giovedì 15 gennaio 2015

Sergio Rizzo: “Periferie abbandonate dove nasce il terrore. Il dovere di risanarle”



da: Corriere della Sera

Non sappiamo se Parigi sarebbe scampata al massacro. Ma difficilmente i fratelli Kouachi e Amedy Coulibaly ne sarebbero stati i responsabili, se non fossero cresciuti nelle banlieue . Le stragi del 7 gennaio nella redazione di Charlie Hebdo e di due giorni dopo al supermercato ebraico hanno riportato a galla con prepotenza un problema che va perfino oltre quelli, drammatici, dell’integrazione razziale e della tolleranza religiosa. Una faccenda che non riguarda soltanto Parigi ma tutte le metropoli europee, comprese le nostre. E alla quale non si può reagire esclusivamente con le doverose misure di antiterrorismo.
Chi oggi punta il dito verso certe moschee, dovrebbe puntarlo anche in direzione di certe periferie.
Sono quelle le prime polveriere. Dove la bruttezza, l’assenza di servizi, il degrado ambientale e la scarsa presenza dello Stato rappresentano un brodo di coltura ideale per la criminalità, il proselitismo fanatico e il terrorismo. Non c’è che l’imbarazzo della scelta, a seconda delle situazioni che di volta in volta si determinano.
Le banlieue parigine nelle quali i gendarmi entrano solo con la tenuta antisommossa non sono così diverse dai quartieri delle città italiane off-limits
per le volanti della polizia. E se il paragone può sembrare un tantino esagerato, lo è unicamente per le dimensioni di una questione che in Francia ha radici molto più antiche. La miscela esplosiva è la stessa.
Fatti come quelli che hanno consegnato in modo allucinante alle cronache il quartiere romano di Tor Sapienza alludono a scenari preoccupanti anche in casa nostra, e sbaglieremmo a non prenderne coscienza. Adottando una contromisura efficace e radicale su cui molti insistono da anni. Ovvero, la rottamazione e il risanamento delle periferie. Insistono gli urbanisti: Aldo Loris Rossi va predicando sulla necessità di distruggere almeno 45 milioni di vani costruiti dopo il 1945 senza qualità né efficienza energetica, né regole asismiche. Insistono gli architetti: il senatore a vita Renzo Piano parla di «rammendare» le periferie per ricomporre tessuti urbani sfigurati dove vivono, secondo alcune stime, almeno 28 milioni di persone, il 46 per cento della popolazione italiana. Insistono, ora, perfino i costruttori che si rendono conto di quanto sia insensato continuare a consumare inutilmente suolo in un Paese nel quale un bene tanto prezioso sta diventando ormai raro. Ma sono voci nel deserto. Troppo disattenta la politica, troppo concentrata sulle beghe di cortile in vista delle prossime elezioni amministrative o le toppe da mettere qui e là ai conti che perdono pezzi, per guardare oltre una linea dell’orizzonte sempre dannatamente bassa. Tutto finisce così in dichiarazioni di circostanza o in qualche riga affogata in una legge destinata a non produrre effetti.
Eppure basterebbe prendere esempio da ciò che qualche Paese, nel Vecchio continente, sta già facendo. La stessa Francia, dove la consapevolezza del problema si è affermata da tempo, ha avviato un Programme national pour la Rénovation Urbaine che ha l’obiettivo di sradicare il degrado con la ristrutturazione forzosa degli edifici fatiscenti ma anche con la demolizione e la ricostruzione di interi quartieri. Un piano ambizioso che sta dando qualche risultato a Marsiglia, fra tutte le città francesi quella con il più alto tasso di disoccupazione e il più basso livello di reddito procapite con una presenza rilevantissima di comunità magrebine e islamiche. E gli investimenti necessari, che pure modesti non sono, si ripagano con gli interessi in termini di maggiore sicurezza e dunque minori costi sociali, ma anche risparmi energetici considerevoli e rendite fondiarie più elevate che garantiscono l’aumento delle entrate fiscali. Certo, da questo a risolvere il problema delle banlieue la strada è ancora lunga. Neppure ci si può illudere che il risanamento delle periferie sia condizione sufficiente per garantire l’inclusione sociale, la sconfitta della disoccupazione e il miglioramento delle condizioni di vita delle fasce più deboli ed emarginate. Ma necessaria, sì. Qualunque governo dovrebbe prenderne atto e agire di conseguenza: non soltanto a parole, come si è fatto finora.

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