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mercoledì 7 dicembre 2022

Sulla possibile scomparsa del Movimento Cinque Stelle di Giuseppe Conte

 

 

Il politologo Piero Ignazi ha scritto sul quotidiano Domani un articolo intitolato "I Cinque Stelle rischiano di sparire all'improvviso. Come l'Italia dei Valori" (post sotto).

Condivido un’osservazione sul M5S ma dissento sul Pd. Per me è e rimane il partito di morti viventi. In senso politico, ovviamente. Le “tradizioni ideologiche e politiche” che Ignazi gli attribuisce non sono servite né serviranno a una beata minchia per un’ accozzaglia di poltronisti politici completamente astrusi, avulsi, dal paese.

Trovo, inoltre, che un analista politico come Ignazi sia a dir poco “ingenuo” nel suo credere che il Pd possa riprendere la “fiaccola dell’opposizione”. Come può un partito lontano dal paese reale riprendere un posizionamento efficace e produttivo tra gli elettori se non ha come si usa dire adesso: visione. Secondo Ignazi non ce l’ha il M5S  - e qui, concordo – e ce l’avrebbe il PD? Cos’è, scherzi a parte?

Dissento sulla seguente affermazione relativa al M5S: “essendo  ormai  inutilizzabile  la polemica antipolitica”. La polemica può anche essere parcheggiata in questo momento, ma l’antipolitica non lo è. Esiste. Perché la politica che non sa governare, legiferare, individuare problemi e soluzioni è l’antipolitica. Non è il M5S l’antipolitica.

I Cinque stelle rischiano di sparire all’improvviso come l’Italia dei valori

 


da: Domani – di Piero Ignazi

Per alcuni anni, nel primo decennio di questo secolo, ebbe particolare  risalto  un partito poi  scomparso, l’Italia dei Valori (IdV), guidato da uno dei protagonisti dell’inchiesta  milanese  di  Mani pulite, Antonio Di Pietro. L’Idv si presentò  alle  urne  per  la  prima volta  nel  2001  sfiorando  il  4  per cento, risultato che confermò nel 2008 quando si presentò, nella sorpresa generale, insieme al Pd veltroniano;  e,  infine,  toccò  il  tetto delle sue fortune alle Europee del 2009 con l’8 per cento dei voti.

I successi di quegli anni, corroborati da alcuni exploit nelle elezioni amministrative (Leoluca Orlando a Palermo e Luigi de Magistris a Napoli)  proiettarono  il  partito nell’empireo dei partiti rilevanti. Il suo antiberlusconismo a tutto tondo e le filippiche contro la corruzione,  condite  da  un  linguaggio ruvido e senza sconti, creavano un certo disagio nel Pd perché risuonavano con i sentimenti di buona parte della sua base. E i commenti dell’epoca enfatizzavano l’affanno dei democratici di fronte alla tambureggiante polemica dipietrista. Poi l’Idv si avvitò in una politica di opposizione a testa bassa contro il governo Monti rompendo ogni legame, già sfilacciato  peraltro,  con  il  Pd  e  infine crollò in un battibaleno quando vennero lanciate accuse (poi rivelatesi infondate) sulla  malversazione di fondi pubblici e arricchimenti personali di Di Pietro.

L’alternativa

Marco Travaglio: Mamma mia che impressione

  

 

da: Il Fatto Quotidiano

Lo spettacolo francamente indecoroso di un leader – uno a caso: Giuseppe Conte – fra la povera gente affamata dal governo fornisce al Commentatore Unico del Giornale Unico lo spunto per spiegare finalmente come si fa la vera opposizione.

1. “Conte è stato presidente del Consiglio e vederlo nella piazza di Scampia fa una certa impressione… Stride” (Minzolini, Giornale). Chi è stato premier deve reclutare mignotte nelle sue ville; frodare centinaia di milioni al fisco; incontrare agenti segreti negli autogrill; farsi pagare da tagliagole sauditi in cambio di lodi al loro Rinascimento. Così evita di fare una certa impressione e di stridere.

2. “A Scampia c’è il più alto tasso di fruitori del reddito di cittadinanza e il M5S ha avuto il 64% alle elezioni…” (Minzolini). Chi ha preso il Rdc ha votato Conte perché era l’unico a difenderlo, mentre gli altri volevano abolirlo (incluso Salvini che lo votò) o si erano opposti (incluso il Pd che ora lo difende): se l’avessero difeso tutti, i percettori avrebbero votato per tutti. In ogni caso, non si incontrano gli elettori dopo le elezioni: semmai prima, per chiedere i voti, poi si scappa per cinque anni.

lunedì 31 ottobre 2022

Reddito di cittadinanza: i requisiti base di una corretta gestione del sussidio

  


Qualsiasi discorso sul reddito di cittadinanza, che sia da parte di coloro che lo vogliono abolire o limitare o da parte di chi lo vuole mantenere, dimostra ancora una volta il dilettantismo, la disonestà, l’incapacità della classe politica di tutto l’arco costituzionale.

Premessa: non si può dare nessun tipo di sussidio, reddito, ecc..se non si è in grado di determinare e controllare sistematicamente chi ne abbia veramente diritto e chi no. Chi evade le tasse potrebbe rientrare tra i soggetti beneficiari di sussidi. Inaccettabile. Stesso dicasi per chi non rispetta le leggi, che vive di criminalità piccola o grande. Vale per qualsiasi tipo di sussidio, reddito, bonus. È disonesto – lo dimostrano i dati – che ci si focalizzi esclusivamente sul reddito di cittadinanza.   

Aggiungo alla premessa di cui sopra: di gente che ha solo voglia di guadagnare senza lavorare ce n’è parecchia (dipende anche dal lassismo familiare). E non solo al sud. Se volete vi presento alcune persone “nordiche” con poca voglia di lavorare. E non perché il salario sia da insulto.

Ciò premesso:

Punto 1: lo Stato dev’essere in grado di rilevare e controllare il reddito di ogni cittadino. Anche ficcando il naso nei suoi conti correnti. È ora di finirla con questa storia della privacy.  È un alibi per evitare di essere controllati. Quelli che lamentano il mancato rispetto della privacy sono quasi sempre coloro che non sanno – o fingono di non sapere – che ogni volta che accendono il loro cellulare sono “pedinati” in ogni momento della navigazione in internet. Quelli che dicono: “non voglio che lo Stato sappia come uso i miei soldi” non sanno o fingono di non sapere che ogni volta che si accende un cellulare e si naviga c’è “chi sa” cosa guardiamo, cosa acquistiamo. Siamo controllati, monitorati, seguiti per motivi di marketing. E non solo.

sabato 20 agosto 2022

Elezioni politiche 2022: l’”agenda” Letta, Calenda e Renzi

 


Sono rimasti Calenda e Renzi a credere nell’agenda Draghi? Posto che ancora non si sa che sia sta agenda, la citano per raccattare voti degli italiani che ritengono Draghi uno capace di presiedere un governo. I cosiddetti moderati, i centristi. 

Appena scatteranno le 23 di domenica 25 settembre, qualora la Meloni e il centro-destra non ottenessero voti tali da rendere inevitabile l’incarico a formare un governo da parte di Mattarella, Calenda tornerà nelle braccia di Letta asserendo il contrario di quanto ha affermato mentre gli dava un calcio nel culo. Lo “stratega” italiano – l’unico, il più grande “stratega” di tutti i tempi: il consulente del “nuovo rinascimento arabo” del principe Mohammed bin Salaman, Matteo Renzi, li seguirà, perché vuole – come i due sopra citati – il governo “larghe intese, nulla che cambia”. Che sia Draghi a presiederlo è tutto da vedere. Sono certa che qualora non ci fosse un Draghi 2 – se non sarà per volontà di SuperMario - lo “stratega” Renzi ci darà una spiegazione "strategica".

Letta ha rotto con il M5S con la scusa della mancata fiducia da parte del M5S sull'ultimo decreto Draghi. Lo ha fatto perchè pensa che il M5S sia ormai alla frutta e ha voluto fare l'ultimo giro di spremuta. Del resto, il suo progetto politico post elezioni non prevede il M5S ma...Calenda e Renzi. Letta si presenta bene, pacato, riesce anche a fare un ragionamento. Ma è e rimane il nipotino di Gianni Letta trasferito al centro-sinistra. Solo Diego Bianchi e altri illusi sinistrorsi non l'hanno ancora capito.

Nei sondaggi l’agenda Draghi già non esiste più?

 


da: Il Fatto Quotidiano – di Tommaso Rodano

Sorpresa: si è ristretta “l’agenda Draghi”. Ammesso che sia mai esistita e che se ne conoscano i contenuti effettivi, la strategia di coloro che impugnano la bandiera del premier dimissionario e la sventolano come un feticcio elettorale non sembra dare buoni frutti. Il più recente sondaggio di Antonio Noto, pubblicato dal Corriere della Sera, premia i due partiti meno draghisti di tutti: Fratelli d’Italia sale tra il 24 e il 25%, guadagnando un paio di punti rispetto ai giorni della crisi di governo. Il Movimento Cinque Stelle ne guadagnerebbe tre, passando dal 9-10% di un mese fa all’attuale 12-13%. Una tendenza abbastanza netta e in direzione contraria rispetto alla narrazione dei giornali mainstream sulla popolarità plebiscitaria dell’ex banchiere centrale: a beneficiare della caduta dell’esecutivo sarebbe l’unico partito che si è sempre opposto al suo governo (quello di Giorgia Meloni), insieme al Movimento di Giuseppe Conte, individuato dai media come principale responsabile della sua caduta. Gli esegeti della fantomatica “agenda Draghi” invece boccheggiano: il Pd arretra tra il 21 e il 22%, il nuovo polo centrista di Renzi e Calenda, nonostante sia appena stato lanciato con una copertura mediatica straordinaria, non va oltre il 7-8% e buca l’obiettivo della doppia cifra (quella di Noto peraltro è la stima più generosa: Gdc sondaggi li colloca al 5,1, Demopolis al 5,3).

“Penso sia un effetto legato soprattutto all’immaginario collettivo”, sostiene Noto, “che non riguarda necessariamente il sentimento degli elettori su Draghi in persona: quando ci sono elezioni dopo la caduta di un governo, gli elettori si aspettano qualche genere di cambiamento. Non si accontentano che gli venga promessa una continuità con l’esecutivo che è caduto”.

Livio De Santoli: “Cingolani senza idee, la transizione italiana ha perso troppo tempo”

 


da: Il Fatto Quotidiano - di Elisabetta Ambrosi

“Ai grandi proclami quasi mai sono seguite azioni adeguate”.

“Il ministero della Transizione ecologica di Cingolani manca di strategia, non è stato nemmeno aggiornato il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima, rischiamo di non poter rispettare gli impegni sulla decarbonizzazione che abbiamo preso in Europa. Per non parlare di certe affermazioni su ‘lacrime e sangue della transizione ecologica’ che non hanno alcun fondamento scientifico”. A parlare è il professor Livio De Santoli, prorettore alla sostenibilità dell’Università La Sapienza di Roma, presidente del Coordinamento Efficienza Energetica e da oggi candidato M5S: “Mi candido – spiega – per mettere a disposizione il mio bagaglio di conoscenza sui tema della sostenibilità e dell’energia. La crisi ambientale è anche una crisi sociale, per questo la politica deve intervenire su entrambi gli aspetti”.

A proposito di energia e clima. Che giudizio dà sul governo Draghi?

Il lavoro complessivo è stato fatto con impegno, ma le azioni sono state troppo ondivaghe e ai proclami sono seguite timide attività. L’impegno a riprendere la curva delle installazioni verso i famosi 8 GW l’anno per tagliare le emissioni cosiddette climalteranti del 55% entro il 2030 non è stato mantenuto. I decreti fondamentali per la decarbonizzazione, come l’attuazione della direttiva sulle rinnovabili innovative o la definizione delle aree idonee alle installazioni rinnovabili, non sono mai stati emanati. Abbiamo perso tempo preziosissimo.

giovedì 4 agosto 2022

Paolo Farinella, sacerdote: Elezioni, contro i lupi che perdono il pelo ma non il vizio io sto con Conte

 


“segretario Calenda e chierichetto mons. Letta”. “Renato Brunetta, Mariastella Gelmini, Mara Carfagna, tutte Maddalene recuperate all’ospizio di Villa Certosa e note paladine di chi soffre, dei poveri, e frequentatrici della Caritas”.

Ah…ah…ah….non si può dire che usi eufemismi! Io quando scrivo i miei post sono decisamente più “morbida” di Paolo Farinella!

 


da: https://www.ilfattoquotidiano.it/ 

Alla fine Mario Draghi, il migliore dei peggiori, si è “suicidato” e, come in un thriller, voleva pure farlo apparire come omicidio, anzi draghicidio, affibbiandone generosamente la colpa al solito Giuseppe Conte, cui era vietato fare il proprio mestiere di capo del suo gruppo ma doveva acconciarsi a fare i comodi degli altri, lasciandosi sventrare. La stampa uniforme, come falange schierata a testuggine, al soldo del capitale ruspante sono un coro a secco monocorde, laudatores draghisti, perché così vogliono i rispettivi padroni. Non parliamo di Mediaset e dei giornali berlusconisti, che di servire il pregiudicato hanno fatto sempre la loro vocazione a lauto libro paga. Incontrando un mio amico, che reputo intelligente, prima ancora di salutarmi mi ha detto: “Hai visto il “tuo” Conte che ha fatto cadere Draghi?”. L’intelligenza a volte non è sufficiente, perché occorre la sapienza dei fatti per mantenere la lucidità dell’analisi logica. Proviamo.

mercoledì 27 luglio 2022

Il M5S di Giuseppe Conte o di chiunque altro….

 


Sul M5S di Conte o di chiunque altro ho solo una breve osservazione:

puoi avere tutte le brillanti idee di questo mondo, le soluzioni teoriche a ogni problema. Ammesso e non concesso – sicuramente non concesso – che quel che rimane del M5S abbia tutto ciò, che le proposte non siano altro che l’insulso e dannoso assistenzialismo, se scrivi leggi e/o decreti con il culo, cioè se non hai una struttura, dei parlamentari, dei consulenti tecnici, che sanno rendere applicative quelle idee, quelle proposte: NON DEVI, NON PUOI GOVERNARE.

 

P.S: la deroga per il terzo mandato è una cagata tipica di un azzeccarbugli. Chi stabilisce e con quali criteri chi siano i soggetti derogabili? Ha più senso, ed è più corretta, una regola che valga per tutti: è previsto un terzo mandato – non oltre – se la candidatura è

mercoledì 22 giugno 2022

“Lutto” nel M5S: Giuseppe Di Maio lascia e si fa il suo gruppetto parlamentare

 


A Giuseppe Di Maio piace stare attaccato al culo di qualcuno. È la sua vocazione politica. È stato attaccato al culo di Salvini che lo sovrastava ai tempi del governo giallo-verde. Devo dire che poi ha scelto culi migliori. Quello di Elisabetta Belloni che gli ha fatto da tutor al ministero degli Esteri. Quello di Draghi che gli fa da tutor per ridiventare un “leader”.

Grillo lo aveva nominato leader del M5S. Non è la prima volta che Grillo prende la vacca per le balle. Del resto, lui è quello che credeva o diceva di credere in quella coglionata gigante dell’”uno vale uno”.

Di Maio è un  paraculo democristiano che crede di valere più di altri. Che passa dai gilet gialli all’atlantismo. Dipende dal culo cui si attacca.

Quanto all’altro: Giuseppe Conte, ha avuto il tempo di dimostrare se avesse o no le caratteristiche del leader di un movimento. Decisamente, non pervenuto. Oggettivamente,

giovedì 31 marzo 2022

Spese militari al 2 per cento: dopo lo scontro con Conte, Draghi pensa di lasciare il governo

 


da: https://www.tag43.it/

Di fronte all’opposizione del leader M5s di aumentare la spesa militare al 2 per cento, Draghi ha ribadito come fosse stato l’ex premier ad assumere l’impegno con la Nato. Lo scontro avrebbe rafforzato l’idea del presidente di abbandonare il governo prima del 2023.

Il duello tra Draghi e Conte sull’aumento del 2 per cento delle spese militari ha messo in evidenza alcuni fatti molto interessanti. Intanto, Mariopio ci teneva a sgualcire la pochette del fu Avvocato del popolo e si era ben preparato all’incontro. Quando, con il tono perfido di chi considera l’interlocutore l’usurpatore del suo trono, lo spodestato Peppiniello ha sibilato: «Siccome siamo il partito di maggioranza relativa alla Camera e al Senato, caro Mario valuta bene il no del M5S, un no che si può ritorcere contro di te», Draghi ha tirato fuori al volo il consueto ghigno e i resoconti di quando Conte era premier (per mancanza di prove).

Quando Conte era premier ribadì l’impegno a un aumento delle spese militari al 2 per cento

Riporta Francesco Bei su la Repubblica: «L’impegno a portare gradualmente le spese militari al 2 per cento del Pil non è una risposta occidentale all’invasione dell’Ucraina. Nasce almeno tre lustri fa e nel 2019, guidando l’alleanza giallo-rossa, fu l’allora premier Conte, al summit Nato di Londra, a mettere la sua firma in calce alla dichiarazione finale che impegnava l’Italia ad aumentare le spese militari al 2 per cento del Pil. “We must and will do more”, dobbiamo fare e faremo di più, scriveva Conte. I massimi senatori 5S, da Taverna a Crimi, mettono oggi per iscritto che bisogna opporsi a questa “scelta scellerata”, dimenticando che fu la stessa compiuta dal Conte II». Conclude Bei: «Con una sottile differenza. Il governo Conte