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venerdì 20 dicembre 2019

Aziende che investono in Italia: Ferrero, utili 2019 a + 9% e investimenti per 213 milioni



Utili Ferrero a +9%. Investimenti in Italia per 213 milioni. Salomone nuovo presidente. Per i ricavi la crescita è stata del 3%

Il boom dei biscotti alla Nutella si vedrà nel prossimo esercizio. Ma i conti chiusi prima del lancio di Biscuits sono comunque da record. Ferrero spa, holding delle attività italiane del gruppo, ha registrato un utile di 222,2 milioni di euro, in crescita di 18,3 milioni di euro rispetto all’esercizio precedente (+8,9%).
Nel dettaglio, Ferrero Commerciale Italia ha registrato un fatturato di 1.475,5 milioni di euro nel periodo settembre 2018-agosto 2019, in crescita dell’1,7% in confronto all’esercizio precedente, con un utile netto di 35 milioni di euro. Ferrero Industriale srl, attiva attraverso i 4 stabilimenti italiani di Alba, Pozzuolo Martesana, Balvano e Sant’Angelo dei Lombardi, ha realizzato un fatturato pari a 622,4 milioni di euro (6,9%) e un utile dell’esercizio di 43,7 milioni. Confermata la centralità dell'Italia in termini di investimenti industriali: nell'esercizio investiti 213 milioni nei 4 poli produttivi.

Quanto alla governance, Bartolomeo Salomone (da oltre 40 anni nel gruppo e già

mercoledì 4 dicembre 2019

Dalle banche all’Ilva, l’autunno caldo delle vertenze



Non solo gli 8 mila esuberi annunciati da Unicredit. Sindacati sul piede di guerra per i possibili tagli in Alitalia e le crisi che riguardano Auchan, Whirlpool e La Perla.

Gli 8 mila esuberi annunciati da Unicredit nell’arco del piano 2020-2023 in Europa occidentale, di cui circa 5.500-6 mila dipendenti in Italia, sono solo gli ultimi di una serie di tagli, nel settore bancario e non solo, che il mercato del lavoro è chiamato a fronteggiare in realtà più o meno grandi e dislocate da Nord a Sud del Paese.

DALL’EX ILVA AD ALITALIA, SI RISCHIANO ALTRE MIGLIAIA DI ESUBERI
A questi si aggiunge, restando alle vertenze riesplose negli ultimi mesi, il rischio di altre migliaia di esuberi, a partire dall’ex Ilva fino ad Alitalia, sulle quali pendono come una spada di Damocle cifre altrettanto consistenti: casi in cui si è parlato di una possibile richiesta, finora mai ufficializzata, di 5 mila tagli. Segno di una situazione occupazionale in sofferenza, nonostante i passi verso la ripresa certificati dai dati più recenti, che allarma i lavoratori ed i sindacati e travolge rami e settori più disparati: non solo banche, grandi industrie e multinazionali.

NEL MIRINO DEI TAGLI ANCHE SUPERMERCATI ED ELETTRODOMESTICI
Nell’occhio del ciclone ci sono tagli che vanno dai supermercati al comparto degli elettrodomestici alla moda. E per far fronte ai quali è necessario mettere in campo, e rafforzare – è l’imperativo ricorrente dei sindacati -, gli ammortizzatori sociali. Insieme a una politica industriale. «Il tema del lavoro e della crescita è in caduta libera nel nostro Paese.

domenica 24 novembre 2019

Ex Ilva: Conte conquista un tavolo, ma servirà un nuovo piano


da: Il Fatto Quotidiano - di Salvatore Cannavò

Verso l’azzeramento dei vecchi patti: adesso si profila la cassa integrazione

Abbiamo riaperto un tavolo, ma è solo un punto di partenza”. A palazzo Chigi si commenta così l’incontro con ArcelorMittal che riapre da capo i destini dell’Ilva. “Si avvierà una negoziazione che sarà faticosa e complicata, ci saranno tanti risvolti economici, produttivi, tecnici, giuridici...”ha detto Giuseppe Conte al termine di un confronto serrato, durato a lungo e conclusosi poco prima di mezzanotte.

Da una parte il presidente del Consiglio, il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e quello dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli; dall’altra Lakshmie Aditya Mittal. I quali, ha annunciato Conte, “si sono resi disponibili ad avviare immediatamente una interlocuzione volta a definire un percorso condiviso sul futuro delle attività dello stabilimento ex Ilva”. Ieri mattina la conferma di Mittal: “Investco conferma che l’incontro tenutosi con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ed altri membri del Governo per discutere possibili soluzioni per gli impianti ex Ilva è stato costruttivo. Le discussioni continueranno con l’obiettivo di raggiungere al più presto un accordo per una produzione sostenibile di acciaio a Taranto”.

Fin qui i convenevoli e le dichiarazioni di intenti. Ma la strada da percorrere è lunga e non è detto che la conclusione sarà positiva. Troppe le variabili ancora sul tavolo, troppi gli elementi da discutere, i conti di fare e i costi da valutare.

Giuseppe Conte, per far capire il proprio approccio, ha regalato a Lakshmi Mittal, padre di Aditya, una copia del suo libro L’impresa responsabile. Ma Mittal sembra soprattutto orientata a minimizzare i costi e ottenere vantaggi ben superiori a quelli ottenuti con la sigla, a settembre del 2018, del Verbale di accordo sull’Ilva.

A sentire l’umor e di palazzo Chigi, le preoccupazioni espresse ieri dal sindaco di Taranto e i paletti posti dal segretario della Cgil, Maurizio Landini, la preoccupazione è quanta occupazione sarà possibile conservare. La cifra di 2 o 3000 dipendenti di troppo non sembra campata in aria. “Quali che siano i numeri non si tratterà di esuberi, ricorreremo agli ammortizzatori sociali” assicurano al ministero dello Sviluppo economico. Mentre il governo si dice “disponibile a sostenere questo processo anche con misure sociali, ove mai necessarie, in accordo con le associazioni sindacali".

martedì 12 novembre 2019

Prendi i soldi e scappa: 50 aziende finite all’estero


da: Il Fatto Quotidiano - di Nicola Borzi

Italia, terra del “chi ha dato ha dato, chi ha avuto avuto”. Un ritornello difficile però da accettare per i quasi 365mila lavoratori che dal 2002 a oggi, secondo il database compilato dall’ufficio Eurofound dell’Unione Europea, sono stati “dismessi” in una delle 734 crisi aziendali di grandi dimensioni che hanno colpito il nostro Paese, il 5% di quelle dell’intera Ue nella quale, durante lo stesso periodo, le ristrutturazioni maggiori hanno cancellato 6,87 milioni di posti di lavoro. È vero che dal 2002 a oggi in 9.590 vicende aziendali in Europa sono stati creati 4,07 milioni di posti di lavoro (153 i casi in Italia, con 102mila 860 nuovi occupati), ma il saldo resta negativo, con l’aggravante che spesso a licenziare è chi ha ricevuto aiuti pubblici.

Sono cinquanta i casi italiani registrati da Bruxelles negli ultimi 18 anni nei quali la riduzione della forza lavoro è stata decisa per delocalizzare gli impianti: i dipendenti colpiti sono stati 11.517, in apparenza solo il 3,16% di quelli coinvolti nelle crisi maggiori. Una lunghissima via crucis quella del database comunitario: i trasferimenti all’estero hanno colpito International Rectifier, Rolam, Antonio Merloni, Irca, De' Longhi, Agv, Wella, Olivetti, Cofra, Acerbi Viberti, Donora Elettrodomestici, Marzotto, poi ancora Marzotto, Cablelettra, Dorel, Gasfire, Invensys, Chemtura, Beiersdorf, Alstom, Sogefi, Riello, Elica, Johnson Electric, Indesit, Omsa, Bialetti, Gambro, Amcor, Global Garden Products, ancora Bialetti, Bessel, OM, Medtronic, ancora Indesit, ancora Riello, Invensys, Sertubi, Coccolino, Brembo, Husqvarna, Whirlpool, Roland Europe, Bundy Refrigeration, Carrier, Cisa, Landi Renzo, Honeywell, Embraco, Bekaert e ABB Italia.
Solo le vicende di Candy, Zoppas, K Flex, Whirpool, Honeywell, Micron Technologies, Videocon, Unilever, Vibac, Bekaert, Magna e Lazzaroni hanno dominato le cronache. Ma i dati Ue sulle delocalizzazioni non mappano tutto il fenomeno. Innanzitutto per motivi di campionamento: per essere registrata da Eurofound, una ristrutturazione deve comportare la

lunedì 11 novembre 2019

Ex Ilva di Taranto: il futuro è iniziare a pensare alle persone



Quelli che…è meglio se andassero a Taranto

Il livello e il modo in cui è stata raccontata la vicenda ex Ilva a Taranto ci dice due cose: che il problema dell'informazione non sono gli anonimi in rete (che al massimo amplificano le sciocchezze), ma gli autori delle fake news che hanno tanto di nome e cognome.
La seconda cosa è che da lontano, lontano da Taranto intendo, la questione si vede in modo completamente diverso.

Non vedono che Arcelor Mittal ha preso lo stabilimento di Taranto solo per mantenere il controllo della produzione dell'acciaio e a cui ora non basta nemmeno lo scudo penale, ovvero la possibilità di non rispettare le leggi grazie ad un accordo con uno stato che le leggi le deve far rispettare.

Non si vede l'inquinamento, non si vedono le malattie, i bambini che non possono uscire a giocare e che si ammalano, le scuole chiuse nei giorni di vento.
Le uniche cose che capiscono, i tanti commentatori, sono il profitto e la possibilità, ancora una volta, di usare la vicenda Ilva per fini di propaganda.

Salvini, che ha messo assieme la fuga di Mittal con Balottelli (eppure non sono i sovranisti a

mercoledì 6 novembre 2019

Antonio Padellaro: "Il ricatto di Arcelor, i Tafazzi giallorosa e chiacchiere da bar"


da: Il Fatto Quotidiano

Lunedì sera, gli svariati milioni di italiani che davanti alle tv cercavano di saperne qualcosa di più sull’imbroglio ex Ilva, hanno capito che il governo è formato da una manica di imbecilli (e forse pure di venduti allo straniero, a sentire i sovranisti un tanto al chilo). Dementi che rischiano di mandare in malora il più grande impianto siderurgico d’Europa, con l’annunciata fuga di ArcelorMittal, e dunque di mettere sul lastrico 20mila lavoratori tra operai e occupati nell’indotto. Una catastrofe sociale senza precedenti per Taranto e la Puglia che potrebbe costare all’Italia qualcosa come l’1,4 per cento del Pil. Un suicidio perfetto che d’ora in avanti convincerà qualsiasi investitore estero a starsene prudentemente alla larga da un Paese guidato da un ex bibitaro dello stadio San Paolo nonché da incompetenti patentati felici di mandare in galera gli imprenditori di buona volontà, e che teorizzano la “decrescita felice”, ovvero il ritorno all’età della carrozza a cavalli e dei mulini a vento. Questa è una breve sintesi (testuale) di ciò che abbiamo ascoltato saltando da un canale all’altro, dibattiti tutti indistintamente dominati dallo sgomento e da una mesta considerazione: in che mani siamo finiti.

Ma le cose stanno davvero così? E chi lo sa? Infatti l’altra sera mentre il governo veniva ridotto a brandelli, la voce del governo semplicemente non c’era. O se c’era non si sentiva proprio. Chiariamo subito: per ragioni di ascolto non esiste talk, perfino il più faziosamente avverso al Conte bis che non farebbe carte false per avere in studio un ministro, un viceministro o anche un semplice sottosegretario in grado di controbattere alle accuse di incapacità, sottomissione al nemico ecc. con gli argomenti che sicuramente al Conte bis non mancano. Un problema sicuramente avvertito a Palazzo Chigi,

martedì 5 novembre 2019

Cosa succede con l’ILVA, in ordine



 
ArcelorMittal dice che non vuole più comprare la più grande acciaieria d'Europa: ma fa sul serio? E di chi è la colpa?

La decisione della società indo-francese ArcelorMittal di lasciare l’acciaieria ILVA di Taranto, comunicata ieri, era in realtà attesa dal governo, tanto che il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli del Movimento 5 Stelle, la scorsa settimana è rimasto in Italia invece di seguire il suo capo politico Luigi Di Maio in un viaggio diplomatico in Cina. Ma anche se la decisione di rescindere il contratto di affitto e acquisto non è stata una sorpresa, come finirà questa vicenda e di chi sia la responsabilità rimane ancora oggi poco chiaro, mentre il governo, l’opposizione e gli stessi partiti interni alla maggioranza si rimpallano le colpe per quello che è accaduto.

Ci sarà maggiore chiarezza probabilmente dopo mercoledì, quando i dirigenti dell’azienda si incontreranno a Roma con il governo per decidere le sorti della più grande acciaieria d’Europa, che impiega 10.700 operai, di cui 8.200 nello stabilimento di Taranto (gli altri in quelli di Novi Ligure e Cornigliano) e che produce ogni anno acciaio per 24 miliardi di euro. Nel frattempo ecco quello che sappiamo, messo in ordine.

Perché ArcelorMittal dice che vuole andarsene?