Immaginate di rimanere impigliati in un procedimento penale. Per un concorso di circostanze, pur essendo innocenti, a vostro carico ci sono indizi. Insufficienti per farvi arrestare e per consentire la prosecuzione del procedimento. Sufficienti a fare scrivere nel decreto di archiviazione che i sospetti a vostro carico sono inquietanti. Non potete farci niente; nemmeno se un giornale cita quelle frasi e chiunque lo legga si convince che siete un colpevole che l’ha fatta franca. Se provate a querelare il giornale vi risponderanno che loro non hanno fatto altro che riportare quello che ha scritto il giudice. E perderete la causa.
Quando si archivia si dovrebbe dire semplicemente che non ci sono elementi per esercitare l’azione penale, nel modo più asettico possibile. Spesso non avviene. Quando facevo il pubblico ministero la cosa mi inquietava di meno. Per così dire. Diciamo che stando da quella parte, in quell’epoca della mia vita, ero meno sensibile a certi temi.
«Ho chiesto se non c’era modo di richiedere altre indagini, che esplorassero altre piste, altre ipotesi. Magari non avrebbero portato all’individuazione del vero colpevole, ma almeno mi avrebbero liberato da quel sospetto. L’avvocato ha detto che non c’era nulla da fare. O perlomeno che non c’era nulla che potesse fare lui. In teoria, ha detto, poteva essere lavoro per un investigatore privato. Ma in pratica mi ha sconsigliato di assumerne uno. Ha detto che non sarebbe servito a niente. Ha detto che gli investigatori privati risolvono i casi solo nei romanzi e nei film. Mi ha detto di andare avanti, di cercare di dimenticare – quell’archiviazione sarebbe stata sepolta in breve dal tempo e dalla polvere – e di rifarmi una vita.»



