. È una città che si nasconde; le cose più belle sono sempre dietro una porticina, non le troverei se non avessi degli amici".

Dicono che siamo il paese più omofobico d'Europa. È sembrato anche a lei?
"Non me ne rendo conto perché sono un privilegiato. Posso fare un'intervista e dire senza problemi che sono gay e ho un compagno. Ma penso a chi ha sacrificato la vita per i principi della libertà e della tolleranza senza nessun clamore e senza gloria".

Un difetto nell'Italia e negli italiani l'avrà pur trovato...
"Per me è il miglior paese del mondo, perché riesce a conservare una sua identità. Prenda il Libano: un paese sospeso; la Francia: tanti soldi e una grave crisi d'identità. L'Italia coltiva i suoi miti, l'eredità culturale e popolare, e questo è già un buon antidoto alla crisi".

La televisione crea una affettuosa complicità con il pubblico. La rivedremo l'anno prossimo?
"Non ho cambiato X Factor e X Factor non mi ha cambiato. Continuerò a fare le mie scelte pazze. Ho anche delle altre offerte in Francia e in Inghilterra, dove ho intenzione di proporre dei documentari sulla musica che nessuno vorrà finanziare. Ma certo, se la prossima edizione di X Factor non si sovrapporrà ai miei impegni discografici ci sarò".

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