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mercoledì 8 aprile 2020

Gustave Flaubert: Madame Bovary / 4


Segretario di Stato sotto la Restaurazione, il marchese cercava di tornare all'attività politica e si preparava da molto tempo a presentare la propria candidatura alla Camera dei deputati. D'inverno faceva molte distribuzioni di legna e, al Consiglio Generale, reclamava con gran foga nuove strade per il suo distretto.
Nel periodo più caldo dell'estate, aveva sofferto di un ascesso in bocca, dal quale Charles l'aveva liberato, come per miracolo, con un preciso colpo di bisturi. L'amministratore del marchese, mandato a Tostes per pagare l'operazione, raccontò al suo ritorno, la sera, di avere visto ciliegie magnifiche nel giardino del medico. Ora, poiché i ciliegi della Vaubyessard crescevano stenti, il marchese fece chiedere a Bovary qualche ramoscello per innestarli e in seguito si fece un dovere di  andare di persona a ringraziarlo. Vide Emma e ne trovò l'aspetto assai grazioso, i modi tutt'altro che provinciali; tanto che al castello non si ritenne di eccedere in condiscendenza né di fare uno sgarbo a nessuno invitando la giovane coppia.
Un mercoledì alle tre, il signore e la signora Bovary salirono sul loro carrozzino, e si partirono per la Vaubyessard. Dietro la vettura era stato sistemato un grande baule, davanti, sul grembialino, v'era una cappelliera, e Charles teneva fra le gambe una scatola di cartone.
Giunsero a destinazione al calar della notte, mentre incominciavano ad accendere i lampioni del parco per illuminare la via alle carrozze.

mercoledì 1 aprile 2020

Gustave Flaubert: Madame Bovary / 3




Intanto, seguendo le teorie nelle quali credeva, ella cercò di crearsi l'amore. In giardino, al chiaro di luna, recitava tutte le rime amorose che sapeva a memoria e sospirava romanze malinconiche, ma non sentiva agitarsi dentro di sé nessuna passione, e Charles non sembrava né scosso né più innamorato.
Dopo aver tentato invano di far sprizzare la divina scintilla stuzzicando l'acciarino del suo cuore, e, del resto, del tutto incapace di comprendere quanto non provava come di credere a quanto non si manifestasse nelle forme tradizionali, non faticò a convincersi che la passione di Charles non era affatto qualcosa di grande.
Le sue espansioni avevano preso un ritmo regolare; la baciava a orari fissi. Era un'abitudine come le altre. Era come un dessert già previsto dopo un monotono pranzo.
Un guardacaccia guarito da una pleurite le aveva regalato una cuccioletta di levriero italiana; Emma la portava con sé, nelle sue passeggiate, poiché talvolta usciva, per avere qualche momento di solitudine e per togliersi di davanti agli occhi l'eterno giardino o la strada polverosa.
Arrivava di solito fino al boschetto di faggi, e raggiungeva la casetta abbandonata che si trovava nell'angolo del muro di cinta, dalla parte della campagna. Nel fossato di confine, fra l'erba, crescevano lunghe canne dalle foglie taglienti.
Cominciava con il guardarsi intorno per vedere se qualcosa fosse cambiato dall'ultima volta che era venuta. Ritrovava allo stesso posto le digitali, i radicchi, i ciuffi di ortiche intorno ai grossi ciottoli, e le macchie dei licheni sulle persiane delle tre finestre, sempre chiuse, che marcivano infradicite sopra le sbarre di ferro coperte di ruggine. I pensieri di Emma, dapprima imprecisi, vagabondavano a caso, come la cagnolina, che percorreva cerchi nei campi abbaiando alle farfalle gialline e dava la caccia ai topiragno addentando i papaveri al limitare di un campo di grano. A poco a poco le idee si delineavano, e, seduta sull'erba, frugandola piano con il puntale dell'ombrellino, Emma si domandava ripetutamente:

mercoledì 25 marzo 2020

Gustave Flaubert: Madame Bovary / 2


Qualche volta si metteva a disegnare e per Charles era una grande gioia restare lì in piedi a guardarla, china sul foglio, mentre socchiudeva gli occhi per vedere meglio la propria opera, o mentre arrotondava sul pollice palline di mollica di pane. In quanto al pianoforte, più le dita di lei correvano veloci, più Charles si meravigliava. Emma suonava con disinvoltura e percorreva tutta la tastiera da cima a fondo senza interrompersi. Il vecchio strumento, le cui corde minacciavano di spezzarsi, così scosso da lei, si sentiva, se le finestre erano aperte, fino in fondo al villaggio e spesso il galoppino del messo comunale che passava sulla via maestra senza cappello e in pantofole si fermava con le scartoffie in mano ad ascoltare.
Emma, d'altronde, sapeva dirigere bene la casa. Mandava ai malati il conto delle visite con lettere ben compilate che non avevano l'aspetto di fatture. Quando, la domenica, avevano qualche vicino a pranzo, riusciva sempre a offrire piatti presentati con garbo, le piaceva disporre piramidi di prugne regina Claudia su foglie di vite, serviva la marmellata già rovesciata dai vasetti nel piatto, e parlava addirittura di comperare degli sciacquabocca per il dessert. Tutto questo contribuiva a procurare a Bovary una maggiore considerazione.
Charles si sentiva ora più importante perché possedeva una donna simile. Mostrava con orgoglio due schizzi a matita disegnati da sua moglie; li aveva fatti montare con una larga cornice e appesi in salotto a lunghi cordoni verdi contro la tappezzeria. All'uscita dalla messa lo si poteva vedere sulla porta di casa con belle pantofole ricamate. Rientrava tardi, la sera; alle dieci, talvolta a mezzanotte. Non aveva ancora cenato, e siccome la governante era già andato a letto a quell'ora, lo serviva Emma. Charles, per mangiare più comodo, si toglieva la giacca. Elencava, una dopo l'altra, tutte le persone che aveva incontrato, i paesi dove si era

mercoledì 18 marzo 2020

Gustave Flaubert: Madame Bovary / 1



A volte si diceva che questi sarebbero dovuti essere i giorni più felici della sua vita, la cosiddetta luna di miele. Per poterne gustare davvero la dolcezza, senza dubbio, bisognava partire per quei paesi dai nomi altisonanti, dove i primi giorni di matrimonio hanno più soavi pigrizie. In diligenza, all'ombra di tendine di seta azzurra, si sale per ripide strade ascoltando la canzone del postiglione che echeggia fra le montagne insieme con le campanelle delle capre e il rombo sordo delle cascate. Al tramonto, sulla riva dei golfi marini, ci si può inebriare con la fragranza dei limoni; la sera, sulla terrazza di una villa, soli, le mani dell'uno intrecciate con le mani dell'altra, si possono fare progetti guardando le stelle. Secondo lei, taluni luoghi sulla terra possedevano la peculiarità di produrre la felicità, quasi essa fosse stata una pianta alla quale è necessario un particolare terreno, una pianta che cresce male in qualunque altro luogo. Come avrebbe voluto potersi affacciare al balcone di uno chalet svizzero, o chiudere la sua malinconia in un cottage scozzese, insieme con un marito che indossasse un abito a giacca lunga di velluto nero, calzasse morbidi stivali e portasse un cappello a punta e i polsini. Forse avrebbe desiderato confidar a qualcuno queste sue idee. Ma in qual modo avrebbe potuto descrivere quel malessere vago che mutava aspetto come le nuvole o che turbinava come il vento? Le mancavano le parole, l'occasione, il coraggio.
Eppure, se Charles avesse voluto, se lo avesse sospettato, se una sola volta lo sguardo di lui avesse indovinato i suoi pensieri, un'improvvisa piena di sentimenti sarebbe scaturita da lei, così come i frutti maturi si staccano da una spalliera soltanto sfiorandoli con la mano. Ma a mano a mano che cresceva l'intimità della loro vita, veniva a determinarsi un distacco spirituale che la allontanava sempre più da lui.

mercoledì 20 marzo 2019

Jane Austen: Emma / 5



Si fermò nel suo fervore per contemplare la domanda e l’espressione dei suoi occhi la sopraffece. 
«Mia adorata Emma» disse, «perché sempre sarete la mia più cara, qualsiasi dovesse essere il risultato di quest’ora di conversazione, mia carissima, amatissima Emma..ditemi subito. Dite “no”, se dovete dirlo.»
Lei non poteva dire davvero nulla. «Tacete!» esclamò lui, molto turbato. «Rimanete completamente muta non vi chiederò altro.»
Emma stava per sprofondare nell’agitazione di quel momento. La paura di essere risvegliata dal più felice dei sogni, era probabilmente il sentimento dominante.
«Non sono in grado di fare discorsi, Emma» presto riprese e, in un tono di tenerezza così sincera, precisa, tangibile da convincere persino lei. «Se vi amassi meno, sarei capace di parlarne un poco. Ma voi mi conoscete. Non posso dirvi che la verità. Vi ho rimproverata e fatto delle prediche e voi l’avete sopportato come nessun’altra donna in tutta l’Inghilterra

mercoledì 13 marzo 2019

Jane Austen: Emma / 4



Emma ebbe la sicurezza che non l’aveva perdonata; non sembrava lo stesso. Il tempo, tuttavia, pensò, lo avrebbe convinto che dovevano essere amici di nuovo. Mentre egli stava in piedi sempre dell’idea di andare ma senza andarsene, Henry Woodhouse cominciò con le sue domande:
«Allora, tesoro, tutto bene? Come hai trovato la mia buona e vecchia amica e sua figlia? Immagino che saranno state lietissime della visita. La cara Emma è andata a far visita alle Bates, come vi dicevo prima, George. E’ sempre così affettuosa con loro!»
Emma divenne rossa per questa lode che non meritava; e sorridendo e scuotendo il capo (gesto che parlava da solo) guardò George Knightley. Le sembrò di cogliere un’impressione istantanea in suo favore, come se gli occhi di lui avessero appreso la verità dagli occhi di lei e tutto ciò che di buono passava nei suoi sentimenti fosse in una volta capito e apprezzato. Egli la guardò con rispetto. Lei ne provò una calda soddisfazione, e un momento dopo questa si approfondì a causa di un piccolo gesto che era qualcosa di più che un segno della solita amicizia. Le prese la mano. Non sapeva se era stata lei a fare il primo passo, la strinse e certo stava per portarsela alle labbra, quando, per un qualche pensiero o fantasia, la lasciò andare di colpo. Perché avesse avuto un simile scrupolo, perché dovesse cambiare idea a cose praticamente fatte, Emma non potè spiegarselo. Si sarebbe comportato meglio, pensò,

mercoledì 6 marzo 2019

Jane Austen: Emma / 3



George  Knightley doveva venire a pranzo da loro, un poco contro i desideri di Henry Woodhouse al quale non piaceva dividere con chicchessia il primo giorno di Isabella a Hartfield. Comunque a prendere la decisione era stata Emma per senso del dovere: considerazione a parte di quanto quella gentilezza fosse doverosa verso di due fratelli, ella provava un piacere particolare, dopo l’ultimo dissidio che l’aveva contrapposta all’amico, a prodigarsi perché fosse invitato.
Sperava che adesso avrebbero potuto far pace. Era tempo di smetterla con quel litigio, pensava. E poi, non era tanto questione di far pace. Non aveva mica avuto torto lei, e figurarsi se avrebbe mai ammesso di averne lui. Non era il caso di fare concessioni, ma era ora di comportarsi come se non avessero mai bisticciato. A proteggere la recuperata amicizia Emma sperò che servisse l’aver con sé, mentre lui entrava nella stanza, uno dei bambini – la più piccola, una deliziosa bambinetta di otto mesi, in visita a Hartfield per la prima volta e felicissima di essere spupazzata fra le braccia della zia. E infatti servì. Perché, se anche Knightley all’inizio lanciava in giro occhiate fosche e domande minime, presto si ritrovò a parlare di tutti loro nel modo consueto e a toglierle la bambina dalle braccia con la naturalezza di un’intatta amicizia. Emma sentì che erano di nuovo .fare a meno di suggerirle, mentre lui ammirava la piccola:
«Meno male che su nipoti e nipotine andiamo d’accordo. Sugli uomini e le donne le nostre idee divergono parecchio qualche volta; ma su questi bambini non potremmo mai pensarla diversamente, vi pare?»
«Se vi lasciate guidare dalla natura quando giudicate gli uomini e le donne senza credere più di tanto al potere della fantasia e del capriccio nei vostri rapporti con loro, come fate quando ci sono di mezzo questi piccoli, la penseremmo sempre allo stesso modo.»
«Eh, già..I nostri bisticci nascono sempre dal fatto che a sbagliarmi sono io.»

mercoledì 27 febbraio 2019

Jane Austen: Emma / 2



George Knightley poteva litigare con Emma, ma Emma non poteva litigare con se stessa. Era così irritato che fece passare un tempo più lungo del solito prima di tornare a Hartfield; e quando si rividero, certi suoi gravi sguardi rivelavano che non l’aveva ancora perdonata. Lei se ne dispiaceva, ma non intendeva pentirsi. Al contrario, i suoi piani e gli atti conseguenti erano sempre più suffragati dai piacevoli risultati che si manifestarono nei giorni immediatamente successivi.
Il ritratto, elegantemente incorniciato, arrivò sano e salvo a destinazione subito dopo il ritorno di Elton e, non appena fu appeso sul caminetto del soggiorno, egli si alzò per guardarlo e mormorò, proprio come doveva, le sue mezze frasi di ammirazione; e per quel che riguarda i sentimenti di Harriet, stavano prendendo visibilmente la forma di un innamoramento forte e solido quanto la sua età e la sua ragione potevano permettere. Emma potè dirsi presto soddisfatta del fatto che Robin Martin veniva ricordato solo in opposizione a Elton, in un paragone che andava tutto a vantaggio del secondo.
Il progetto di educare la mente della sua giovane amica, con grande attività di letture e conversazioni, non era andato per ora molto più avanti di qualche primo capitolo e della buona intenzione di proseguire il giorno dopo. Era molto più facile chiacchierare che studiare,

mercoledì 20 febbraio 2019

Jane Austen: Emma / 1




Emma Woodhouse, attraente, intelligente e ricca, casa accogliente e buon carattere, sembrava riunire in sé alcune delle benedizioni che la vita può offrire; era al mondo da quasi ventun anni e ben poco l’aveva ferita e turbata.
Era la minore delle due figlie di un padre affettuosissimo e indulgente e, grazie al matrimonio della sorella, si era ritrovata padrona di casa a un’età decisamente precoce. Sua madre era morta da molto tempo, sicché non ne serbava più che un confuso ricordo di carezze, e il suo posto era stato preso da una governante, donna eccellente, che si era dimostrata nell’affetto vicinissima a una vera mamma.
Sedici anni era stata la signorina Taylor presso la famiglia Woodhouse, più come amica che come governante, affezionatissima a tutte e due le ragazze, ma a Emma in modo particolare. Fra loro si era creata l’intimità di due sorelle. Anche prima di interrompere il nominale impiego di governante, la dolcezza del suo temperamento aveva reso impossibile alla Taylor qualsiasi rigida imposizione; e quando persino quel briciolo d’autorità era diventata acqua passata, le due donne avevano finito col vivere una accanto all’altra, da amiche, scambiandosi un reciproco grande affetto, con Emma che poteva fare tutto ciò che voleva.

lunedì 24 dicembre 2018

Italo Calvino: I figli di Babbo Natale



Non c'è epoca dell'anno più gentile e buona, per il mondo dell'industria e del commercio, che il Natale e le settimane precedenti. Sale dalle vie il tremulo suono delle zampogne; e le società anonime, fino a ieri freddamente intente a calcolare fatturato e dividendi, aprono il cuore agli affetti e al sorriso. L'unico pensiero dei Consigli d'amministrazione adesso è quello di dare gioia al prossimo, mandando doni accompagnati da messaggi d'augurio sia a ditte consorelle che a privati; ogni ditta si sente in dovere di comprare un grande stock di prodotti da una seconda ditta per fare i suoi regali alle altre ditte; le quali ditte a loro volta comprano da una ditta altri stock di regali per le altre; le finestre aziendali restano illuminate fino a tardi, specialmente quelle del magazzino, dove il personale continua le ore straordinarie a imballare pacchi e casse; al di là dei vetri appannati, sui marciapiedi ricoperti da una crosta di gelo s'inoltrano gli zampognari, discesi da buie misteriose montagne, sostano ai crocicchi del centro, un po' abbagliati dalle troppe luci, dalle vetrine troppo adorne, e a capo chino dànno fiato ai loro strumenti; a quel suono tra gli uomini d'affari le grevi contese d'interessi si placano e lasciano il posto ad una nuova gara: a chi presenta nel modo più grazioso il dono più cospicuo e originale.

Alla Sbav quell'anno l'Ufficio Relazioni Pubbliche propose che alle persone di maggior riguardo le strenne fossero recapitate a domicilio da un uomo vestito da Babbo Natale.
L'idea suscitò l'approvazione unanime dei dirigenti. Fu comprata un'acconciatura da Babbo Natale completa: barba bianca, berretto e pastrano rossi bordati di pelliccia, stivaloni. Si cominciò a provare a quale dei fattorini andava meglio, ma uno era troppo basso di statura e la barba gli toccava per terra, uno era troppo robusto e non gli entrava il cappotto, un altro troppo giovane, un altro invece troppo vecchio e non valeva la pena di truccarlo.
Mentre il capo dell'Ufficio Personale faceva chiamare altri possibili Babbi Natali dai vari reparti, i dirigenti radunati cercavano di sviluppare l'idea: l'Ufficio Relazioni Umane voleva che anche il pacco-strenna alle maestranze fosse consegnato da Babbo Natale in una cerimonia collettiva; l'Ufficio Commerciale voleva fargli fare anche un giro dei negozi; l'Ufficio Pubblicità si preoccupava che facesse risaltare il nome della ditta, magari reggendo appesi a un filo quattro palloncini con le lettere S, B, A, V.

mercoledì 5 dicembre 2018

Feodor Dostoevskij: Delitto e castigo / 2




Capitolo II

Raskòlnikov non era abituato a stare tra la gente e, come già ho detto, rifuggiva da qualsiasi compagnia, specialmente negli ultimi tempi. Ma ora, ad un tratto, qualcosa lo attirava verso gli uomini, un mutamento avveniva in lui: provava un ansioso desiderio di riavvicinarsi ai suoi simili. Dopo quello stato di concentrata angoscia, di cupa eccitazione, che durava da un mese, era tanto stanco che anelava a respirare, sia pure per un minuto solo, l’aria di un mondo diverso, qualunque esso fosse, e ora si tratteneva con piacere in quella bettola nonostante il sudiciume dell’ambiente.
Il padrone del locale era in un altro ambiente, ma spesso entrava nella stanza principale, scendendo chi sa da dove per una scaletta. Prima d’ogni altra cosa comparivano i suoi eleganti stivali lustri dai larghi risvolti rossi. L’uomo portava un gabbano senza maniche e un panciotto di raso nero, terribilmente macchiato di grasso, non aveva cravatta e il suo viso sembrava unto d’olio come una serratura. Dietro il banco c’era un ragazzetto sui quattordici anni. Ce n’era un altro, quasi bambino, che serviva chi ordinava qualcosa. Vi erano fette di cocomero, biscotti scuri, pesce tagliato a piccoli pezzi: da tutta questa roba esalava un odore pessimo. Si soffocava a tal punto che non si poteva restare seduti e c’era un puzzo di vino tanto forte che chi respirava quell’aria, anche per cinque minuti, si sentiva ubriaco.

mercoledì 28 novembre 2018

Feodor Dostoevskij: Delitto e castigo / 1




Capitolo I

In una giornata straordinariamente calda del principio di luglio, un giovane, uscito dalla stanzetta che aveva in subaffitto nel vicolo di S. scese in strada e lentamente, con l’aspetto di una persona indecisa, s’avviò verso il ponte K.
Per la scala riuscì ad evitare l’incontro con la sua padrona di casa. La stanzetta del giovane era situata proprio sotto il tetto di un alto casamento a cinque piani e rassomigliava piuttosto a un armadio che a un’abitazione. La padrona di casa, che gli dava in fitto quel bugigattolo, includendo nel prezzo desinare e servizio, dimorava una tesa di scala più in basso, in un quartierino separato; quindi, per scendere in strada, egli non poteva fare a meno di passare davanti alla cucina della donna, la cui porta era quasi sempre spalancata sulla scala. Ogni volta che passava provava una sensazione di paura morbosa della quale si vergognava e che gli faceva aggrottare le ciglia: aveva un grosso debito verso la padrona di casa e perciò temeva d’incontrarla.
Egli non era pauroso, un uomo avvilito, tutt’altro, ma da qualche tempo era in uno stato di irritabilità e di tensione che rasenta l’ipocondria: s’era tanto sprofondato in se stesso e tanto allontanato da tutti, che temeva qualsiasi incontro, non solo quello della padrona di casa. Era oppresso dalla miseria, ma negli ultimi tempi neppure le ristrettezze finanziarie gli pesavano. Aveva smesso di occuparsi delle sue faccende abituali e non aveva voglia di ritornarvi.

domenica 21 febbraio 2016

Addio a Umberto Eco, scrittore da best seller e gigante della cultura italiana



da: Il Sole 24 ore - di Armando Massarenti 



Qualche anno fa, nel 2009, Umberto Eco si prestò, insieme a molti altri scrittori e intellettuali italiani al gioco degli autoepitaffi in un volume intitolato «Meglio qui che in riunione». L'epitaffio che scrisse per sé era, come suo solito, molto spiritoso: «Aspetta, aspetta», «Non posso, non posso».
Ieri sera alle 22,30, nella sua casa milanese, la morte del più importante intellettuale italiano del secondo dopoguerra, non ha potuto più aspettare, privandoci di una voce che mancherà moltissimo a una cultura, quella italiana, che egli forse più di chiunque altro ha contribuito a svecchiare e che ancora è dominata da molti di quei tic che egli ha sapientemente combattuto e smascherato.

Bibliofilo quasi per caso, non per feticismo, ma perché interessato a consultare fonti di prima mano sui temi del sapere che più gli interessavano, il medioevo innanzitutto, Eco è stato il massimo esponente della cultura del libro, quello tradizionale, cartaceo, ma è anche stato il primo curatore, già negli anni Ottanta, di una delle prime Enciclopedie multimediali.

lunedì 18 maggio 2015

L'Amaca di Michele Serra



da: la Repubblica

Viva l’innovazione, il libro elettronico, il print on demand (si stampano solo le copie acquistate e si evitano le valanghe di resi), il fecondo rapporto tra nuove tecnologie e cultura. Ma mette un brivido sentire (intervistato su Radiorai) non so quale boss di Amazon sentenziare che in un futuro prossimo «a decidere quali libri stampare e quali no saranno le community dei lettori, non gli editori». In apparenza è un allargamento “democratico” delle decisioni, un colpo all’elitarismo intellettuale. In sostanza, è il definitivo asservimento della cultura ai gusti di (presunte) maggioranze, e fa venire in mente l’aforisma di Marcello Marchesi sulla società di massa: «mangiate merda, miliardi di mosche non possono avere torto». La dittatura del mercato incarna il sogno del signor Amazon ma anche l’incubo delle minoranze, dei curiosi, degli irrequieti, o più semplicemente dei veri innovatori (che faranno le fortune future anche di Amazon). Il rischio intellettuale non è vidimabile da una serie di “mi piace”. L’attuale, imperfettissimo sistema editoriale va da scemenzuole di successo come le Sfumature di grigio a splendidi e sparuti libri di poesia, con tutta la gamma intermedia. Mi chiedo quale “community” sarebbe in grado di scegliere, e di sbagliare, con tanta libertà e con tanta varietà. Il conformismo è la via più rapida, feroce ed efficace per distruggere pensiero e poesia. Per saperlo

mercoledì 21 maggio 2014

Jack London: Il richiamo della foresta / 3



Il primo giorno trascorso da Buck sulla spiaggia di Dyea fu simile a un incubo. Ogni ora fu piena di sorprese e di violente emozioni. Improvvisamente strappato dal cuore della civiltà, era stato gettato nel mezzo di un mondo primordiale. Questa non era una vita oziosa, passata sotto il sole, senza altro da fare che passeggiate e annoiarsi. Qui non c’erano né pace, né un momento di riposo, né sicurezza. Tutto era confusione e attività, si rischiava costantemente la vita. Era assolutamente necessario stare sempre all’erta, perché questi uomini e questi cani non erano uomini e cani di città. Erano dei selvaggi, gli uni e gli altri, che non conoscevano altra legge che quella del bastone e della zanna.
Mai aveva visto combattere come queste creature simili a lupi e la sua prima esperienza fu una lezione indimenticabile. Fu un’esperienza indiretta, è vero, altrimenti non sarebbe sopravvissuto per trarne profitto. Curly ne fu la vittima. Erano accampati presso un deposito di legname e la cagna, col suo fare socievole, tentò di avvicinarsi a un husky, grosso come un lupo adulto, ma neppure la metà di lei. Non ci fu preavviso: soltanto un balzo fulmineo, lo scatto metallico dei denti, un secondo balzo altrettanto rapido, e il muso di Curly era squarciato dall’occhio alla mascella.

mercoledì 14 maggio 2014

Jack London: Il richiamo della foresta / 2



Buck non leggeva i giornali, altrimenti avrebbe saputo quali guai si stavano preparando non soltanto per lui, ma per tutti i cani di forte muscolatura e col pelo lungo e soffice da Puget Sound a San Diego. Brancolando tra le tenebre artiche gli uomini avevano trovato un metallo giallo e, poiché le compagnie di navigazione e di trasporto avevano divulgato la notizia, migliaia di persone correvano verso il Nord. Questi uomini avevano bisogno di cani; cani robusti, con una forte muscolatura e pelo folto per difendersi dal gelo.
Buck viveva nell’assolta valle  di Santa Clara, in una grande casa chiamata la residenza del giudice Miller. Lontana dalla strada, seminascosta tra gli alberi dietro i quali si poteva intravedere l’ampia e ombrosa veranda che la circondava, la casa si raggiungeva per viali ghiaiosi, fiancheggiati da alti pioppi che si snodavano tra distese di prati.
Sul retro poi ogni cosa aveva dimensioni ancora più grandiose che nella parte anteriore della residenza. C’erano le grandi scuderie con una dozzina di stallieri e garzoni, le abitazioni della servitù coperte di rampicanti, un’ordinata e interminabile fila di baracche, vigne, verdi pascoli, frutteti e cespugli di bacche a

mercoledì 7 maggio 2014

Jack London: Il richiamo della foresta



E’ considerato, a torto, un classico per ragazzi.
Nel racconto del cane Buck che leva il muso, fiuta il vento e sceglie di seguire il richiamo dei fratelli della selva, vi è la descrizione della lotta, della sopraffazione e violenza dell’uomo che lo rendono oggi vincitore e domani perdente in modo irreversibile.

venerdì 18 aprile 2014

Se n’è andato Gabriel Garcia Marquez, l’autore di uno dei miei libri preferiti: ‘Cent’anni di solitudine’



Se mi dicessero: scegli cinque libri da portare via con te, da salvare, tra questi sceglierei sicuramente  ‘Cent’anni di solitudine’ di Gabriel Garcia Marquez. Questo libro, o ti prende e lo ami follemente o…lo abbandoni, non arrivi alla fine.
A me è capitato di esserne coinvolta a tal punto da considerarlo uno dei libri indispensabili nella mia biblioteca ideale.
Alcune delle pagine di questo libro sono presenti nella 'Biblioteca Ideale' del blog e oggi le ripropongo (post sotto).

martedì 2 luglio 2013

Libri: mercato in crisi



da: Lettera 43

Libri, un mercato in crisi
Modelli distributivi obsoleti. Troppe uscite. Lettori in calo. Gli ebook non bastano. Il settore è in stallo. E cerca stimoli.
di Francesco Pacifici

Vicende di un Paese dove 5 milioni di persone ammettono di non leggere nemmeno un giornale. A Segrate guardano con molta sorpresa alla lentezza nelle vendite di Inferno. Mondadori ha stampato 1 milione di copie, ma l’ultimo romanzo di Dan Brown ne avrebbe venduto finora “soltanto” 200 mila.

DIFFICOLTÀ ECONOMICHE. Il mezzo miliardo di debiti messo a bilancio a fine 2012 spingerebbe Rcs a vendere la sezione “collezionabili”. Feltrinelli ha dovuto fronteggiare prima le polemiche sull’insuccesso di Roberto Saviano (il Giornale e il Fatto hanno stigmatizzato che ZeroZeroZero è stato per poco in testa alle classifiche, l’azienda replica che è quasi esaurita la prima edizione da 460 mila copie e che è tornata in utile grazie a quest’opera).  Poi per aver chiesto contratti di solidarietà per un migliaio di dipendenti delle librerie.

giovedì 21 marzo 2013

Libri e media: e-writing, Einaudi lancia i Quanti



da: La Stampa

Nella battaglia dell’e-writing Einaudi lancia i Quanti

Una nuova collana con mini classici (e non) solo on line Ernesto Franco: “La rete è oggi un luogo

di formazione”
di Mario Baudino

Dodici anni fa Claudio Magris e Mario Vargas Llosa scrissero per il primo volume della raccolta einaudiana Il romanzo, due saggi speculari. Lo scrittore peruviano si chiedeva: «È pensabile il mondo moderno senza il romanzo?»; quello italiano: «È pensabile il romanzo senza il mondo moderno?». All’Einaudi hanno deciso che in quella parola, mondo, vibra la rete, e provano a riproporre le due domande chiave in un testo elettronico, non un e-book ma una forma di e-writing, come dice il direttore editoriale Ernesto Franco: non «libri» ma «scritture». Col titolo Mondo e romanzo i due saggi escono così nei «Quanti», la nuova collana esclusivamente on line, otto titoli da domani a 1,99 euro (disponibili su tutte le piattaforme) che alludono ai «quanti» della fisica, e cioè alle quantità indivisibili di una certa grandezza, che per semplificare spesso vengono chiamate particelle. 

Ci sono testi inediti (come i racconti di Nicola Lagioia e Tiziano Scarpa, o un saggio sullo Stato sociale di Luciano Gallino) e «particelle elementari» pescate dentro opere di più vasto respiro nel catalogo einaudiano, da Jonathan Franzen a Paul Auster a Jacques Le Goff. L’idea è seminare tracce, percorsi in cui può stare benissimo il Vangelo di Luca, nell’edizione non agiografica dei