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mercoledì 23 giugno 2021

Gianrico Carofiglio: La disciplina di Penelope / 4

 


Immaginate di rimanere impigliati in un procedimento penale. Per un concorso di circostanze, pur essendo innocenti, a vostro carico ci sono indizi. Insufficienti per farvi arrestare e per consentire la prosecuzione del procedimento. Sufficienti a fare scrivere nel decreto di archiviazione che i sospetti a vostro carico sono inquietanti. Non potete farci niente; nemmeno se un giornale cita quelle frasi e chiunque lo legga si convince che siete un colpevole che l’ha fatta franca. Se provate a querelare il giornale vi risponderanno che loro non hanno fatto altro che riportare quello che ha scritto il giudice. E perderete la causa.

Quando si archivia si dovrebbe dire semplicemente che non ci sono elementi per esercitare l’azione penale, nel modo più asettico possibile. Spesso non avviene. Quando facevo il pubblico ministero la cosa mi inquietava di meno. Per così dire. Diciamo che stando da quella parte, in quell’epoca della mia vita, ero meno sensibile a certi temi.

«Ho chiesto se non c’era modo di richiedere altre indagini, che esplorassero altre piste, altre ipotesi. Magari non avrebbero portato all’individuazione del vero colpevole, ma almeno mi avrebbero liberato da quel sospetto. L’avvocato ha detto che non c’era nulla da fare. O perlomeno che non c’era nulla che potesse fare lui. In teoria, ha detto, poteva essere lavoro per un investigatore privato. Ma in pratica mi ha sconsigliato di assumerne uno. Ha detto che non sarebbe servito a niente. Ha detto che gli investigatori privati risolvono i casi solo nei romanzi e nei film. Mi ha detto di andare avanti, di cercare di dimenticare – quell’archiviazione sarebbe stata sepolta in breve dal tempo e dalla polvere – e di rifarmi una vita.»

domenica 20 giugno 2021

Gianrico Carofiglio: La disciplina di Penelope / 3

 


Esattamente un anno, un mese e tre giorni prima, sua moglie Giuliana Baldi una sera non era rientrata. Capitava abbastanza spesso che tardasse. Faceva l’istruttrice di fitness, lavorava soprattutto come personal trainer e a volte andava a casa di clienti anche sul tardi. A volte poi usciva con delle amiche ma, se tardava, avvertiva sempre.

La sera del 13 ottobre 2016 non era rientrata e nemmeno aveva detto che avrebbe fatto tardi. Il cellulare era staccato. Lui, Mario Rossi, aveva chiamato in palestra: stavano chiudendo e gli avevano detto che quel pomeriggio Giuliana non si era vista. Non c’erano corsi che teneva lei ed evidentemente non aveva nessuna lezione personale in palestra. Forse aveva lavorato a casa di qualche cliente, ma non sapevano chi potesse essere. No, non avevano un elenco dei suoi clienti personali, la palestra prendeva una percentuale su quelli che venivano ad allenarsi lì, per gli altri era un affare privato dell’allenatore o dell’allenatrice.

Quando si era fatto davvero tardi Rossi era andato in questura, aveva aspettato un bel po’ davanti all’ufficio denunce e alla fine era riuscito a parlare con un ispettore. Tutto sommato il poliziotto era stato comprensivo, aveva detto che trattandosi di persona maggiorenne non c’era molto che potessero fare, non si poteva nemmeno escludere che si fosse allontanata di sua spontanea volontà. In ogni caso avrebbe raccolto la denuncia e diramato una nota alle volanti. Poi avrebbero portato l’informativa in procura e il magistrato di turno avrebbe deciso se era possibile acquisire i tabulati del cellulare o fare altri atti di indagine.

mercoledì 16 giugno 2021

Gianrico Carofiglio: La disciplina di Penelope / 2

 


Arrivai al bar di Diego qualche minuto prima delle undici, ora dell’appuntamento. Per essere novembre la giornata era decisamente bella, luminosa, con un vento fresco ma non freddo. L’aria sembrava addirittura pulita. Avevo dormito poche ore ma mi sentivo lo stesso abbastanza riposata.

«Ciao, Diego, è libero dietro?»

«Ciao, Penny, libero.»

Ho a lungo detestato quel nomignolo, poi mi ci sono abituata. Se qualcuno dei miei amici – pochi – mi chiamasse Penelope mi farebbe un effetto strano.

«Fra qualche minuto arriva un tale per me» dissi avviandomi verso il retro del locale. Era una saletta con due tavolini dove non entrava quasi mai nessuno.

«Lo faccio passare. Che ti porto?»

«Un caffè americano allungato con un dito di Jack.»

Diego mi guardò, poi guardò l’orologio, poi mi guardò di nuovo.

«Penny, sono le undici…»

«Non mi sono espressa bene, colpa mia, eccesso di sintesi. Riformulo: caffè americano in tazza grande con correzione di Jack Daniel’s. Se lo hai finito nessun problema, va bene qualsiasi altra marca. E comunque, per la tua tranquillità, ho molto ridotto. È possibile che non ne tocchi altro fino a stasera.»

domenica 13 giugno 2021

Gianrico Carofiglio: La disciplina di Penelope / 1

 


Finalmente il suo respiro si fece regolare. Inspirava dal naso ed espirava da un lato della bocca, come un piccolo strumento a mantice. Non era rumoroso; non troppo, non come altri almeno. In condizioni diverse – in una vita diversa – sarebbe stato addirittura possibile dormirci insieme.

Pensai per qualche istante a tutti gli altri; ai suoni grotteschi, quasi caricaturali che alcuni facevano dopo essere sprofondati in un sonno faticoso. Mi venne in mente un libro che era a casa della nonna. Il Paese della Ninna Nanna. Mi ricordavo benissimo le illustrazioni – disegni del passato, il libro era degli anni Trenta – e solo confusamente la storia. C’era una specie di mago che spargeva una polverina per fare addormentare il piccolo protagonista, un bambino con un buffo pigiama a tutina. Che bello sarebbe stato averlo ancora, quel libro. Tornare a casa, sfogliarlo come facevo da bambina quando dormivo dalla nonna, quando lei c’era, quando non era in viaggio. Addormentarmi immaginando che l’uomo del sonno, con la sua polverina magica, arrivasse anche da me. Addormentarmi spensierata. Tanta gente rimane quasi paralizzata quando le domandi a bruciapelo di esprimere un desiderio. Invece se lo chiedessero a me non avrei né dubbi né esitazioni: tornare a addormentarmi come da bambina, a casa di nonna Penelope.

Scivolai con cautela fuori dal letto, attenta a non svegliare l’uomo. Come si chiamava? Alberto, forse, ma non ero sicura, il volume della musica era troppo alto quando c’erano state le presentazioni. Raccolsi le mie cose, sparse fra una poltrona e il pavimento, e raggiunsi il bagno.

mercoledì 9 giugno 2021

Gianrico Carofiglio: La disciplina di Penelope

 


Il libro

Penelope si sveglia nella casa di uno sconosciuto, dopo l’ennesima notte sprecata. Va via silenziosa e solitaria, attraverso le strade livide dell’autunno milanese.

Faceva il pubblico ministero, poi un misterioso incidente ha messo drammaticamente fine alla sua carriera. Un giorno si presenta da lei un uomo che è stato indagato per l’omicidio della moglie. Il procedimento si è concluso con l’archiviazione ma non ha cancellato i terribili sospetti da cui era sorto. L’uomo le chiede di occuparsi del caso, per recuperare l’onore perduto, per sapere cosa rispondere alla sua bambina quando, diventata grande, chiederà della madre.

Penelope, dopo un iniziale rifiuto, si lascia convincere dall’insistenza di un suo vecchio amico, cronista di nera.

Comincia così un’appassionante investigazione che si snoda fra vie sconosciute della città e ricordi di una vita che non torna.

Con questo romanzo – ritmato da una scrittura che non lascia scampo – Gianrico Carofiglio ci

domenica 7 marzo 2021

Maurizio De Giovanni: Fiori / 4


Avviandosi per la stradina che conduceva alla via principale, Giorgio continuò a pensare a Nadia. Era giovane e carina, ma aveva un che di duro. Nello sguardo, nella voce. Dimostrava assai più anni di quelli che aveva, a incontrarne gli occhi. Aveva provato a chiederle qualcosa della sua famiglia, ma era stata così palpabile la poca volontà di raccontare che si era fermato. Aveva appreso soltanto che viveva da sola con la madre, anche lei infermiera ma in un altro ospedale, e che non era fidanzata.

Il loro rapporto di confidenza era nato perché Giorgio si era accorto del suo irrigidimento in presenza dell’aiuto del primario, un uomo molto più grande di lei dall’atteggiamento estroverso e cordiale. Il vicecommissario si era reso subito conto che tra i due c’era stata una storia, e che questa storia era finita male per la ragazza. L’anello al dito del medico aveva spiegato il resto. Con garbo, il poliziotto aveva parlato con l’infermiera e aveva fatto in maniera che venissero fuori la rabbia e la mortificazione per essersi fatta prendere in giro, qualche promessa e un po’ di attenzioni per ottenere quello che il dottore voleva, salvo poi metterla da parte. La più ovvia e scadente delle storie, aveva detto amara e con gli occhi asciutti. Ma si era morsa il labbro, e si era allontanata in fretta.

Pisanelli era però convinto che quello scoglio fosse superato. Pur nella sua austera rigidità, aveva notato un paio di sciarpe colorate e persino un cappellino che le stava d’incanto. D’altra parte era una ragazzina, e stava arrivando la primavera.

mercoledì 3 marzo 2021

Maurizio De Giovanni: Fiori / 3

 


Trovava molto ironico e divertente, il vicecommissario Giorgio Pisanelli, che dopo aver passato gran parte della vita a mettere la gente sotto sorveglianza, adesso trascorresse la maggior parte del tempo a cercare di evitare la sorveglianza altrui.

Il punto è, cara Carmen, che io mi sento bene. Anzi, benissimo. Certo, ridacchiò alla fotografia della moglie incorniciata sul comodino, uno che parla con una donna morta da anni e che non ascolta le indicazioni dei medici bene proprio non deve stare, almeno mentalmente. Ma hai visto che fuori è primavera? E quando mai sono rimasto a letto a premere tasti su un telecomando, con la primavera fuori?

Da quando era ragazzo, a Pisanelli l’arrivo della primavera metteva addosso un’energia incontrollabile. Si sentiva pieno di forze e di voglia di cambiare il mondo, cominciando dal quartiere. Con una punta di malinconia e con tardivo imbarazzo, ricordò che la moglie gli rimproverava, con l’insorgere del tepore del sole e il profumo del glicine, qualche eccessiva intemperanza sessuale.

Non è certo come allora, amore mio, sussurrò alla fotografia. Ora sono vecchio, vedi? E anche malato, proprio nel comparto interessato. Quindi stai tranquilla, non essere gelosa. Voglio solo annusare un po’ di quartiere. Un giro nei dintorni e rientro, in tempo per non fare arrabbiare Nadia.

domenica 28 febbraio 2021

Maurizio De Giovanni: Fiori / 2

 


È diversa dalle altre primavere, quella di Pizzofalcone. Perché il quartiere è uguale a tutti gli altri e differente al tempo stesso. È una collina, ha la sua sommità e i suoi pendii che le vie strette e gli alti palazzi antichi hanno cercato di nascondere, e che sono tuttavia visibili e sensati, in direzione del mare o dell’angusta strada dei negozi che aprono e chiudono nel volgere di due stagioni, o della grande piazza monumentale e semideserta; è una collina, perciò il vento colpisce o accarezza, sibila o sussurra, rinfresca o riscalda a seconda del punto dove vi collocherete ad ascoltare la primavera, in alto, a mezza strada o a valle. Ed è abilissimo a disorientarvi, Pizzofalcone, perché proporrà una curva, poi un’altra e un’altra ancora, in maniera da costringervi a dimenticare la direzione che stavate percorrendo, e rassegnati passeggerete incerti e comunque ammirati dai muri scrostati e dai portoni immensi, che talvolta si aprono su meravigliosi giardini incolti.

Rinunciate a una meta, se siete a Pizzofalcone in primavera. Diventate sensoriali, andate a vela. Affidatevi alla pelle, alle orecchie, al naso. Scoprirete il glicine in fioritura, sul muro borbonico all’inizio del viale, di fronte all’oratorio vecchio. Compare mescolandosi all’edera che non se n’è mai andata, a presidio della posizione anche durante il freddo e la stagione delle finestre sbarrate e del silenzio, in guerra contro le raffiche di tramontana; e adesso i grappoli viola sembrano un premio alla costanza, per aver coperto le scanalature nel piperno che un tempo facevano da rastrelliere ai moschetti.

mercoledì 24 febbraio 2021

Maurizio De Giovanni: Fiori / 1

 


Prima di morire, dovreste regalarvi un giorno di primavera a Pizzofalcone.

L’ideale sarebbe il primo, perché gustereste per intero il passaggio di testimone dall’inverno; l’attimo in cui l’aria acquista una vena di dolcezza, un retrogusto appena percettibile di altri profumi, e qualche suono che ancora non c’era e adesso giunge alle orecchie tese all’ascolto.

Ma è impossibile da prevedere, la primavera non manda gioiose partecipazioni della propria venuta per posta o con un messaggio in chat, corredato di fiorellini e note musicali che facciano pensare a una marcetta allegra. E la gente nemmeno se ne accorge, presa com’è a combattere la quotidiana battaglia per la sopravvivenza, perché si sa, Pizzofalcone è un posto articolato e sedimentario dove a pochi metri da chi naviga in un’immeritata ricchezza ci sono quelli che devono trovare il modo, qualsiasi modo, di dare da mangiare ai figli, e di arrivare vivi e vegeti all’indomani nella giungla urbana in cui il quartiere è incastonato come una pacchiana e mal tagliata pietra preziosa.

Non potrete individuare il primo giorno di primavera, è chiaro. Quindi è difficile che il nuovo vento giri e vi colga pronti ad apprezzarne i contenuti sensoriali che, senza motivo, vi disporranno al buonumore, perché ci si potrà disfare delle coperte e non si guarderà più con fastidio e preoccupazione agli spifferi penetrati dalla finestra che non chiude bene, o con frammenti di odio a chi esce lasciando la porta aperta. Perché tra non molto, sapete, l’aria inaspettata che giunge sotto forma di corrente non sarà più una minaccia alla salute, ma un lieve stimolo a uscire e a guardare il mondo in faccia.

domenica 21 febbraio 2021

Maurizio De Giovanni: Fiori

 


per i bastardi di Pizzofalcone

È una splendida mattina di primavera, la città è illuminata da una luce perfetta, nell’aria l’odore del mare si mescola al profumo del glicine, della ginestra, dell’anemone. Della rosa.

Come può venire in mente di uccidere qualcuno in un giorno come questo, in un posto come questo?

Savio Niola, proprietario di uno storico chiosco di fiori, è stato ammazzato. Un delitto che sconvolge Pizzofalcone, perché l’anziano era amato da tutti nel quartiere. Lo consideravano una specie di «nonno civico», che non avendo una famiglia propria si prodigava per quelle degli altri. Aiutava i giovani spingendoli a studiare, cercando di tenerli lontani da strade senza ritorno; chiunque si rivolgesse a lui poteva contare su una parola gentile, su un po’ di attenzione, se necessario su un sostegno materiale. Eppure è stato letteralmente massacrato. Chi può avere tanto odio, tanta rabbia in corpo da compiere un gesto simile? Poco tempo prima l’uomo si era esposto contro il racket che taglieggia i commercianti della zona, ma la pista della criminalità organizzata non convince i Bastardi, ancora una volta alle prese con un caso difficile da cui, forse, dipendono le sorti del commissariato. Un commissariato che, per loro, è ormai molto più di un luogo di lavoro. Come per Savio era il suo chiosco.

I BASTARDI DI PIZZOFALCONE

Luigi Palma, detto Gigi: vicequestore. Fior di Campanula.

mercoledì 9 ottobre 2019

Gianrico Carofiglio: La versione di Fenoglio / 5



- Come hai fatto? - mi chiese il capitano mentre ero in piedi davanti alla sua scrivania. Mi ero preparato la risposta. Me l’ero preparata e me l’ero ripetuta più volte, per raccontarla in modo convincente.
- Un confidente, signor capitano.
- Un confidente, eh? Da quanto tempo sei nell’Arma?
- Quasi due anni.
- Quasi due anni incluso il corso?
- Signorsì.
- E insomma hai ancora la bocca sporca di latte e hai già i confidenti. Va bene, vai avanti. Che ti ha detto questo tuo misterioso confidente?
- Mi ha detto che sapeva chi era stato e mi ha detto che mi avrebbe portato dalla persona. Ha messo come condizione che fossi solo io. Non sapevo che fare, non riuscivo a capire se era una cosa seria o no. Così mi sono detto che sarei andato a vedere di che si trattava e, se davvero c’era qualcosa su cui lavorare, vi avrei chiamato.
- E come mai non l’hai fatto?
- Signor capitano, quando ho bussato e mi sono qualificato lui è crollato immediatamente. Ha detto qualcosa del tipo: «Come siete riusciti a trovarmi così presto?»
L’ufficiale mi guardò con espressione stupefatta. Non poteva credere all’esibizione di faccia tosta che si stava svolgendo davanti ai suoi occhi.
- Ti chiami Pietro Fenoglio, giusto?
- Signorsì.
- Quanti anni hai?
- Ventitré, signor capitano

mercoledì 2 ottobre 2019

Gianrico Carofiglio: La versione di Fenoglio / 4



Non avevo niente di preciso in testa, ovviamente. Non ero mai stato sulla scena di un omicidio e non avevo idea di quale fosse il modo giusto di comportarsi. Comunque sia, cominciai a guardarmi attorno, a spostare i libri sugli scaffali per vedere se ci fosse qualcosa dietro, a frugare nei cassetti, a passare in rassegna gli oggetti sulla scrivania. Tutte cose che avevano già fatte i militari del nucleo.
A un certo punto mi trovai fra le mani il blocchetto delle ricette. Era quasi nuovo e, in apparenza, non aveva nulla di interessante. Pagine bianche con il nome del medico e gli altri suoi dati.
Allora perché non lo rimisi subito a posto come avevo fatto con tutti gli altri oggetti che - violando le disposizioni del maresciallo - avevo toccato ed esaminato? Non lo so o non me lo ricordo. Che poi è la stessa cosa. Sta di fatto che non lo riposi.
In effetti in quel blocchetto c’era qualcosa di interessante, proprio perché non c’era.
Parole invisibili incise sulla carta.
Il medico aveva scritto una ricetta sul foglio precedente del blocco e lo aveva strappato per consegnarlo al paziente.
Accesi la lampada da tavolo e la inclinai in modo radente rispetto alla superficie bianca. Le parole vennero fuori, o meglio, si vedevano e non si vedevano a seconda di come tenevo la luce. Si intuiva che erano lì, ma non erano leggibili.
Così, senza nemmeno rendermi conto che stavo manipolando e alterando in modo irreversibile una possibile prova, misi in pratica un trucco che avevo imparato dalla professoressa di educazione artistica alle scuole medie. Serviva a far comparire dal nulla un disegno o un testo. Il gioco consisteva in questo: si scriveva o si disegnava sulla prima pagina di un blocchetto, calcando forte in modo tale che le lettere e le parole venissero impresse su quella sottostante. Quest’ultima all’apparenza rimaneva bianca, ma passandoci sopra con delicatezza un carboncino o una matita dalla punta morbida, come per magia le parole saltavano fuori in bianco su fondo nero, simili a un graffito.

mercoledì 25 settembre 2019

Gianrico Carofiglio: La versione di Fenoglio / 3



Un giorno ci chiamarono dalla sala operativa per un sospetto omicidio.
La vittima era un medico della mutua - così si diceva allora - che non era rientrato a casa come faceva di solito verso le tredici, terminate le visite della mattina. La moglie si era preoccupata perché pare che l’uomo fosse molto abitudinario e puntualissimo. Lo aveva cercato al telefono, senza ricevere risposta. Allora aveva avvertito la figlia e insieme erano andate all’ambulatorio. Il dottore era cardiopatico e temevano un malore, un infarto.
Lo avevano trovato morto, sul pavimento dietro la scrivania. E lì lo trovammo anche noi.
La causa del decesso appariva chiara anche solo a un primo sguardo, poiché il cranio era parzialmente sfondato. Però non c’erano segni evidenti di una colluttazione: la scrivania era in ordine, a parte un lume da tavolo rovesciato, e a prima vista non sembrava che fosse stato sottratto nulla. In ogni caso, non era una faccenda di cui dovessimo o potessimo occuparci noi del radiomobile. Più precisamente, non erano cazzi nostri, come disse il mio nuovo compagno di pattuglia. Un tizio biondastro, con un’acne tardiva, cui piaceva picchiare la gente e che non pagava nei bar in cui ci fermavamo a prendere il caffè o a fare colazione.
Poco dopo arrivarono quelli del nucleo operativo. Toccarono tutto senza guanti; spostarono oggetti e li rimisero più o meno a posto. Aprirono la finestra. Un grave errore, poiché si altera la temperatura corporea del cadavere complicando la rapida ricostruzione dell’ora della morte. Allora non lo sapevo, in realtà, lo avrei imparato negli anni successivi, ma l’intera azione, nella sua sciatteria, mi rimase impressa, fotogramma per fotogramma. In seguito l’ho ripassata tante volte come se fosse un manuale al contrario: quello che non si fa quando si arriva sulla scena di un crimine.

mercoledì 18 settembre 2019

Gianrico Carofiglio: La versione di Fenoglio / 2



Prima pagina

Pietro Fenoglio pedalava senza troppo entusiasmo ma seguendo con disciplina il ritmo assegnato. Sobbalzò leggermente quando si senti toccare la spalla. Era Bruna, la fisioterapista, e lui non si era accorto del suo arrivo per via degli auricolari e della musica.
- L’ho spaventata, maresciallo?
- No, cioè sì. Insomma, mi ha sorpreso.
- Cosa ascolta oggi?
- Bach. Quando vengo qui ascolto sempre Bach o Mozart. Li conosco meglio e non devo impegnarmi troppo a seguire i passaggi, visto che sono già abbastanza impegnato a farmi torturare da voi.
Lei gli fece il suo solito sorriso enigmatico. Fenoglio non era ancora riuscito a capire cosa significasse. A momenti dava l’impressione di una totale presenza, una consapevolezza profonda della situazione e dell’interlocutore; a momenti la sensazione di un allegro distacco, di una distrazione gentile: un essere altrove, ma trattando con cortesia chi era lì.
Quando Bruna sorrideva la cicatrice sulla guancia si piegava a creare un effetto vezzoso e inatteso. Sembrava la ferita di un’arma da taglio, pensò ancora una volta Fenoglio. Chissà come se l’era procurata, o come gliel’avevano procurata. Non è il tipo di domanda che fai a una signora, e in ogni caso pareva che quel segno così vistoso sul viso non fosse un problema per lei. Bruna era una donna a suo modo bella, in contraddizione con il nome era bionda, non magra, piena di sensualità vigorosa e con un fondo di malinconia nello sguardo.

mercoledì 11 settembre 2019

Gianrico Carofiglio: La versione di Fenoglio / 1





Quarta di copertina

Il mondo reale ha poco a che fare con le trame dei romanzi polizieschi o delle serie tv. Esiste davvero, ed è un posto pericoloso.

Pietro Fenoglio, un vecchio carabiniere che ha visto di tutto, e Giulio, un ventenne intelligentissimo, sensibile, disorientato, diventano amici nella più inattesa delle situazioni.
I loro incontri si dipanano fra confidenze personali e il racconto di una formidabile esperienza investigativa, che a poco a poco si trasforma in riflessione sul metodo della conoscenza, sui concetti sfuggenti di verità e menzogna, sull’idea stessa del potere.
La versione di Fenoglio è un manuale sull’arte dell’’indagine nascosto in un romanzo avvincente, popolato di personaggi di straordinaria autenticità: voci da una penombra in cui si mescolano buoni e cattivi, miserabili e giusti.

mercoledì 6 febbraio 2019

S.S Van Dine: La strana morte del signor Benson / 3



- C’è gente che si accusa di un delitto che non ha commesso, per costrizione, per amor materno, per cavalleria, per allucinazione, per un falso senso del dovere, per un pervertito egoismo, per pura vanità, o per cento altri motivi. La confessione è una delle prove più incerte e traditrici; tanto è vero che la legge stessa la ripudia, a meno che essa non sia corroborata da altre prove evidenti.
- Sei molto eloquente! – esclamò Markham. – Ma se la legge non prendesse in considerazione tutte le confessioni, e ignorasse tutti gli indizi positivi, come tu consigli, tanto varrebbe chiudere tutti i tribunali e demolire tutte le prigioni.
- C’è un mezzo infallibile per determinare la colpa e la responsabilità umana, ma finora la polizia ne è completamente ignara. La verità può solamente scaturire dall’analisi degli elementi psicologici del delitto. I soli, veri indizi sono psicologici, non materiali. Il vero conoscitore di pittura, per esempio, nell’attribuire un’opera, non giudica in base a un esame fisico della tela o a un’analisi chimica dei colori, ma studiando la personalità creativa rivelata nella concezione e nell’esecuzione del quadro. Egli chiede a se stesso: questo dipinto presenta le qualità formali, la tecnica, l’attitudine mentale che caratterizzavano il genio, cioè la personalità del Veronese, di Tiziano, del Tintoretto?
- Temo che la mia mente – confessò Markham – sia ancora così grossolana da subire l’influenza dei fatti concreti. Sfortunatamente per te e per la tua originalissima teoria di analogia artistica, ti dirò che nel caso nostro sono a conoscenza di una serie di elementi positivi i quali tutti concorrono ad indicare che una giovane donna è l’autrice dell’”opus criminale” che ha per titolo “L’assassinio di Alvin Benson”.
Vance si strinse nelle spalle.

mercoledì 30 gennaio 2019

S.S Van Dine: La strana morte del signor Benson / 2



Considera, ad esempio, le tue conclusioni nel presente assassinio – riprese poi. – Hai detto al fratello di Benson che forse conosci l’uccisore di Alvin e gli hai detto anche che ci sono prove sufficienti per denunciarlo. Ebbene, sbagli di grosso. Tu possiedi, non lo dubito, un certo numero di ciò che i tuoi moderni dotti seguaci di Solone considerano prove convincenti. Ma la verità è che non hai affatto messo l’occhio sul colpevole e che stai per maltrattare una povera ragazza che col delitto non ha nulla a che vedere.
- Secondo te, sto per maltrattare un’innocente, eh? Ma siccome i miei assistenti ed io siamo i soli a conoscere gli indizi a suo carico, vorresti spiegarmi quali occulte cognizioni ti spingono a concludere per la sua innocenza?
- Semplicissimo – ribatté Vance con un risolino.
- Non hai messo le mani sull’assassinio, perché chi ha commesso il delitto è stato così astuto, perspicace e previdente da provvedere a che nessun indizio potesse condurre alla scoperta del colpevole, ben sapendo che sulla traccia degli indizi, voi o la polizia l’avreste probabilmente scovato.
Aveva parlato con la certezza di chi annuncia un fatto ovvio, che non ammette discussioni.
Markham proruppe in una risata sprezzante.

mercoledì 23 gennaio 2019

S.S Van Dine: La strana morte del signor Benson / 1



Rimanemmo a fumare in silenzio. Vance guardava fuori dalla finestra, e Markham, con le sopracciglia aggrottate, osservava il ritratto ad olio del vecchio Peter Stuyvesant, sopra il caminetto.
Finalmente Vance si volse al magistrato con un sorriso lievemente sardonico e disse:
- Devo confessarti, Markham, che ho sempre provato un senso di stupore vedendo con quanta facilità voialtri vi lasciate fuorviare da quelle che chiamate tracce. Trovate un’orma, o un’automobile o un fazzolettino con monogramma, ed eccovi partire al galoppo, e nessuno vi ferma più. Quando imparate che la verità non si può scoprire, partendo puramente da tracce materiali o da prove indiziarie?
Tanto Markham che io rimanemmo sorpresi da questa sua critica così recisa. Ma conoscevamo abbastanza Vance, per comprendere che dietro le sue parole, pronunciate con un tono leggero, doveva esserci una ragione seria.
- Pretenderesti forse che trascurassimo tutte le prove tangibili di un delitto? – chiese Markham.
- Ma sicuro – dichiarò Vance tranquillamente. – Esse non sono solo inutili, ma addirittura pericolose…Voi vi avvicinate al delitto con l’idea fissa che il criminale sia uno stupido o un pasticcione. Non avete mai pensato che se un inquirente può vedere un indizio qualsiasi, il criminale può averne visti di più importanti e averli fatti scomparire o averli truccati per non essere scoperto? E non vi siete mai fermati a riflettere che, con i tempi che corrono, chiunque sia abbastanza intelligente da preparare un delitto e commetterlo, dev’essere anche abbastanza intelligente per saper fabbricare gli indizi che fanno al caso suo? La polizia invece si rifiuta d’ammettere che le apparenze d’un delitto possano ingannare e che gli indizi possano essere stati abilmente disposti per trarla in inganno.

mercoledì 16 gennaio 2019

S.S Van Dine: La strana morte del Signor Benson





S.S. Van Dine, pseudonimo di Willard Huntington Wright, nacque a Charlottesville, Virginia, nel 1888. Critico ed esperto d’arte, collaborò a numerosi giornali e riviste. Costretto lungamente a letto da una salute malferma, decise di dedicarsi a tempo pieno all’attività letteraria. Nel 1916 esordì nella narrativa col romanzo The Man of Promise, ma lo scarso successo di pubblico lo convinse a cimentarsi nel genere poliziesco, il cui primo prodotto fu La strana morte del signor Benson (1926). A esso seguirono, fra gli altri, Il caso della canarina assassinata (1927), L’enigma dell’alfiere (1929), Il mistero del drago (1933), Il mistero di casa Garden (1935), Philo Vance e il caso Allen (1938). Morì a New York nel 1939.

Aristocratico, terribilmente snob, grande esperto e collezionista d’arte, esteta e dandy (“Maledetto effeminato”, lo apostrofa qui infine il colpevole), Philo Vance non è un detective professionista. Lo fa un po’ per gioco, un po’ per verificare il suo straordinario intuito psicologico e un po’ per aiutare il Procuratore distrettuale Markham, suo vecchio amico messo sempre a mal partito dalle non comuni capacità deduttive di Vance. Questa volta la vittima è Alvin Benson, un torbido agente di cambio, e i sospettati molti. Ma l’investigatore

mercoledì 25 ottobre 2017

Antonio Manzini: 7-7-2007 / 5



«United united united we stand, united we never shall fall!». Rocco saltò sul letto.
«Ancora?» si alzò e si precipitò fuori casa con la canzone dei Judas Priest che risuonava nella tromba delle scale. Bussò alla porta del vicino. La musica era ad un volume talmente forte che non si sentiva il suono del campanello.
«So keep it up, don’t give in...».
Bussò coi pugni, con tutta la forza che aveva in corpo. Una neve di stucco cadde sullo zerbino. Finalmente la musica si azzittì. La porta si aprì e apparve Gabriele, il sedicenne brufoloso con una maglietta dei Motörhead di due taglie più grande.
«Che c’è?».
«Ancora co’ ’sta storia? Mi hai svegliato. Lo sai che ore sono?».
«Le undici e un quarto».
Rocco rimase in silenzio. Guardò la finestra delle scale. C’era il sole. Non ci aveva fatto caso.
«Ah. Le undici e un quarto?».
«Sì» fece Gabriele reprimendo un sorriso. «Ora anche qualche secondo in più».
«Fai lo spiritoso?».
«No, era per la precisione».
Rocco si allontanò. «Be’, comunque, non si ascolta la musica a questo volume, neanche alle undici e un quarto».
«Ma a quest’ora non c’è mai nessuno. Pensavo che era andato a lavorare».
Il vicequestore realizzò che il suo non era stato un sonno normale, era stato un coma lungo dodici ore. Si passò la mano nei capelli. Si rese conto di essere in boxer a piedi nudi sulle scale a parlare con un ragazzino di 16 anni. «Allora... vado a fare colazione...» e si girò.
«La faccia con me. Stavo preparando il caffè».