giovedì 3 settembre 2015

Marco Travaglio: “Salvini ministro subito”



Fatto Quotidiano - 18 agosto 2015

Siccome il Viminale è sede vacante da due anni (c’è Angelino Alfano, cioè nessuno), Renzi dovrebbe prendere seriamente in considerazione la proposta di Salvini: nominarlo ministro dell’Interno per tre giorni, durante i quali il leader leghista promette di risolvere una volta per tutte il problema dell’immigrazione. Non ci venga a dire che non può farlo perché il suo è un governo di centrosinistra e Salvini farebbe una politica di centrodestra: anche il Jobs Act e le altre controriforme renziane (dalla scuola alla Costituzione, dalla responsabilità civile dei giudici ai reati fiscali) erano nel programma del centrodestra: una più una meno, non se ne accorgerebbe nessuno. Ma soprattutto abbiamo come il sospetto che Salvini, se facesse il ministro per tre giorni (o settimane o mesi o anni), non combinerebbe un bel nulla. Esattamente come Alfano, noto pelo superfluo. In compenso la sua propaganda sull’immigrazione a colpi di felpe, ruspe e talk show che l’ha portato sopra il 15% nei sondaggi, messa alla dura prova dei fatti si scioglierebbe come calippo al sole e la Lega tornerebbe là dov’era venuta: nelle valli bresciane, bergamasche e trevigiane, col suo endemico 4-5%.

La fortuna di Salvini è che qualunque cosa dica alla pancia, alle viscere e ai genitali degl’italiani meno alfabetizzati non avrà mai la possibilità di essere sperimentata per vedere l’effetto che fa.

E nessuno ha la memoria così lunga per ricordare che, negli 11 anni in cui la Lega governò, occupando ministeri chiave per la sicurezza come l’Interno e la Giustizia, gli immigrati continuarono a entrare in Italia imperterriti e incontrollati. Senza contare che: la legge Bossi-Fini fu la più clamorosa sanatoria di irregolari (oltre 700 mila) mai vista; il ministro Maroni finanziò – come tutti – i campi rom; il devastante regolamento Dublino-2 (poi esteso ad altri paesi nella terza formulazione) fu siglato nel 2003 dal governo Berlusconi-2 con dentro il Carroccio; la decisione di bombardare la Libia di Gheddafi nel 2011 fu assunta dal Berlusconi-3 con l’ok della solita Lega.

Se Salvini andasse al Viminale, dovrebbe fare i conti con le norme italiane ed europee, ma soprattutto con i numeri e le realtà che – a chiacchiere – può serenamente ignorare. Intanto non c’è nessuna “invasione” che giustifichi lo stato d’emergenza, nazionale o padano. Nel 2014 sono sbarcati in Italia 170 mila migranti, nei primi 7 mesi del 2015 circa 100 mila: quasi altrettanti.
L’Italia ne ha lasciati fuggire dai centri di accoglienza 170 mila, un po’ perché è vietato usare la forza per costringere all’identificazione chi si rifiuta, un pò perché ci conviene chiudere un occhio, anzi due: i fuggiaschi varcano la frontiera per raggiungere i paesi del centro e nord Europa.
I quali ce ne hanno rispediti al mittente 12 mila: in base a Dublino-3, qui sono sbarcati e qui devono restare. Perciò chi parla, oggi, di potenziare rimpatri ed espulsioni obbliga l’Italia a identificare tutti i migranti e dunque a tenersene molti più di quanti ne tiene oggi, e anche di quanti vogliono restare (la maggioranza preferisce proseguire verso Nord). Ormai quasi la metà dei nuovi arrivati hanno diritto di asilo perché fuggono da guerre e persecuzioni, dunque non c’è altra soluzione che accoglierli. Poi c’è l’altra metà, quella di chi si vede respingere la domanda d’asilo: questi sì vanno rimpatriati, ma le procedure di identificazione e di esame delle richieste sono lente (nessuno spontaneamente dice da dove viene, quanti anni ha e come si chiama; chi non ottiene asilo ha diritto di fare ricorso; e i tribunali sono intasati da processi più importanti). Così nei tempi morti i più si rendono irreperibili e scampano al rimpatrio forzato, sempreché le forze di polizia – lardellate di tagli di organico e di fondi – abbiano i mezzi per organizzarlo.
Quest’anno gli ordini di espulsione sono stati 18 mila, di cui solo 8500 eseguiti e quasi 10 mila rimasti lettera morta. Come tutti i grandi problemi italiani, anche l’immigrazione – di per sé irrisolvibile – potrà essere governata e disciplinata solo quando avremo uno Stato efficiente. Cioè quando avremo uno Stato.

Matteo Bandello, novelliere del ’500, racconta che nell’estate 1526 Giovanni dalle Bande Nere, impegnato nell’assedio di Milano, decise di mettere alla prova Niccolò Machiavelli, fresco autore del trattato Dell’arte della guerra. E lo sfidò a dare una dimostrazione pratica delle sue geniali strategie militari sul campo di battaglia. Messer Niccolò, bravissimo con la penna ma un pò meno con la spada, si imbranò per due ore sotto il sole cocente senza riuscire neppure a disporre i 3 mila fanti “secondo quell’ordine che aveva scritto”, tra le risate della truppa ansiosa di andare a pranzo.
Poi Giovanni interruppe l’esperimento e, levatogli il comando e l’imbarazzo, provvide personalmente a ordinare i soldati “in un batter d’occhio con l’aita dei tamburini… con ammirazione grandissima di chi vi si trovò”. Poi, dopo pranzo, invitò lo scrittore a narrare “una delle sue piacevoli novelle”, richiamandolo al suo vero e unico mestiere. E dimostrando così – annota perfido Bandello – “quanta differenza sia da chi sa e non ha messo in opera ciò che sa, da quello che oltra il sapere ha più volte messo le mani, come dir si suole, in pasta, e dedutto il pensiero e concetto de l’animo suo in opera esteriore”.
E lì si trattava del padre del Principe, non del nipote di Bossi. È una vera fortuna per Matteo Salvini che Matteo Renzi non conosca Matteo Bandello.

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