19 luglio
2011
L’ultima lettera di Paolo Borsellino
Questa è l'ultima lettera di Paolo Borsellino, scritta alle 5 del mattino del 19 Luglio 1992, dodici ore prima che l'esplosione di un'auto carica di tritolo, alle 17 dello stesso giorno, davanti al n.19 di Via D'Amelio, facesse a pezzi lui e i ragazzi della sua scorta.
Paolo si alzava quasi sempre a
quell'ora. Con quella sua ironia che riusciva a sdrammatizzare anche la
morte, la sua morte annunciata, diceva che lo faceva "per fregare il mondo
con due ore di anticipo" e quella mattina cominciò a scrivere una lettera
alla preside di un liceo di Padova presso il quale avrebbe dovuto recarsi a
Gennaio per un incontro al quale non si era poi recato per una serie di
disguidi e per i suoi impegni che non gli davano tregua.
La faida di Palma di Montechiaro che
Paolo cita nella lettera la ricordo bene.
A Capodanno dello stesso anno ero
con lui ad Andalo, nel Trentino dove avevamo passato insieme il Natale,
per la prima volta da quando, nel 1969, ero andato via dalla Sicilia, ed
avevamo deciso di ritornare passando per Innsbruck che avevamo entrambi voglia
di visitare insieme con le nostre famiglie.
Non fu possibile perchè Paolo
ricevette la notizia della strage di mafia che c'era stata a Palma di
Montechiaro e dovette rientrare di fretta in Sicilia.
Fu l'ultima volta che vidi Paolo,
da allora fino alla strage del 19 luglio ci sentimmo solo qualche volta al
telefono e quando, dopo la sua morte, vidi le sue foto successive alla morte di
Giovanni Falcone mi sembrò che in poco più di sei mesi fosse invecchiato di 10
anni.
La lettera è da leggere parola per
parola, pensando proprio che sono le ultime parole di Paolo.
Quando dice che non riusciva in
quei giorni neanche a vedere i suoi figli penso a quello che mi disse mia madre
dopo la sua morte: le aveva confidato che non faceva più le coccole a Fiammetta
la sua figlia più piccola e che stava cercando di allontanarsi affettivamente
dai suoi figli perchè soffrissero di meno nel momento in cui lo avrebbero
ucciso.
E che quel giorno lo avrebbero
ucciso Paolo lo doveva quasi presagire, sapeva che a Palemo era già arrivato il
carico di tritolo per lui. Lo sapeva anche il suo capo, Pietro Giammanco,
che non gli aveva però riferito dell'informativa che gli era arrivato a questo
proposito e Paolo, che invece lo aveva saputo per caso all'aeroporto dal
ministro Scotti, aveva avuto con lui uno scontro violento.
Uno scontro che Paolo ebbe con
Giammanco anche la mattina del 19 Luglio, quando quest'ultimo gli telefonò alle
7 del mattino, cosa che fino allora non era mai successa.
Forse anche Giammanco sapeva che
quello era l'ultimo giorno di Paolo e per questo gli comunicò che gli
aveva finalmente concessa la delega per indagare sui processi di mafia
in corso di istruttoria a Palermo. Delega che avrebbe permesso a Paolo di interrogare
senza più vincoli il pentito Gaspare Mutolo che in quei giorni aveva
cominciato a rivelare le collusioni tra criminalità organizzata, magistratura,
forze dell'ordine e servizi segreti.
Racconta la moglie di Paolo che Giammanco gli disse: "Ora la partita è chiusa" e Paolo gli rispose invece urlando "No, la partita comincia adesso".
Racconta la moglie di Paolo che Giammanco gli disse: "Ora la partita è chiusa" e Paolo gli rispose invece urlando "No, la partita comincia adesso".
Dopo quella telefonata Paolo non
scrisse più niente sul foglio e la lettera rimase incompiuta sul numero 4),
dopo gli altri tre punti nei quali Paolo, rispondendo a delle domande postegli
dai ragazzi del liceo, ci da tra l'altro, in maniera estremamente semplice
e chiara, come solo lui era in grado di fare, una definizione della mafia che
bisognerebbe che tutti conoscessero e che fosse insegnata nelle
scuole.
Dieci ore dopo un telecomando
azionato da una stanza di un centro dei Servizi Segreti Civili, il SISDE,
ubicato sul castello Utveggio, poneva fine alla vita di Paolo ma non riusciva
ad ucciderlo, oggi Paolo è più vivo che mai, è vivo dentro ciascuno di noi e il
suo sogno non morirà mai.
"Gentilissima" Professoressa,
uso
le virgolette perchè le ha usato lei nello scrivermi, non so se per
sottolineare qualcosa e "pentito" mi dichiaro dispiaciutissimo per il
disappunto che ho causato agli studenti del suo liceo per la mia mancata
presenza all'incontro di Venerdì 24 gennaio.
Intanto vorrei assicurarla che non mi sono affatto trincerato dietro un
compiacente centralino telefonico (suppongo quello della Procura di Marsala)
non foss'altro perchè a quell'epoca ero stato già applicato per quasi tutta la
settimana alla Procura della Repubblica presso il Trib. di Palermo, ove poi da
pochi giorni mi sono definitivamente insediato come Procuratore Aggiunto.
Se
le sue telefonate sono state dirette a Marsala non mi meraviglio che non mi
abbia mai trovato.
Comunque il mio numero di telefono
presso la Procura di Palermo è 091/***963, utenza alla quale rispondo
direttamente.
Se ben ricordo, inoltre, in quei giorni mi sono recato per ben due volte a Roma nella stessa settimana e, nell'intervallo, mi sono trattenuto ad Agrigento per le indagini conseguenti alla faida mafiosa di Palma di Montechiaro.
Ricordo sicuramente che nel gennaio scorso il dr. Vento del Pungolo di Trapani mi parlò della vostra iniziativa per assicurarsi la mia disponibilità, che diedi in linea di massima, pur rappresentandogli le tragiche condizioni di lavoro che mi affligevano. Mi preanunciò che sarei stato contattato da un Preside del quale mi fece anche il nome, che non ricordo, e da allora non ho più sentito nessuno.
Se ben ricordo, inoltre, in quei giorni mi sono recato per ben due volte a Roma nella stessa settimana e, nell'intervallo, mi sono trattenuto ad Agrigento per le indagini conseguenti alla faida mafiosa di Palma di Montechiaro.
Ricordo sicuramente che nel gennaio scorso il dr. Vento del Pungolo di Trapani mi parlò della vostra iniziativa per assicurarsi la mia disponibilità, che diedi in linea di massima, pur rappresentandogli le tragiche condizioni di lavoro che mi affligevano. Mi preanunciò che sarei stato contattato da un Preside del quale mi fece anche il nome, che non ricordo, e da allora non ho più sentito nessuno.
Il
24 gennaio poi, essendo ritornato ad Agrigento, colà qualcuno mi disse di aver
sentito alla radio che quel giorno ero a Padova e mi domandò quale mezzo avessi
usato per rientrare in Sicilia tanto repentinamente. Capii che era stato
"comunque" preannunciata la mia presenza al Vostro convegno, ma mi
creda non ebbi proprio il tempo di dolermene perchè i miei impegni sono tanti e
così incalzanti che raramente ci si può occupare di altro.
Spero che la prossima volta Lei sarà così gentile da contattarmi personalmente e non affidarsi ad intermediari di sorta o a telefoni sbagliati..
Spero che la prossima volta Lei sarà così gentile da contattarmi personalmente e non affidarsi ad intermediari di sorta o a telefoni sbagliati..
Oggi
non è certo il giorno più adatto per risponderle perchè frattanto la mia città
si è di nuovo barbaramente insanguinata ed io non ho tempo da dedicare neanche
ai miei figli, che vedo raramente perchè dormono quando esco da casa ed al mio
rientro, quasi sempre in ore notturne, li trovo nuovamente addormentati.
Ma è la prima domenica, dopo almeno tre mesi, che mi sono imposto di non lavorare e non ho difficoltà a rispondere, però in modo telegrafico, alle Sue domande.
Ma è la prima domenica, dopo almeno tre mesi, che mi sono imposto di non lavorare e non ho difficoltà a rispondere, però in modo telegrafico, alle Sue domande.
1) Sono diventato giudice perchè nutrivo grandissima passione per il diritto civile ed entrai in magistratura con l'idea di diventare un civilista, dedito alle ricerche giuridiche e sollevato dalle necessità di inseguire i compensi dei clienti. La magistratura mi appariva la carriera per me più percorribilie per dar sfogo al mio desiderio di ricerca giuridica, non appagabile con la carriera universitaria per la quale occorrevano tempo e santi in paradiso.
Fui
fortunato e divenni magistrato nove mesi dopo la laurea (1964) e fino al 1980
mi occupai soprattutto di cause civili, cui dedicavo il meglio di me stesso. E'
vero che nel 1975 per rientrare a Palermo, ove ha sempre vissuto la mia
famiglia, ero approdato all'Ufficio Istruzione Processi Penali, ma otteni
l'applicazione, anche se saltuaria, ad una sezione civile e continuai a
dedicarmi soprattutto alle problematiche dei diritti reali, delle dispute
legali, delle divisioni erediatarie etc.
Il 4
maggio 1980 uccisero il Capitano Emanuele Basile ed il Comm. Chinnici volle che
mi occupassi io dell'istruzione del relativo procedimento. Nel mio stesso
ufficio frattanto era approdato, provenendo anche egli dal civile, il mio amico
di infanzia Giovani Falcone e sin dall'ora capii che il mio lavoro doveva
essere un altro.
Avevo scelto di rimanere in Sicilia ed a questa scelta dovevo dare un senso. I nostri problemi erano quelli dei quali avevo preso ad occuparmi quasi casualmente, ma se amavo questa terra di essi dovevo esclusivamente occuparmi.
Non ho più lasciato questo lavoro e da quel giorno mi occupo pressocchè esclusivamente di criminalità mafiosa. E sono ottimista perchè vedo che verso di essa i giovani, siciliani e no, hanno oggi una attenzione ben diversa da quella colpevole indifferenza che io mantenni sino ai quarantanni. Quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di reagire di quanto io e la mia generazione ne abbiamo avuta.
Avevo scelto di rimanere in Sicilia ed a questa scelta dovevo dare un senso. I nostri problemi erano quelli dei quali avevo preso ad occuparmi quasi casualmente, ma se amavo questa terra di essi dovevo esclusivamente occuparmi.
Non ho più lasciato questo lavoro e da quel giorno mi occupo pressocchè esclusivamente di criminalità mafiosa. E sono ottimista perchè vedo che verso di essa i giovani, siciliani e no, hanno oggi una attenzione ben diversa da quella colpevole indifferenza che io mantenni sino ai quarantanni. Quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di reagire di quanto io e la mia generazione ne abbiamo avuta.
2) La DIA è un organismo investigativo formato da elementi dei Carabinieri, della Polizia di Stato e della Guardia di Finanza e la sua istituzione si propone di realizzare il coordinamento fra queste tre strutture investigative, che fino ad ora, con lodevoli ma scarse eccezioni, hanno agito senza assicurare un reciproco scambio di informazioni ed una auspicabile, razionale divisione dei compiti loro istituzionalmente affidati in modo promiscuo e non codificato.
La
DNA invece è una nuova struttura giuridica che tende ad assicurare soprattutto
una circolazione delle informazioni fra i vari organi del Pubblico Ministero
distribuiti tra le numerose circoscrizioni territoriali.
Sino ad ora questi organi hano agito in assoluta indipendenza ed autonomia l'uno dall'altro (indipendenza ed autonomia che rimangono nonostante la nuova figura del Superprocuratore) ma anche in condizioni di piena separazione, ignorando nella maggior parte dei casi il lavoro e le risultanze investigative e processuali degli altri organi anche confinanti, e senza che vi fosse una struttura sovrapposta delegata ad assicurare il necessario coordinamento e ad intervenire tempestivamente con propri mezzi e proprio personale giudiziario nel caso in cui se ne ravvisi la necessità.
Sino ad ora questi organi hano agito in assoluta indipendenza ed autonomia l'uno dall'altro (indipendenza ed autonomia che rimangono nonostante la nuova figura del Superprocuratore) ma anche in condizioni di piena separazione, ignorando nella maggior parte dei casi il lavoro e le risultanze investigative e processuali degli altri organi anche confinanti, e senza che vi fosse una struttura sovrapposta delegata ad assicurare il necessario coordinamento e ad intervenire tempestivamente con propri mezzi e proprio personale giudiziario nel caso in cui se ne ravvisi la necessità.
3) La mafia (Cosa Nostra) è una organizzazione criminale, unitaria e verticisticamente strutturata, che si contraddistingue da ogni altra per la sua caratteristica di "territorialità". Essa e suddivisa in "famiglie", collegate tra loro per la comune dipendenza da una direzione comune (Cupola), che tendono ad esercitare sul territorio la stessa sovranità che su esso esercita, deve esercitare, leggittimamente, lo Stato.
Ciò
comporta che Cosa Nostra tende ad appropriarsi delle ricchezze che si producono
o affluiscono sul territorio principalmente con l'imposizione di tangenti
(paragonabili alle esazioni fiscali dello Stato) e con l'accaparramento degli
appalti pubblici, fornendo nel contempo una serie di servizi apparenti
rassembrabili a quelli di giustizia, ordine pubblico, lavoro etc, che
dovrebbero essere forniti esclusivamente dallo Stato.
E'
naturalmente una fornitura apparente perchè a somma algebrica zero, nel senso
che ogni esigenza di giustizia è soddisfatta dalla mafia mediante una
corrispondente ingiustizia. Nel senso che la tutela dalle altre forme di
criminalità (storicamente soprattutto dal terrorismo) è fornita attraverso
l'imposizione di altra e più grave forma di criminalità. Nel senso che il
lavoro è assicurato a taluni (pochi) togliendolo ad altri (molti).
La produzione ed il commercio della droga, che pur hanno fornito Cosa Nostra di mezzi economici prima impensabili, sono accidenti di questo sistema criminale e non necessari alla sua perpetuazione.
La produzione ed il commercio della droga, che pur hanno fornito Cosa Nostra di mezzi economici prima impensabili, sono accidenti di questo sistema criminale e non necessari alla sua perpetuazione.
Il
conflitto inevitabile con lo Stato, con cui Cosa Nostra è in sostanziale
concorrenza (hanno lo stesso territorio e si attribuiscono le stesse funzioni)
è risolto condizionando lo Stato dall'interno, cioè con le infiltrazioni negli
organi pubblici che tendono a condizionare la volontà di questi perchè venga
indirizzata verso il soddisfacimento degli interessi mafiosi e non di quelli di
tutta la comunità sociale.
Alle
altre organizzazioni criminali di tipo mafioso (camorra,
"ndrangheta", Sacra Corona Unita etc.) difetta la caratteristica
della unitarietà ed esclusività. Sono organizzazioni criminali che agiscono con
le stesse caratteristiche di sopraffazione e violenza di Cosa Nostra. ma non
hanno l'organizzazione verticistica ed unitaria. Usufruiscono inoltre in forma
minore del "consenso" di cui Cosa Nostra si avvale per accreditarsi
come istituzione alternativa allo Stato, che tuttavia con gli organi di questo
tende a confondersi.
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