giovedì 8 gennaio 2015

Stefano Feltri: “Tutte le balle del governo sulla norma salva-evasori”




da: Il Fatto Quotidiano
Il testo non è stato pubblicato sul sito dell’esecutivo. Delrio e il premier dicono che c’è stata discussione, ma il decreto è piovuto dall’alto già pronto.

A quasi due settimane dal Consiglio dei ministri del 24 dicembre, il governo continua ad aggrovigliarsi in versioni contrastanti: come è possibile che una norma uscita dalla commissione di esperti del Tesoro come stangata anti-evasione sia diventata il più colossale regalo ai professionisti della frode fiscale? Nessuna sanzione penale a chi imbroglia di proposito il fisco per somme fino al 3 per cento del fatturato, con il politicamente rilevante effetto collaterale di neutralizzare (o almeno indebolire) gli effetti della legge Severino che rendono incandidabile Silvio Berlusconi, condannato in Cassazione proprio per frode fiscale.

Il testo nascosto   (per vergogna?).
La prima bugia è già sul sito governo.it: nel comunicato del Consiglio dei ministri del 24 dicembre si legge che “il Consiglio dei ministri su proposta del ministro dell’Economia e Finanze, Pietro Carlo Padoan (sic, con refuso), ha approvato in via preliminare il decreto legislativo sulla certezza del diritto nei rapporti tra fisco e contribuente” e che “il testo è pubblicato sul sito del
governo”. Due falsità in poche righe: il premier ha ribadito anche ieri che il decreto nella sua versione finale è opera di Palazzo Chigi, non del ministero del Tesoro. E il testo è scomparso dal sito del governo, dove è rimasto finché il Fatto Quotidiano non ha denunciato la norma. Ora è introvabile. Come se bastasse cancellare un decreto dal sito per farlo decadere. Dovrà esserci un altro Consiglio per ritirarlo e poi emanarne una nuova versione. 

Rivendicare la manina presidenziale
“La manina è la mia”, ha detto ieri Matteo Renzi ai parlamentari Pd, per chiudere le polemiche. In realtà dovrebbe aprirle, perché la procedura usata dal premier è così irrituale da meritare da sola una spiegazione. La commissione di esperti del Tesoro guidata da Franco Gallo, ex presidente della Consulta, produce un testo di cui poi Renzi si appropria. Lo riconsegna ai ministri stravolto seguendo la corsia preferenziale dei documenti “fuori circuito”. Che non passano cioè dal pre-consiglio dei ministri riservato agli sherpa ministeriali. Non è neppure certo che la salva-Berlusconi sia stata elaborata dal Dagl, il dipartimento degli affari legali guidato dalla super-renziana Antonella Manzione. E allora chi ha materialmente scritto il testo? Renzi è forte di una laurea in giurisprudenza presa una ventina di anni fa, non risulta abbia competenze o velleità di tecnico della legislazione. Chi ha partorito una modifica che, con una spericolata capriola giuridica, poteva salvare Berlusconi da una condanna definitiva? Visto che il percorso della norma non è tracciabile, resterà il sospetto che si sia verificato quanto accade spesso nelle notti frenetiche delle commissioni parlamentari: che i beneficiari della norma se la scrivono da soli passandola poi a deputati amici compiacenti.  

Gli equilibrismi di Delrio, smentito anche dal capo 
Cercando di fare da scudo al governo, Renzi ha sbugiardato la versione che da giorni stava raccontando il suo sottosegretario Graziano Delrio, che gestisce le riunioni del Consiglio dei ministri. “I testi che escono dal Cdm sono collegiali: entrano in una maniera, ne escono trasformati, altrimenti non ci sarebbe bisogno di fare i consigli dei ministri. Talmente ovvio che è perfino difficile da spiegare, non c’è nessuna manina come ha detto in maniera chiara il ministro Padoan”, ripeteva ancora ieri mattina l’ex sindaco di Reggio Emilia. Una versione che serve a tenere compatto il governo, ma palesemente falsa. Il testo del decreto è entrato in Consiglio dei ministri con già la misura salva-evasori e lì, nella riunione, non è stato discusso, come confermano diversi ministri che però non vogliono esporsi pubblicamente. Il decreto ha saltato tutti i passaggi in cui avvengono le “decisioni collegiali” ed è atterrato sui tavoli dei ministri come opera diretta del capo del governo. Comprensibile, quindi, che nessuno abbia avuto una gran voglia di contestarlo.

Il legame col Quirinale e il patto del Nazareno 
“Noi cambiamo il fisco per gli italiani, non per Berlusconi. Senza fare sconti a nessuno, nemmeno a Berlusconi, che sconterà la sua pena fino all’ultimo giorno”, ha detto due giorni fa Renzi. Ma il decreto non incideva sulla “pena” di Berlusconi (i servizi sociali che scadono il 15 febbraio), bensì sulle conseguenze non penali previste dalla legge Severino (l’incandidabilità). E il legame con Berlusconi e la partita del Colle lo conferma lo stesso premier: “Per evitare polemiche – sia per il Quirinale, che per le riforme – ho pensato più opportuno togliere di mezzo ogni discussione e inserire anche questo decreto nel pacchetto riforme fiscali del 20 febbraio”. Una scelta tutta politica: se il punto era modificare il decreto, bastava mandarlo alle commissioni competenti in Parlamento, recepire le loro valutazioni non vincolanti e adeguarlo. Invece Renzi lascia intravedere a Berlusconi la salvezza politica e poi gli promette che del tema si discuterà dopo l’elezione del capo dello Stato. Durante la quale Forza Italia è decisiva per il progetto renziano di eleggere un presidente al primo scrutinio con la maggioranza dei due terzi.

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