Questa è parte della replica di Giuseppe Conte a Giorgia Meloni, in aula ieri 15.10.24
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Questa è parte della replica di Giuseppe Conte a Giorgia Meloni, in aula ieri 15.10.24
L’analisi di Travaglio su vincitori e vinti è in gran parte logica e condivisibile. Ma sul perché della batosta presa dal Movimento 5 Stelle gli “sfugge” il vero punto della questione.
E' vero che nell’era mediatica si devono trovare candidati che attirano l’attenzione, nomi noti qualificati. Ma i veri problemi del M5S sono altri. Il primo è l’assenza di un progetto politico che non sia il superbonus e il reddito di cittadinanza. Un progetto che dia un’identità ma che dimostri di essere attuabile, applicabile. Per fare un esempio: la transizione ecologica è necessaria ma è anche necessario fare i conti con gli impatti sui cittadini, sulle imprese. Non servono slogan, bandiere. O meglio, servono per dare visibilità a progetti concreti. Se no, è aria fritta, sono buchi. Non solo di bilancio.
Se anche il M5S avesse dei progetti non se ne sente parlare. Non sarà certo per colpa dell’oscurantismo del cosiddetto servizio pubblico, cioè la Rai, dove il M5S è piegato alla Meloni.
Ma il secondo problema, irrisolto, sta nel fatto che il M5S non esiste a livello locale. Tanto più se vuoi candidare nomi sconosciuti questi devono essere presenti localmente. Il cittadino li deve incontrare, li deve vedere, li deve sentire. E la scelta dei candidati dev’essere fatta tra coloro che sono nelle associazioni, nei comitati cittadini. E questi devono essere affiancati e supportati da coloro che hanno già maturato un’esperienza politica, sempre che, coloro che hanno già svolto i due mandati non siano preda del loro egocentrismo e si rendano disponbili.
da: Il Fatto Quotidiano
In Europa trionfano le destre anti-europeiste. In Italia i partiti più ligi a Bruxelles – FdI, Pd e FI – vanno a gonfie vele. E ci andrebbe pure il centro, sesto al 7%, se la collisione fra gli ego di Bonino, Calenda e Renzi non l’avesse spaccato in due. Invece vanno male i più eurocritici: 5Stelle e Lega. Siamo o no il Paese delle restaurazioni senza rivoluzioni?
Pd. È il vero vincitore: 5 punti sopra il 19% racimolato due anni fa da Letta. Merito della Schlein, abile a far credere di essere l’unico argine alla Meloni, anche se su guerra e austerità votano allo stesso modo, e di voler “cacciare i cacicchi”, anche se la vittoria la deve soprattutto a loro (di preferenze ne ha raccolte pochine rispetto a quelle di ras locali come Decaro, Bonaccini, Zingaretti, Nardella, Gori), oltre a volti tv come Annunziata e rappresentanti dell’associazionismo come Strada. L’ambiguità di non scegliere né cambiare quasi nulla è la sua forza, anche grazie all’effetto-novità che, almeno la prima volta, riempie sempre le urne. Ma, se accade alle Europee, non porta benissimo: nel 2009 le stravinse B., nel 2014 Renzi, nel 2019 Salvini e durarono due anni ciascuno.
FdI. La Meloni è l’altra vincitrice: dopo quasi due anni di (mal)governo, guadagnare quasi 3 punti, pur perdendo 700 mila voti, è un miracolo. Anche lei è stata abile nell’operazione Gattopardo di stare con l’establishment fingendosi contro: intercetta i voti di protesta anti-Ue, pur essendo pappa e ciccia con Ursula von Sturmtruppen. Vediamo quanto dura: chi vince le Europee di solito poi perde le Politiche.
Il politologo Piero Ignazi ha scritto sul quotidiano Domani un articolo intitolato "I Cinque Stelle rischiano di sparire all'improvviso. Come l'Italia dei Valori" (post sotto).
Condivido un’osservazione sul M5S ma dissento sul Pd. Per me è e rimane il partito di morti viventi. In senso politico, ovviamente. Le “tradizioni ideologiche e politiche” che Ignazi gli attribuisce non sono servite né serviranno a una beata minchia per un’ accozzaglia di poltronisti politici completamente astrusi, avulsi, dal paese.
Trovo, inoltre, che un analista politico come Ignazi sia a dir poco “ingenuo” nel suo credere che il Pd possa riprendere la “fiaccola dell’opposizione”. Come può un partito lontano dal paese reale riprendere un posizionamento efficace e produttivo tra gli elettori se non ha come si usa dire adesso: visione. Secondo Ignazi non ce l’ha il M5S - e qui, concordo – e ce l’avrebbe il PD? Cos’è, scherzi a parte?
Dissento sulla seguente affermazione relativa al M5S: “essendo ormai inutilizzabile la polemica antipolitica”. La polemica può anche essere parcheggiata in questo momento, ma l’antipolitica non lo è. Esiste. Perché la politica che non sa governare, legiferare, individuare problemi e soluzioni è l’antipolitica. Non è il M5S l’antipolitica.
da: Domani – di Piero Ignazi
Per alcuni anni, nel primo decennio di questo secolo, ebbe particolare risalto un partito poi scomparso, l’Italia dei Valori (IdV), guidato da uno dei protagonisti dell’inchiesta milanese di Mani pulite, Antonio Di Pietro. L’Idv si presentò alle urne per la prima volta nel 2001 sfiorando il 4 per cento, risultato che confermò nel 2008 quando si presentò, nella sorpresa generale, insieme al Pd veltroniano; e, infine, toccò il tetto delle sue fortune alle Europee del 2009 con l’8 per cento dei voti.
I successi di quegli anni, corroborati da alcuni exploit nelle elezioni amministrative (Leoluca Orlando a Palermo e Luigi de Magistris a Napoli) proiettarono il partito nell’empireo dei partiti rilevanti. Il suo antiberlusconismo a tutto tondo e le filippiche contro la corruzione, condite da un linguaggio ruvido e senza sconti, creavano un certo disagio nel Pd perché risuonavano con i sentimenti di buona parte della sua base. E i commenti dell’epoca enfatizzavano l’affanno dei democratici di fronte alla tambureggiante polemica dipietrista. Poi l’Idv si avvitò in una politica di opposizione a testa bassa contro il governo Monti rompendo ogni legame, già sfilacciato peraltro, con il Pd e infine crollò in un battibaleno quando vennero lanciate accuse (poi rivelatesi infondate) sulla malversazione di fondi pubblici e arricchimenti personali di Di Pietro.
L’alternativa
Qualsiasi discorso sul reddito di cittadinanza, che sia da parte di coloro che lo vogliono abolire o limitare o da parte di chi lo vuole mantenere, dimostra ancora una volta il dilettantismo, la disonestà, l’incapacità della classe politica di tutto l’arco costituzionale.
Premessa: non si può dare nessun tipo di sussidio, reddito, ecc..se non si è in grado di determinare e controllare sistematicamente chi ne abbia veramente diritto e chi no. Chi evade le tasse potrebbe rientrare tra i soggetti beneficiari di sussidi. Inaccettabile. Stesso dicasi per chi non rispetta le leggi, che vive di criminalità piccola o grande. Vale per qualsiasi tipo di sussidio, reddito, bonus. È disonesto – lo dimostrano i dati – che ci si focalizzi esclusivamente sul reddito di cittadinanza.
Aggiungo alla premessa di cui sopra: di gente che ha solo voglia di guadagnare senza lavorare ce n’è parecchia (dipende anche dal lassismo familiare). E non solo al sud. Se volete vi presento alcune persone “nordiche” con poca voglia di lavorare. E non perché il salario sia da insulto.
Ciò premesso:
Punto 1: lo Stato dev’essere in grado di rilevare e controllare il reddito di ogni cittadino. Anche ficcando il naso nei suoi conti correnti. È ora di finirla con questa storia della privacy. È un alibi per evitare di essere controllati. Quelli che lamentano il mancato rispetto della privacy sono quasi sempre coloro che non sanno – o fingono di non sapere – che ogni volta che accendono il loro cellulare sono “pedinati” in ogni momento della navigazione in internet. Quelli che dicono: “non voglio che lo Stato sappia come uso i miei soldi” non sanno o fingono di non sapere che ogni volta che si accende un cellulare e si naviga c’è “chi sa” cosa guardiamo, cosa acquistiamo. Siamo controllati, monitorati, seguiti per motivi di marketing. E non solo.
da: La Stampa – di Francesco Grignetti
Il senatore M5S: “Il depistaggio su Borsellino l’ho smascherato io”
È stato lo scambio polemico più rovente, al Senato, quello tra Giorgia Meloni e Roberto Scarpinato, ex magistrato palermitano, punta di diamante del nuovo corso grillino. Lei l’ha liquidato con toni sprezzanti, facendo riferimento ai «teoremi» che sarebbero stati alla base del suo intervento e prima della sua carriera di pubblico ministero. Lui, il giorno dopo, si sente ancora indignato. «Ho fatto riferimento ad alcuni fatti documentati in sentenze, le stragi neofasciste, le figure di Rauti e Maletti. Non è stata in grado di rispondermi».
Una cosa veniva fuori chiara, dal suo intervento: un filo nero attraversa la storia della Repubblica.
«Mi sono attenuto alle sentenze passate in giudicato, niente di opinabile. Ho citato stragi accertate del neofascismo: piazza Fontana, Brescia, la bomba a mano alla questura di Milano, Peteano. Portano la firma di Ordine Nuovo. E Pino Rauti era l’ideologo di Ordine Nuovo. Perché non mi ha risposto sui fatti? Con una sola frase, poi, ha fatto un doppio errore: mi ha definito giudice quando sono sempre stato un pubblico ministero; mi ha addebitato il depistaggio su via D’Amelio, quando l’ho smascherato io. È disinformata. Ma la cosa grave è che la maggioranza al Senato l’ha applaudita. Non leggono le sentenze, non conoscono nemmeno i fatti più elementari».
Sono rimasti Calenda e Renzi a credere nell’agenda Draghi? Posto che ancora non si sa che sia sta agenda, la citano per raccattare voti degli italiani che ritengono Draghi uno capace di presiedere un governo. I cosiddetti moderati, i centristi.
Appena
scatteranno le 23 di domenica 25 settembre, qualora la Meloni e il
centro-destra non ottenessero voti tali da rendere inevitabile l’incarico a
formare un governo da parte di Mattarella, Calenda tornerà nelle braccia di
Letta asserendo il contrario di quanto ha affermato mentre gli dava un calcio
nel culo. Lo “stratega” italiano – l’unico, il più grande “stratega” di tutti i
tempi: il consulente del “nuovo rinascimento arabo” del principe Mohammed bin
Salaman, Matteo Renzi, li seguirà, perché vuole – come i due sopra citati – il
governo “larghe intese, nulla che cambia”. Che sia Draghi a presiederlo è tutto
da vedere. Sono certa che qualora non ci fosse un Draghi 2 – se non sarà per volontà
di SuperMario - lo “stratega” Renzi ci darà una spiegazione "strategica".
Letta ha rotto con il M5S con la scusa della mancata fiducia da parte del M5S sull'ultimo decreto Draghi. Lo ha fatto perchè pensa che il M5S sia ormai alla frutta e ha voluto fare l'ultimo giro di spremuta. Del resto, il suo progetto politico post elezioni non prevede il M5S ma...Calenda e Renzi. Letta si presenta bene, pacato, riesce anche a fare un ragionamento. Ma è e rimane il nipotino di Gianni Letta trasferito al centro-sinistra. Solo Diego Bianchi e altri illusi sinistrorsi non l'hanno ancora capito.
da: Il Fatto Quotidiano – di Tommaso Rodano
Sorpresa: si è ristretta “l’agenda Draghi”. Ammesso che sia mai esistita e che se ne conoscano i contenuti effettivi, la strategia di coloro che impugnano la bandiera del premier dimissionario e la sventolano come un feticcio elettorale non sembra dare buoni frutti. Il più recente sondaggio di Antonio Noto, pubblicato dal Corriere della Sera, premia i due partiti meno draghisti di tutti: Fratelli d’Italia sale tra il 24 e il 25%, guadagnando un paio di punti rispetto ai giorni della crisi di governo. Il Movimento Cinque Stelle ne guadagnerebbe tre, passando dal 9-10% di un mese fa all’attuale 12-13%. Una tendenza abbastanza netta e in direzione contraria rispetto alla narrazione dei giornali mainstream sulla popolarità plebiscitaria dell’ex banchiere centrale: a beneficiare della caduta dell’esecutivo sarebbe l’unico partito che si è sempre opposto al suo governo (quello di Giorgia Meloni), insieme al Movimento di Giuseppe Conte, individuato dai media come principale responsabile della sua caduta. Gli esegeti della fantomatica “agenda Draghi” invece boccheggiano: il Pd arretra tra il 21 e il 22%, il nuovo polo centrista di Renzi e Calenda, nonostante sia appena stato lanciato con una copertura mediatica straordinaria, non va oltre il 7-8% e buca l’obiettivo della doppia cifra (quella di Noto peraltro è la stima più generosa: Gdc sondaggi li colloca al 5,1, Demopolis al 5,3).
“Penso sia un effetto legato soprattutto all’immaginario collettivo”, sostiene Noto, “che non riguarda necessariamente il sentimento degli elettori su Draghi in persona: quando ci sono elezioni dopo la caduta di un governo, gli elettori si aspettano qualche genere di cambiamento. Non si accontentano che gli venga promessa una continuità con l’esecutivo che è caduto”.
da: Il Fatto Quotidiano - di Elisabetta Ambrosi
“Ai grandi proclami quasi mai sono seguite azioni adeguate”.
“Il ministero della Transizione ecologica di Cingolani manca di strategia, non è stato nemmeno aggiornato il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima, rischiamo di non poter rispettare gli impegni sulla decarbonizzazione che abbiamo preso in Europa. Per non parlare di certe affermazioni su ‘lacrime e sangue della transizione ecologica’ che non hanno alcun fondamento scientifico”. A parlare è il professor Livio De Santoli, prorettore alla sostenibilità dell’Università La Sapienza di Roma, presidente del Coordinamento Efficienza Energetica e da oggi candidato M5S: “Mi candido – spiega – per mettere a disposizione il mio bagaglio di conoscenza sui tema della sostenibilità e dell’energia. La crisi ambientale è anche una crisi sociale, per questo la politica deve intervenire su entrambi gli aspetti”.
A proposito di energia e clima. Che giudizio dà sul governo Draghi?
Il lavoro complessivo è stato fatto con impegno, ma le azioni sono state troppo ondivaghe e ai proclami sono seguite timide attività. L’impegno a riprendere la curva delle installazioni verso i famosi 8 GW l’anno per tagliare le emissioni cosiddette climalteranti del 55% entro il 2030 non è stato mantenuto. I decreti fondamentali per la decarbonizzazione, come l’attuazione della direttiva sulle rinnovabili innovative o la definizione delle aree idonee alle installazioni rinnovabili, non sono mai stati emanati. Abbiamo perso tempo preziosissimo.