mercoledì 9 novembre 2011

Umberto Galimberti: I miti del nostro tempo / 7


Il mito della psicoterapia

L’imperativo terapeutico che si va diffondendo promuove non tanto l’autorealizzazione, quanto l’autolimitazione. Infatti, postulando un sé fragile e debole, implica che per la gestione dell’esistenza sia necessario il continuo ricorso alle conoscenze terapeutiche. […] E’ allarmante che tanti cerchino sollievo e conforto in una diagnosi.
Si può individuare, nell’istituzionalizzazione di un’etica terapeutica, l’avvio di un regime di controllo sociale. […] La terapia, infatti, come la cultura più vasta di cui fa parte, insegna a stare al proprio posto. In cambio offre i dubbi benefici della conferma e del riconoscimento.

F.Furedi, Il nuovo conformismo

1. La medicalizzazione della condizione umana

Ma davvero siamo così vulnerabili che di fronte a ogni incertezza della nostra vita abbiamo bisogno di un’assistenza psicologica? Non è che si va diffondendo anche da noi, come è già diffusa in America, un’etica terapeutica per cui basta che un bambino sia un po’ vivace e turbolento che subito viene etichettato come affetto da un “disturbo” da deficit di attenzione con iperattività”?
Che dire poi degli studenti che, apprestandosi a fare l’esame di maturità, si definiscono “stressati” per aver studiato durante l’anno con una media di un’ora al giorno, e intorno ai quali si affollano i consigli degli psicologi, quando non addirittura quella dei dietologi e dei medici? Che significa mettere in guardia le donne in procinto di partorire dalla “depressione postpartum”, inscrivendo preventivamente quel fenomeno naturale che è la generazione di un figlio in uno scenario al confine con la patologia? Davvero i cassaintegrati e i licenziati hanno bisogno di un’assistenza psicologica per evitare drammi familiari, e non invece, più semplicemente, di un nuovo posto di lavoro?
Che cosa significa questo continuo ricorso ai termini “sindrome da ansia generalizzata” per dire che uno è preoccupato, “ansia sociale” per dire che uno è timido, “fobia sociale” per dire che uno è riservato, “libera ansia fluttuante” per chi non sa di che cosa si preoccupa?
Dai risultati di una ricerca condotta da Frank Furedi, sociologo ungherese che insegna all’Università del Kent, a Canterbury, risulta che, negli anni settanta, la parola “sindrome” non compariva né sui giornali né nelle aule dei tribunali. Nel 1985 faceva la sua comparsa in novanta articoli, nel 1993 in mille e nel 2003 in ottomila articoli di riviste e periodici.
Per non parlare poi della parola “autostima”, sconosciuta negli anni settanta e oggi diffusissima nei media, a scuola, nei servizi sanitari, sul posto di lavoro e nel linguaggio quotidiano. Dalla mancanza di autostima oggi si fanno dipendere insuccessi scolastici, demotivazioni in campo professionale, depressione in ambiente familiare, devianza giovanile nei tortuosi percorsi dell’alcol e della droga, condotte suicidali.
Infine, il “trauma” non viene più considerato una giusta e fisiologica reazione emotiva a un evento doloroso o sconcertante, ma il generatore di un progressivo disadattamento alla vita, tale da condizionarla per tutto il suo corso, e quindi bisognoso di assistenza terapeutica.

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