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lunedì 17 febbraio 2020

Il decreto Salvini ha favorito il “business dell’accoglienza”





da: https://www.internazionale.it/ - di Annalisa Camilli

Grandi centri di accoglienza nelle mani di pochi enti gestori che in alcuni territori esercitano un vero e proprio monopolio: è quanto emerge dall’ultima parte del rapporto di Action Aid e di Openpolis, pubblicato il 16 febbraio, sugli effetti del primo decreto sicurezza entrato in vigore nell’ottobre del 2018, fortemente voluto dall’ex ministro dell’interno Matteo Salvini. Il decreto, seguito da un nuovo capitolato di gara di appalto per la gestione dei centri di accoglienza, ha previsto un taglio considerevole della spesa e si è passati dai famosi 35 euro al giorno per persona a 19/21 euro al giorno per persona, un taglio che ha determinato un boicottaggio delle gare d’appalto da parte di molti enti gestori, che hanno denunciato l’insostenibilità del sistema.

Mentre a palazzo Chigi il 17 febbraio si discute di come cambiare i due decreti che portano il nome dell’ex ministro dell’interno, continuano a uscire rapporti sugli effetti nefasti delle due norme sull’immigrazione approvate dallo scorso esecutivo. La riforma, proposta al governo dalla ministra Luciana Lamorgese, dovrebbe riguardare il ripristino di un permesso di soggiorno per motivi umanitari, che si dovrebbe chiamare permesso speciale, le norme sulla cittadinanza e l’iscrizione anagrafica dei richiedenti asilo, ma sembrerebbe che non ci siano invece riforme in vista per quanto riguarda il sistema di accoglienza ex Sprar/Siproimi, fortemente attaccato dallo scorso governo.

Il sistema di accoglienza dei richiedenti asilo, nato intorno al duemila, è sempre stato caratterizzato da un doppio binario: da una parte il sistema di accoglienza ordinario gestito dai comuni (ex Sprar, ora Siproimi), dall’altra il sistema straordinario (i centri di accoglienza straordinaria, Cas) gestito dalle prefetture, che è sempre stato preponderante: in Italia il 73 per cento dei richiedenti asilo vive in un Cas. Le differenze

lunedì 23 dicembre 2019

Inchiesta su Open, adesso Casaleggio è un caso: riveli i suoi clienti



Polemiche sui contratti con il patron di Moby, Onorato. Che si difende: non mi aspettavo favori

«Non mi aspettavo favoritismi». Si difende così l’armatore della Moby, Vincenzo Onorato, finito sotto la lente della Uif, l’Unità antiriciclaggio di Bankitalia, per aver versato fondi alla Fondazione Open di Matteo Renzi, ma anche alla società che gestisce il blog di Beppe Grillo e alla Casaleggio associati, per consulenze di comunicazione.

«Operazioni sospette» che hanno fatto scattare un’indagine mirata ad accertare che non ci siano state contropartite normative in suo favore. Ma siccome una legge sull’imbarco dei marittimi sulle navi italiane è stata varata (e salutata con favore da Onorato) anche la Ue ha aperto un’istruttoria su presunti «aiuti di Stato» alla Moby, che ha ereditato la Tirrenia ed è titolare di una convenzione con lo Stato da 72 milioni di euro l’anno per il monopolio di alcune rotte. E così accuse di «conflitto di interessi» arrivano per voce di Anna Maria Bernini dal partito di Silvio Berlusconi, da sempre bersaglio di analoghi attacchi dai 5 Stelle.

Ma cosa è accaduto? La Moby ha stilato un «contratto di partnership» da 120 mila

domenica 22 dicembre 2019

Natale, tempo di regali: quello di Renzi ai signori delle Autostrade…


da: Il Fatto Quotidiano - di Vincenzo Iurillo

Natale, tempo di regali e di soccorso renziano ai signori delle Autostrade, come insegnano i precedenti della rivolta di ieri in consiglio dei ministri.

Riavvolgiamo il nastro al dicembre del 2017, quando il crepuscolare governo Gentiloni, con Graziano Delrio ai Trasporti e Renzi segretario del Pd, approva un emendamento ad hoc alla manovra di bilancio per salvare la quota del 40% di lavori in house alla rete autostradale, senza dover passare per le forche caudine delle gare d’appalto, chissà mai dovessero essere vinte da altre imprese.

Dopo il lungo pressing su Renzi e i sindacati, il provvedimento rende felici i Benetton e i Gavio e le loro aziende di costruzione: Itinera, Abc, Sicogen, Sea, Interstrade, Sina della famiglia Gavio e Pavimental e Spea di Autostrade per l’Italia (Benetton). Senza quell’emendamento, sarebbe definitivamente entrata in vigore una norma del codice degli appalti congelata da due anni, che vincolava al 20% i lavori in house del totale delle opere autostradali.

Per blindare l’operazione, un altro emendamento affida all’Anticorruzione (Anac) il controllo del rispetto delle quote. Il provvedimento ricalca, in sostanza, gli impegni assunti da Renzi durante il tour in treno per l’Italia, parlando con i lavoratori delle concessionarie autostradali a Casale Monferrato, terra dei Gavio. Secondo un calcolo dell’Ance, l’associazione dei costruttori, in questo modo sono stati sottratti al mercato 15 miliardi di euro di lavori.

Il filo che collega il mondo renziano ad Autostrade per l’Italia (Aspi) passa anche per lo studio legale di Alberto Bianchi, ex presidente della Fondazione Open e affidatario nel 2016 di una consulenza per conto della Toto Costruzioni Generali, un incarico riguardante la chiusura di un contenzioso con Aspi.

Antonio Padellaro: Rai, Salini cacci la politica prima che la politica cacci lui


da: Il Fatto Quotidiano

Gentile dottor Salini, chiunque leggendo la sua gravissima denuncia sulla indegna gabbia nella quale i partiti (o meglio le conventicole che si richiamano a questo o a quel capataz) tengono prigioniera la Rai potrebbe chiedersi se da parte sua non sia inevitabile un gesto definitivo. Perché non convoca quanto prima il Cda per comunicare la sue autonome e inappellabili decisioni sulle nomine, prendere o lasciare?
Se i consiglieri decidessero di votarle contro si assumerebbero essi davanti al Paese la pesantissima responsabilità di avere compromesso il presente e il futuro dell’azienda, e di avere mortificato il proprio ruolo per squallide beghe da bottega. Ma neppure si può escludere che di fronte a un ultimatum secco e senza appello questi signori (ma soprattutto i loro dante causa) ci penserebbero parecchio prima di mandare in frantumi l’attuale assetto di potere, e soprattutto le loro poltrone.

Lei ha dichiarato di non avere proceduto alla nomine “per tenere unito un consiglio che vive le stesse divisioni della politica”. Mi scusi, ma non riesco trovare nella frase un nesso coerente tra il disperato tentativo di tenere unito un consesso specchio delle “divisioni della politica”, con il successivo grido di dolore sulla “politica che deve restare fuori”. Perché della due l’una. O si decide a cacciare la politica lontano dalle decisioni che spettano ai vertici aziendali, e dunque a lei in prima persona. O la “politica”, quella peggiore, alla fine troverà il modo di liberarsi di lei, magari con la scusa che non è all’altezza del compito. Infatti, alla sua denuncia la prima reazione del solito, molesto Anzaldi (che parla a nome del Pd senza essere mai smentito) ha il suono di un ceffone: “Non faccia la vittima, lavori se ne è capace”.

A questo punto, ne converrà, diventa difficile per l’opinione pubblica assistere allo spettacolo

venerdì 20 dicembre 2019

Ex Ilva, il piano del Governo ha un costo di 3 miliardi


da: https://www.ilsole24ore.com/ - di Carmine Fotina e Giorgio Pogliotti

Ore decisive per sbloccare il negoziato, in campo Conte il patron di Mittal. l 30 dicembre l’udienza del Riesame sull’altoforno 2. Slitta a gennaio il Dl Taranto

Con il negoziato sull’ex Ilva in stallo, la soluzione per far ripartire il confronto è nelle mani del premier Giuseppe Conte e del patron della multinazionale franco-indiana Lakshmi Mittal. Se i contatti avranno esito positivo, il governo è disposto a mettere sul piatto nel complesso 3 miliardi di euro, tra vecchie e nuove risorse. Di questi, circa 1 miliardo sarebbero necessari per l’ingresso nell’equity di AmInvestco Italy, con una partecipazione che, stando alle novità delle ultimissime ore, oscillerebbe tra il 30 e il 49%.

Una Newco per il progetto del preridotto
Inoltre 900 milioni-1 miliardo servirebbero a costituire una Newco mista per produrre il minerale di ferro preridotto con il gas necessario per alimentare i due forni elettrici che dal 2023, secondo il piano del governo, dovrebbero affiancare gli altiforni 4 e 5 consentendo una parziale decarbonizzazione con produzione annuale a 8 milioni di tonnellate.
Trattandosi di una Newco aperta alla partecipazione di produttori di acciaio (si parla ancora di Arvedi), che potrebbe contare anche su finanziamenti europei per il green new deal, non sarebbero tutti soldi a carico del bilancio pubblico.

Altri 300 milioni per Taranto
A tutto ciò si aggiunge l’impegno per il “Cantiere Taranto” contenuto nel Dl, valutabile

giovedì 19 dicembre 2019

‘Ndrangheta, blitz dell’antimafia di Catanzaro: tra gli arrestati nomi che ritornano



Nomi che ritornano

Tra le persone arrestate nel blitz dell'antimafia di Catanzaro ci nomi che ritornano: Pittelli (ex senatore FI), Adamo (PD)..

Erano stati coinvolti in passate inchieste dell'allora procuratore di Catanzaro De Magistris, prima che le indagini gli furono tolte.
De Magistris era partito da un imprenditore, Saladino, molto legato alla politica e ad appalti pubblici, ad agenzie di lavoro con assunzioni controllate: forse se quelle indagini fossero andate avanti (sconquassando quegli equilibri politici in Calabria), avremmo tolto parte del grave peso che affonda il sud.

Questa lotta alla mafia e ai rapporti tra mafia e politica dovrebbe stare in cima alle

Popolare di Bari, che strano il silenzio imbarazzato della politica


da: https://www.fanpage.it/ - di Francesco Cancellato
 
Il giorno dopo lo scoop di Fanpage.it tutti i giornali parlano delle frasi dei vertici della Popolare di Bari, dei “conti truccati”, dei legami con Bankitalia, delle “ragioni strategiche altissime” che giustificherebbero il salvataggio dell’istituto. Tutti, tranne la politica: Pd e Cinque Stelle gettano acqua sul fuoco, la Lega tace. Ed è un silenzio che fa molto rumore.

Tace il Pd, tacciono i Cinque Stelle, tace la Lega. Parla solamente Italia Viva, per bocca di Davide Faraone e del suo leader Matteo Renzi, che a suo tempo – va ricordato – fu l'unico a porre in tempi non sospetti la questione della Banca Popolare di Bari e a chiedere, tra mille polemiche, un cambio della guardia ai vertici di Bankitalia. E mai silenzio fu più strano e irreale di quello successivo allo scoop di Fanpage.it e alla pubblicazione delle registrazioni della riunione in cui Gianvito Giannelli e Vincenzo De Bustis, presidente e amministratore delegato della Banca Popolare di Bari, raccontano ai dipendenti che i conti della banca sono stati truccati, che la gestione degli ultimi tre, quattro anni è stata “cattiva, irresponsabile, esaltata”, ma che – tranquilli! – la banca non è in pericolo perché “per ragioni strategiche altissime” la vigilanza (Bankitalia) e la politica (il governo) hanno deciso che debba essere salvata.

Silenzio. Nonostante dello scandalo siano piene le prime pagine dei giornali e le domande siano molte, a dire il vero. La prima: non si è accorto, chi doveva vigilare, che persino i conti

martedì 17 dicembre 2019

Le larghissime intese di Salvini anti-Conte le vuole anche Renzi


da: Il Fatto Quotidiano - di Wanda Marra


Nelle conversazioni settimanali tra Matteo Salvini e Matteo Renzi è entrata anche la possibilità di un governo di unità nazionale.

La convenienza per il fu Rottamatore è evidente: scongiurerebbe le elezioni, che comunque continuano a essere un’ipotesi sul tavolo, dopo la manovra e dopo l’Emilia-Romagna. E si riposizionerebbe con il centrodestra in maniera graduale e non troppo smaccata. Più complicata la condizione di Salvini. Per lui, la strada maestra sono le urne. Ma potrebbe ancora una volta non riuscire a ottenerle, persino nel caso della caduta del governo giallorosso. Troppo forti le resistenze del Parlamento ad auto-sciogliersi. E allora, lo scenario da scongiurare con forza è quello di una legislatura che continua, con lui fuori dai giochi. Perché se le elezioni sono dietro l’angolo, può capitalizzare gli insuccessi del Conte 2. Altrimenti, il logoramento avanza.

“Mettiamoci tutti intorno a un tavolo e risolviamo le emergenze nazionali. E poi si vota”. Così ieri il leader della Lega ha ribadito la svolta riformista, dopo che sabato a Milano, con una mossa a sorpresa, aveva lanciato l’idea di un comitato di salvezza per l’Italia su cinque priorità (risparmio, infrastrutture, burocrazia, politiche di crescita e tutela della salute). Peraltro, “supportata” da un’intervista di Giancarlo Giorgetti a La Stampa, che si spinge a evocare per la guida di questo (ipotetico) esecutivo Mario Draghi.

L’ex sottosegretario l’idea di un comitato nazionale l’aveva lanciata già due mesi fa. Allora, il leader del Carroccio lo aveva sconfessato, ora sembra sposare le sue posizioni. In realtà, i

lunedì 16 dicembre 2019

È ufficiale: il M5S è morto, nasce il PDC cioè il Partito Di Maio-Casaleggio



Il capo politico e l’erede del fondatore ristrutturano il Movimento come un partito della prima repubblica, ma utilizzando neologismi distopici a buon uso degli allocchi. Recuperano pure Taverna e Toninelli, non potrà che essere un successo

Non chiamatelo più Movimento cinque stelle, ma PDC il Partito Di Maio Casaleggio. Questo è il dato centrale della ristrutturazione interna avvenuta nelle scorse ore nel partito di maggioranza relativa. Il vento “movimentista” delle sardine non ha attecchito dalle parti di Luigi Di Maio, nonostante le parole di pubblico apprezzamento, anzi ne ha acuito la deriva personalistica e aziendale.

Nelle scorse ore, una platea assai scarsa, solo un quarto degli aventi diritto, ha votato la prima grande riforma interna del partito di Casaleggio. È stata una risposta a tante emergenze: ai sei milioni di voti persi tra le Politiche e le Europee, al fallimento del governo con Salvini, alle difficoltà del governo e a un certo attivismo del cosiddetto “Partito di Conte”.

La nuova organizzazione prevede una squadra di sei persone accanto al Capo politico, Luigi Di Maio, referenti per le funzioni organizzative tipiche di qualsiasi organizzazione politica: Campagne elettorali, Attivismo, Comunicazione, Enti locali, Coordinamento e Affari interni, Formazione e Personale. Un tempo si sarebbe chiamata “segreteria nazionale” ma la liturgia aziendalista incarnata dall’Erede-Fondatore Davide Casaleggio costringe al neologismo. La soluzione è che i membri della segreteria nazionale si chiameranno “facilitatori organizzativi nazionali”.

Popolare di Bari (ma non solo) ci risiamo: altra pessima gestione aziendale, altro salvataggio pubblico


Siamo alle solite: ennesimo crac bancario, ennesimo salvataggio a spese degli italiani. Solo di quelli che pagano le tasse, ovviamente.

Orbene (si fa per dire):
- ammesso e non concesso che la Banca d’Italia abbia fatto ispezioni e rilevato l’inosservanza di norme che dovevano garantire trasparenza, correttezza, nell’esercizio dell’attività bancaria;
- posto che, gli organi di vigilanza - dalla Banca d’Italia all’ente più inutile, cioè la Consob - non possono sostituire un cda di “famiglia” con un cda di amministratori competenti  e onesti;
- perché siamo sempre alle solite, vale a dire: perché cattivi amministratori possono mandare a scatafascio un’azienda mettendo a rischio posti di lavoro e/o risparmi, come nel caso di un’azienda bancaria, e si deve ricorrere a interventi pubblici che costano alla collettività incolpevole.

Quando vedremo in questo paese presunti manager (strapagati) pagare per la loro incapacità e/o disonestà? Le invocate nazionalizzazioni non sono certo la risposta. Se le aziende private e pubbliche, non sono gestite con criteri effettivamente manageriali, da persone competenti e responsabili, nazionalizzare significa buttare soldi pubblici.

Cio che serve, ciò che manca sono: criteri, regole, controlli, norme che attribuiscano responsabilità e consentano di rimuovere vertici aziendali incapaci o disonesti. Ci vogliono strutture aziendali adeguate, ruoli aziendali assegnati a competenti, ricambio dei primi e secondo livelli aziendali, una delle condizioni per limitare il rischio di politiche gestionali

Salvataggio Popolare Bari: fatti, amnesie e ipocrisie


da: https://www.startmag.it/ - di Michele Arnese 

Il decreto salva Popolare di Bari approvato dal consiglio dei ministri sta provocando dibattito e polemiche. 
Il decreto salva Popolare di Bari approvato ieri sera dal consiglio dei ministri ha provocato dibattito e polemiche (anche se i contorni dell’operazione non sono del tutto chiari e non si sa ancora se e come il Fondo interbancario di tutela dei depositi interverrà).

Il governo ha approvato un decreto che stanzia 900 milioni per la holding pubblica Invitalia (controllata al 100% dal ministero dell’Economia) perché finanzi il Microcredito centrale (di proprietà di Invitalia) con l’obiettivo di acquisire quote della Banca Popolare di Bari, commissariata venerdì scorso dalla Banca d’Italia. Tra i fini, c’è quello di creare una banca d’investimento con l’impegno di sostenere le imprese del Mezzogiorno, dice l’esecutivo giallo-rosso.

C’è chi si è stracciato le vesti per la “nazionalizzazione” di una banca. Se così fosse, non sarebbe la prima volta. In Italia esiste già una banca dello Stato: è il Monte dei Paschi di Siena. Il ministero dell’Economia e delle Finanze, infatti, ha il 68,247% del gruppo Mps. Certo, gli impegni assunti dal Tesoro con la Commissione di Bruxelles prevedono che dal 2021 il Mef molli la presa, ma per ora lo Stato italiano – ha calcolato il Sole 24 Ore – sta perdendo 5,5 miliardi dei 6,9 investiti in Mps.

martedì 10 dicembre 2019

Salvini a Cartabianca, punti nascita chiusi in Emilia: perchè non parla di quelli chiusi in Lombardia..


Nel fare zapping mi sono imbattuta in Salvini dalla Berlinguer. Ho così scoperto che domenica è stato in due località emiliane dove, lui dice, non gli hanno chiesto delle sardine ma dei punti nascita che Bonacini ha chiuso.

Chissà se qualche donna che abita in alcune località della Val Seriana ha visto e sentito Salvini fare tale dichiarazione.

Perché Salvini non parla dei punti nascita chiusi in alcune località lombarde. Perché non ci sono le elezioni regionali? Se lo ricorda Salvini che in Lombardia governa il centro destra e che quello della regione Lombardia è considerato il modello sanitario nazionale (?!).

Che ne dice di andare a Piario, in provincia di Bergamo. Neppure lì gli parleranno delle sardine ma del punto nascita chiuso all’ospedale. Sentirà la gente del posto che gli dirà che il punto nascita è stato chiuso perché nessun politico nativo o residente a Piario ha “amicize” “legami” in regione Lombardia. 
Sentirà donne che gli diranno che le gravidanze devono essere programmate per

lunedì 9 dicembre 2019

Mattarella contro «l’indecente» evasione fiscale



Il presidente della Repubblica incontrando gli studenti al Quirinale ha tuonato contro chi non paga le tasse: «È un atto di individualismo esasperato» che costa 119 miliardi l'anno.
Duro monito di Sergio Mattarella contro l’evasione fiscale. «È una cosa davvero indecente, perché i servizi comuni, la vita comune è regolata dalle spese pubbliche. Se io mi sottraggo al mio dovere di contribuire sto sfruttando quello che gli altri pagano, con le tasse che pagano».

PERCHÉ È DIFFICILE COMBATTERE QUESTA PIAGA?
La presa di posizione del capo dello Stato è stata resa nota della presidenza della Repubblica ed espressa nel corso di un incontro con degli studenti gli studenti di alcune scuole secondarie di secondo grado al Quirinale. In particolare il presidente ha risposto a una domanda di uno dei ragazzi, “Perché in Italia è così difficile combattere la piaga dell’evasione fiscale?”.

QUESTIONE DI SENSO CIVICO
«L’evasione fiscale è l’esaltazione della chiusura in sé stessi, dell’individualismo esasperato. È un problema serio in molti Paesi. Lo è nel nostro. Vi sono Paesi in cui è molto più grave, vi sono Paesi in cui invece il senso civico di ciascuno lo ha quasi azzerato. È un problema grave perché significa ignorare che si vive insieme e che la convivenza significa contribuire tutti insieme – come dice la Costituzione, secondo le proprie possibilità – alla vita comune».

sabato 7 dicembre 2019

Massimo Gramellini: Sovranismo spalmabile




Nella sua ormai penultima dichiarazione, Matteo Salvini ha affermato di non amare più la nutella da quando ha scoperto che le nocciole sono turche e forse arrivano da noi sui gommoni. Essendo egli l’Uomo Forte invocato dagli italiani intervistati dal Censis, si può supporre che altri ne seguiranno l’esempio, in attesa che Salvini espella dalla sua dieta la banana ecuadoregna e la birra tedesca. Quanto alla parabola della nutella d’Alba, che fino a pochi mesi fa il difensore delle nocciole autoctone ostentava nelle dirette social, esprime alla perfezione le contraddizioni del sovranismo. Prendete un pezzo di pane e seguitemi. La nutella è un prodotto italiano che per diventare sé stesso ha bisogno di contaminarsi con lo straniero. Senza l’apporto delle nocciole migranti che consentono di sfornare barattoli in quantità industriale, molti lavoratori italiani perderebbero il posto. Ecco un caso da manuale in cui l’apertura delle frontiere genera ricchezza. A rigor di logica sovranista, sono semmai i turchi che dovrebbero dispiacersi per il fatto che noi facciamo le nutelle nostre con le nocciole loro.

P.S. Ieri un Salvini col dolcificante ha postato una foto dove sorride accanto a uno scaffale di nutella. L’algoritmo che detta all’Uomo Forte ogni mossa mediatica si sarà accorto di avere

giovedì 5 dicembre 2019

Tommaso Merlo: Salvini fa imbufalire pure la Madonna



Si mormora che la Madonna voti Lega Salvini Premier e faccia pure campagna elettorale. Ma invece di esternare da Pontida lo faccia da Medjugorje. Ci pensa poi il suo pastorello padano ad interpretare e diffondere i Suoi messaggi. L’ultimo diceva di stare attenti agli sguardi delle persone. Salvini ci ha meditato sopra, poi ha interpretato il messaggio per noi peccatori. Dice che bisogna stare attenti allo sguardo di quel losco figuro di Giuseppe Conte che a sentire il pastorello padano ha qualcosa da nascondere e sta scappando.

In realtà Giuseppe Conte sta lavorando a differenza sua, ma questi sono dettagli. La verità è che anche la Madonna è contro il MES e i fedeli attendono un messaggio a breve sulle precauzioni da adottare nella ristrutturazione dei debiti degli stati membri in difficoltà finanziarie. Si spera per Natale ma è un periodaccio e tutto rischia di slittare a febbraio.

A sentir Salvini la Madonna avrebbe visto Giuseppe Conte aggirarsi di notte in pigiama per Palazzo Chigi bramoso di firmare il MES di nascosto col preciso intento di tradire gli italiani e mandarci in malora. Un vero satanasso. Menomale che c’è il pastorello padano a vegliare su di noi. Lui sì che è sincero, lui sì che è capace, lui sì che è un infaticabile lavoratore e se non bastasse, lui sì che è benvisto perfino dal Firmamento dove fanno a gara per illuminare la sua ascesa ai pieni poteri. O almeno era questa la convinzione di tutti gli uomini di buona volontà, sennonché a seguito della grana del MES, i giornali bosniaci hanno fatto trapelare indiscrezioni raccolte in quel di Medjugorje che sembrano delineare uno scenario diametralmente opposto.

mercoledì 4 dicembre 2019

Le "melonate" di Giorgia Meloni...


Giorgia Meloni non viene presa sul serio da nessuno. Chissà perché
di Stefano Feltri 



Giorgia Meloni è il politico italiano più sottovalutato. Continua a essere trattata come una mascotte, anche se Fratelli d’Italia è ormai arrivato al 10 per cento. Ha un programma di estrema destra ma viene percepita come una concreta, pragmatica amministratrice del territorio, anche se nella sua carriera non ci sono esperienze di governo (con l’eccezione trascurabile del ministero della Gioventù ai tempi di Berlusconi). Ma Giorgia Meloni punta al governo e, da qualche tempo, ha iniziato a parlare di politica economica. Nessuno prende sul serio le sue analisi e proposte. Ho deciso di riempire questo vuoto, qualcuno doveva pur farlo.

Partiamo da questa agenzia Ansa del 2 dicembre: “Se fossimo costretti a ristrutturare il debito salterebbero le banche italiane, che detengono il 70 per cento del debito”. Lo ha detto parlando del Mes la leader Fdi Giorgia Meloni a Quarta Repubblica che andrà in onda stasera su Rete 4. “L’Unione bancaria converrebbe a noi, alle nostre banche: a che punto è?”, si e’ chiesta la deputata parlando delle possibili trattative per rivedere il Mes.

Singolare linea di ragionamento: se fallisce la Repubblica italiana, con tutto il rispetto per Unicredit e Intesa, la salute delle banche mi sembra il problema minore. Ma la Meloni sembra pensare il contrario: il default dello Stato è un problema bancario, non una catastrofe per cittadini, imprese e pubblica amministrazione. Anche il numero citato pare un po’ a caso. Sulla base dei dati della Banca d’Italia, ad agosto 2019 il debito pubblico in mano a istituzioni finanziarie residenti era il 46,6 per cento (1.148.129 miliardi su 2.462.623).

martedì 3 dicembre 2019

Marco Travaglio e l’”Eurocazzaro”, ma si “dimentica” di Di Maio…


Ma com’è che Travaglio se la prende con Salvini dimenticando che nel precedente governo “gialloverde” (un colore da virus gastrointestinale) c’era tale Luigi Di Maio. Il leghista mancato Di Maio. Anche lui dormiva?. O si stava facendo una sega, perché eccitato mentre guardava la panza del suo grande amore (politico, s’intende) Matteo Salvini? 

Sì, perché se Travaglio non l’avesse notato, quando Conte parla di ministri, viceministri ecc..che non ecceperino alcunchè in più incontri, si riferiva anche a Di Maio..ma Travaglio ignora completamente che a sollevare quello che lui ritiene un falso problema più ancora dell’”Eurocazzaro” Salvini - come lo definisce il direttore de Il Fatto Quotidiano - è stato Luigi Di Maio. Il “capo politico” del M5S… che “sostiene” il governo Conte. 

Prima o poi Travaglio dovrà ammettere la pochezza di Di Maio. Non gli errori. Gli errori ci

Marco Travaglio: l’Eurocazzaro


da: Il Fatto Quotidiano

Ce ne vorrebbe uno al giorno, di confronto Conte-Salvini in Parlamento, per far capire agli italiani da chi sono governati oggi e da chi rischiano di esserlo domani. Da una parte una persona seria e competente. Dall’altro un caso umano in stato confusionale. 
Ieri, alla Camera e al Senato, si è visto un premier che sa ciò che dice e conosce le materie che tratta. E un aspirante successore che palesemente denota “disinvoltura a restituire la verità e resistenza a studiare i dossier”. Conte ha puntualmente ricostruito l’iter del Mes (Meccanismo europeo di stabilità), il costante coinvolgimento del Parlamento e dei ministri dei suoi due governi fin da quando, il 27 giugno 2018, appena arrivato, il premier riferì le proposte della Commissione europea. E nessuno fece una piega. Due giorni dopo, al vertice Ue, Conte propose modifiche alla bozza del Mes e l’11 dicembre tornò a riferirne alle Camere: nessun’obiezione neppure allora. Ne riparlò al Parlamento il 19 marzo, vigilia del Consiglio europeo. E di nuovo il 19 giugno, prima dell’Eurosummit decisivo. Lì perfino il leghista No Euro Alberto Bagnai gli fece i complimenti: “Mi permetta, signor Presidente del Consiglio, di ringraziarla per il fatto che lei, in applicazione di questa norma e in completa coerenza con quel principio di centralità del Parlamento, fin dal primo giorno, affermò in questa sede di voler rispettare, sia venuto ad annunciarci che questo approfondimento tecnico ci sarà”.

Intanto anche i ministri direttamente interessati, da Tria a Savona, riferivano infinite volte in Parlamento, in aula e nelle commissioni (a partire da quelle presiedute dai leghisti anti-Ue Borghi & Bagnai). E anche lì tutti muti. Per non parlare dei sette fra vertici di maggioranza e

Meno male che c'è Wikipedia: Massimo Gramellini, Il senatore Confucio



Questa è una tazzina di autocritica. Recentemente, diciamo negli ultimi trent’anni, mi sono guadagnato da vivere ironizzando sull’ignoranza dei politici, non disgiunta da una certa dose di cafonaggine spacciata per simpatia. Quanto mi sbagliavo. Ieri al Senato è andato in scena un dibattito di tale levatura da fare ammutolire d’invidia Cicerone. Ha cominciato la Lega, scomodando per Conte un capolavoro della letteratura mondiale: Pinocchio. Ci sparate addosso Collodi? — avranno pensato i democratici — e allora beccatevi Shakespeare. Così Delrio ha paragonato Salvini al parolaio Mercuzio e Conte al palpitante Romeo, forse tenendo per il Pd l’ambito ruolo di Giulietta. Colpito in ciò che più gli sta a cuore, la cultura, Salvini ha deciso di giocarsi l’arma fine-di mondo, rivelando la fonte di ispirazione dei suoi selfie dialettici: le massime di Confucio. Mi hanno detto che Emma Bonino ha rilanciato con Victor Hugo, ma non l’ho sentita. Dopo la citazione di Matteo Confucio sono svenuto. Per il dispetto, s’intende. Come ho potuto sottovalutare la preparazione dei nostri governanti o quantomeno la loro rapidità nel digitare «frasi celebri» su Google?

A rassicurarmi nei miei biechi pregiudizi è venuto in soccorso un grande classico,

mercoledì 27 novembre 2019

U.E, Corrao (M5S) non vota la Von der Leyen: “squadra peggio di quella di Junker, siamo diventati la copia sbiadita del PD”



M5s, 4 eurodeputati non votano Von der Leyen. Corrao: “Squadra peggio di quella Juncker. Siamo diventati la copia sbiadita del Pd”

Il gruppo 5 stelle non ha sostenuto in maniera unanime la nuova commissione. Corrao e Pedicini si sono schierati contro, mentre Evi e D'Amato si sono astenute. Di Maio era stato avvertito la sera precedente, al momento i vertici non valutano sanzioni per la posizione di dissenso espressa dai parlamentari

Il Movimento 5 stelle si è spaccato in Europa sull’elezione della commissione Ue guidata da Ursula Von der Leyen. Dopo che avevano dato il via libera alla presidente a luglio scorso, oggi in quattro su 14 hanno deciso di far mancare il loro voto. Ignazio Corrao e Piernicola Pedicini hanno votato contro, mentre Eleonora Evi e Rosa D’Amato hanno deciso di astenersi. Luigi Di Maio è stato avvertito nella serata di ieri e ha cercato di far desistere i colleghi, ma senza successo.

La scelta nasce in un clima di forti malumori a Roma come in Europa dentro il gruppo del Movimento 5 stelle. Al momento i vertici dicono che non saranno valutati provvedimenti disciplinari perché “le loro sono solo posizioni di dissenso”. Proprio Corrao, considerato uno degli esponenti di riferimento del M5s in Europa, ha spiegato su Facebook con un lungo post la scelta di andare in direzione contraria al gruppo: “Me ne assumo la piena responsabilità politica“, ha esordito l’eurodeputato. “E’ una commissione peggio di quella di Juncker”. E ancora: “Siamo diventati la copia sbiadita del Pd”.
L’altro ad esporsi è stato Pedicini che ha messo in discussione le nomine in Europa del Pd che “hanno escluso i 5 stelle”. In generale per il gruppo 5 stelle è stata una scelta sofferta: “La fiducia che abbiamo deciso di dare oggi”, si legge nella nota ufficiale, “è una fiducia condizionata al rispetto della sua linea programmatica”.