mercoledì 9 novembre 2011

Umberto Galimberti: I miti del nostro tempo / 3


..Fino al XII secolo la teologia morale trattò l’omosessualità, nel caso peggiore, alla stregua della fornicazione eterosessuale senza pronunciarsi con un’esplicita condanna. Fu con le Crociate del XIII e XIV secolo contro i non cristiani che prese avvio, come sempre capita in ogni “scontro di civiltà”, un clima di intolleranza, non solo contro i musulmani, ma anche contro gli eretici e gli ebrei espulsi da molte aree d’Europa.
Alle Crociate seguì l’Inquisizione per stroncare magia e stregoneria, quando non anche scienza e filosofia. E in questo clima d’intolleranza verso le deviazioni dalla norma della maggioranza cristiana, che si faceva sempre più rigida, furono coinvolti anche gli omosessuali e perseguitati come gli eretici e gli ebrei.
Ma il colpo di grazia, nella forma della condanna definitiva dell’omosessualità, giunse nell’Ottocento con il nascere della medicina scientifica che, con il suo sguardo puntato esclusivamente sull’anatomia, la fisiologia e la patologia dei corpi, ha stabilito che, siccome gli organi sessuali sono deputati alla riproduzione che è possibile solo tra maschio e femmina, ogni espressione sessuale al di fuori di questo registro è patologica.
Fu così che l’omosessualità da “peccato” divenne “malattia”, e alla psicanalisi nata dalla cultura medica, dopo aver indicato nell’Edipo il giusto “verso” dello sviluppo psichico, non rimase che rubricare l’omosessualità tra le “per-versioni”.

….Quando poi la storia prese a trescare con i deliri della razza pura, con questo supporto scientifico gli omosessuali fecero la fine degli ebrei, degli zingari, degli handicappati e dei menomati psichici. Adesso siamo in attesa del verdetto della genetica che, quando l’avrà individuata, non mancherà di dir la sua parola che verrà fatta propria da chiese e legislazioni omofobe, a conferma delle proprie posizioni ideologiche o di fede.
Che dire a questo punto? Che la storia è piena di giudizi e pregiudizi e che a governarla non è tanto la natura dell’uomo, quanto la sua cultura, che non rifiuta il riferimento alla natura quando questo dovesse servire a fondare le sue norme etiche e giuridiche. Ne consegue che allora ha ragione Platone là dove dice, a proposito dell’omosessualità, che il vero problema non è il sesso, ma piuttosto la democrazia.
Non è infatti dal sesso che bisogna partire per capire qualcosa della condizione omosessuale e quindi anche di quella eterosessuale. Perché delle due l’una: o si è convinti che la dimensione sessuale sia la dimensione fondante l’intero essere umano, e quindi in grado di esaurire ogni espressione e ogni legame affettivo, oppure si ritiene che ciò che lega due persone è un’attrazione che è sempre e prima di tutto intellettuale ed emotiva, cognitiva e comportamentale, e dunque solo dopo anche sessuale.
Nel primo caso l’omosessuale è un “diverso per natura”, nel secondo caso è un’espressione tra le molte in cui l’affettività umana può esprimersi. La differenza, come si vede, è radicale, perché nella prima ipotesi si accreditano tutti i pregiudizi che incidono dannosamente sulla formazione dell’identità dell’omosessuale, costretta a oscillare tra la provocazione e la reattività. Nella seconda ipotesi si riconoscono le differenze che caratterizzano le maturazioni affettive, le quali consentono all’omosessuale la serena accettazione della propria identità e vietano all’eterosessuale l’omologazione ad un’identità preformata, uguale per tutti, e quindi “naturale e sacra”.

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