da: Corriere della Sera
Ieri è entrato in scena il Precedente.
Ossia un fatto istituzionale mai avvenuto prima, che però da qui in avanti
potrà replicarsi all’infinito. È la grammatica delle democrazie, intessute di
regole scritte e d’interpretazioni iscritte nella storia. E il Quirinale non fa
certo eccezione. Anzi: ogni presidente è un precedente per chi viene dopo,
ciascuno consegna al successore un capitale d’esperienze diverso da quello che
lui stesso aveva ricevuto.
Nel luglio
2012 Napolitano sollevò un conflitto contro i magistrati di Palermo,
dinanzi ai quali ora ha accettato di deporre. In quell’occasione citò Luigi
Einaudi, per ribadire l’esigenza che nessun precedente alteri il lascito del
Colle. Esigenza giusta, ma al contempo errata. Per soddisfarla a pieno,
dovremmo fermare l’orologio. Da qui la lezione che ci impartisce la vicenda.
Napolitano avrebbe potuto rifiutarsi di testimoniare, come ha ammesso la stessa
Corte di Palermo. Poteva farlo perché l’articolo 205 del codice di rito
configura la sua testimonianza su base volontaria, escludendo qualsiasi mezzo
coercitivo. Bastava dire no, e anche il diniego avrebbe offerto un precedente.
Invece ha detto sì. E ha fatto bene: chi non ha nulla da nascondere non deve
mai nascondersi.